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Scritto da Administrator   

n° 22 Sabato 3 Giugno 2017

LA CHIESA ESISTE PER ANNUNCIARE IL VANGELO

 

Oggi si celebra l’Ascensione di Gesù al cielo, avvenuta quaranta giorni dopo la Pasqua. Il Vangelo di Mt 28,16-20 ci presenta il momento del definitivo commiato del Risorto dai suoi discepoli. La scena è ambientata in Galilea, il luogo dove Gesù li aveva chiamati a seguirlo e a formare il primo nucleo della sua nuova comunità. Adesso quei discepoli sono passati attraverso il “fuoco” della passione e della risurrezione; alla vista del Signore risorto gli si prostrano davanti, alcuni però sono ancora dubbiosi. A questa comunità spaurita, Gesù lascia il compito immenso di evangelizzare il mondo; e concretizza questo incarico con l’ordine di insegnare e battezzare nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.

L’Ascensione di Gesù al cielo costituisce perciò il termine della missione che il Figlio ha ricevuto dal Padre e l’avvio della prosecuzione di tale missione da parte della Chiesa. Da questo momento, dal momento dell’Ascensione, infatti, la presenza di Cristo nel mondo è mediata dai suoi discepoli, da quelli che credono in Lui e lo annunciano. Questa missione durerà fino alla fine della storia e godrà ogni giorno dell’assistenza del Signore risorto, il quale assicura: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

E la sua presenza porta fortezza nelle persecuzioni, conforto nelle tribolazioni, sostegno nelle situazioni di difficoltà che incontrano la missione e l’annuncio del Vangelo. L’Ascensione ci ricorda questa assistenza di Gesù e del suo Spirito che dà fiducia, dà sicurezza alla nostra testimonianza cristiana nel mondo. Ci svela perché esiste la Chiesa: la Chiesa esiste per annunciare il Vangelo, solo per quello! E anche, la gioia della Chiesa è annunciare il Vangelo. La Chiesa siamo tutti noi battezzati. Oggi siamo invitati a comprendere meglio che Dio ci ha dato la grande dignità e la responsabilità di annunciarlo al mondo, di renderlo accessibile all’umanità. Questa è la nostra dignità, questo è il più grande onore di ognuno di noi, di tutti i battezzati!

 Soltanto con la luce e la forza dello Spirito Santo noi possiamo adempiere efficacemente la nostra missione di far conoscere e sperimentare sempre più agli altri l’amore e la tenerezza di Gesù.

(Regina Coeli - Domenica  28/05/2017)

 

LA PENTECOSTE DI EFESO (At 19.1-8)

 

All’inizio della settimana, la Chiesa ci prepara per ricevere lo Spirito Santo, questo dono del Padre che Gesù ci ha promesso, e ci fa riflettere sullo Spirito Santo e ci chiede di pregare perché lo Spirito Santo venga nella Chiesa, nel mio cuore, nella mia parrocchia, nella mia comunità .

 La comunità di Efeso aveva ricevuto la fede ma non sapeva dello Spirito Santo.

G e s ù   a s c e n d e   a l   c i e l o

Questa lettura si potrebbe chiamare «La Pentecoste di Efeso», perché succede lo stesso che era accaduto a Gerusalemme.

Eppure, questa gente era credente. Ma quando Paolo domandò loro: Avete ricevuto lo Spirito Santo quando siete venuti alla fede?, questi risposero: Non abbiamo nemmeno sentito che esiste uno Spirito Santo. In questo racconto, cioè, ci si trova di fronte alla realtà di una Chiesa, gente buona, gente di fede, gente che credeva nel Signore Gesù, ma che era lì senza neppure conoscere questo dono del Padre: lo Spirito Santo. Perciò Paolo impose le mani e incominciarono: “Discese su di loro lo Spirito Santo e si misero a parlare in lingue”.

Con la discesa dello Spirito Santo, per i discepoli di Efeso è incominciato il moto del cuore perché quello che muove il nostro cuore, quello che ci ispira, che ci insegna è lui: è lo Spirito che alimenta le emozioni nel cuore. Del resto, lo aveva detto lo stesso Gesù: lo Spirito «insegnerà» e farà ricordare tutto quello che io vi ho insegnato.

Una realtà spirituale che si ritrova descritta anche nei vangeli, se si pensa, ad esempio, ai dottori della legge: erano credenti in Dio, sapevano tutti i comandamenti, ma il cuore era chiuso, fermo, non si lasciavano interpellare.

Ecco, allora, il punto di volta della riflessione: occorre lasciarsi interpellare dallo Spirito Santo. 

Certi slanci sono infatti positivi: una persona che non ha questi movimenti nel cuore, che non discerne cosa succede, è una persona che ha una fede fredda, una fede ideologica. La sua fede è un’ideologia, tutto qui. È proprio quello che viene descritto nel Vangelo: il dramma di quei dottori della legge che se la prendevano con Gesù.

Perciò, bisogna chiedersi: Quale è il mio rapporto con lo Spirito Santo? Io prego lo Spirito Santo? Chiedo luce allo Spirito Santo? Chiedo che mi guidi per il cammino che devo scegliere nella mia vita e anche tutti i giorni? Chiedo che mi dia la grazia di distinguere il buono dal meno buono? Perché il buono dal male subito si distingue. Ma c’è quel male nascosto che è il meno buono, ma ha nascosto il male. Chiedo quella grazia?.

Il problema infatti, è che per certi cuori, se noi facessimo un elettrocardiogramma spirituale, il risultato sarebbe lineare, senza emozioni.

Ogni cristiano dovrebbe chiedersi: Io ho un cuore irrequieto perché mosso dallo Spirito Santo?; e ancora: Chiedo questa grazia di capire cosa succede nel mio cuore?; e infine: Quando mi viene la voglia di fare qualcosa, mi fermo e chiedo allo Spirito Santo che mi ispiri, che mi dica di sì o di no o faccio soltanto i calcoli con la mente: “Questo sì perché se no...?”.

L’impegno è quello di mettersi in ascolto: Cosa mi dice lo Spirito?. Oggi chiediamo questa grazia di ascoltare quello che lo Spirito dice alla nostra Chiesa, alla nostra comunità, alla nostra parrocchia, alla nostra famiglia e a me, a ognuno di noi: la grazia di imparare questo linguaggio di ascoltare lo Spirito Santo.

(Meditazione mattutina nella domus Sanctae Marthae - Lunedì 29/05/2017)

 

LO SPIRITO SANTO CI FA ABBONDARE NELLA SPERANZA

 

Un simbolo dello Spirito presente nella chiesa di Santa Maria Maddalena

Nell’imminenza della solennità di Pentecoste parliamo del rapporto che c’è tra la speranza cristiana e lo Spirito Santo. Lo Spirito è il vento che ci spinge in avanti, che ci mantiene in cammino, ci fa sentire pellegrini e forestieri, e non ci permette di adagiarci e di diventare un popolo “sedentario”. La lettera agli Ebrei paragona la speranza a un’àncora (cfr 6,18-19); e a questa immagine possiamo aggiungere quella della vela. Se l’àncora è ciò che dà alla barca la sicurezza e la tiene “ancorata” tra l’ondeggiare del mare, la vela è invece ciò che la fa camminare e avanzare sulle acque. La speranza è davvero come una vela; essa raccoglie il vento dello Spirito Santo e lo trasforma in forza motrice che spinge la barca, a seconda dei casi, al largo o a riva. L’apostolo Paolo conclude la sua Lettera ai Romani con questo augurio: sentite bene, ascoltate bene che bell’augurio: «Il Dio della speranza vi riempia, nel credere, di ogni gioia e pace, perché abbondiate nella speranza per la virtù dello Spirito Santo».   L’espressione “Dio della speranza” non vuol dire soltanto che Dio è l’oggetto della nostra speranza, cioè Colui che speriamo di raggiungere un giorno nella vita eterna; vuol dire anche che Dio è Colui che già ora ci fa sperare, anzi ci rende «lieti nella speranza» : lieti ora di sperare, e non solo sperare di essere lieti. E’ la gioia di sperare e non sperare di avere gioia, già oggi. “Finché c’è vita, c’è speranza”, dice un detto popolare; ed è vero anche il contrario: finché c’è speranza, c’è vita. Gli uomini hanno bisogno di speranza per vivere e hanno bisogno dello Spirito Santo per sperare.

San Paolo attribuisce allo Spirito Santo la capacità di farci addirittura “abbondare nella speranza”. Abbondare nella speranza significa non scoraggiarsi mai; significa sperare contro ogni speranza, cioè sperare anche quando viene meno ogni motivo umano di sperare, come fu per Abramo quando Dio gli chiese di sacrificargli l’unico figlio, Isacco, e come fu, ancora di più, per la Vergine Maria sotto la croce di Gesù. Lo Spirito Santo rende possibile questa speranza invincibile dandoci la testimonianza interiore che siamo figli di Dio e suoi eredi. Come potrebbe Colui che ci ha dato il proprio unico Figlio non darci ogni altra cosa insieme con Lui?  «La speranza non delude: perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» . Perciò non delude, perché c’è lo Spirito Santo dentro di noi che ci spinge ad andare avanti, sempre! E per questo la speranza non delude.

C’è di più: lo Spirito Santo non ci rende solo capaci di sperare, ma anche di essere seminatori di speranza, di essere anche noi – come Lui e grazie a Lui – dei “paracliti”, cioè consolatori e difensori dei fratelli. Un cristiano può seminare amarezze, può seminare perplessità,  e chi fa questo non è un buon cristiano. Semina olio di speranza, semina profumo di speranza e non aceto di amarezza e di dis-speranza. 

 

 

 

Saremo, a misura della nostra capacità, consolatori ad immagine del Paraclito – cioè dello Spirito Santo –, e in tutti i sensi che questa parola comporta: avvocati, assistenti, apportatori di conforto. Le nostre parole e i nostri consigli, il nostro modo di fare, la nostra voce, il nostro sguardo, saranno gentili e tranquillizzanti . E sono soprattutto i poveri, gli esclusi, i non amati ad avere bisogno di qualcuno che si faccia per loro “paraclito”, cioè consolatore e difensore, come lo Spirito Santo fa con ognuno di noi, consolatore e difensore. Noi dobbiamo fare lo stesso con i più bisognosi, con i più scartati, con quelli che hanno più bisogno, quelli che soffrono di più. Difensori e consolatori! Lo Spirito Santo alimenta la speranza non solo nel cuore degli uomini, ma anche nell’intero creato. Dice l’Apostolo Paolo – questo sembra un po’ strano, ma è vero: che anche la creazione “è protesa con ardente attesa” verso la liberazione e “geme e soffre” come le doglie di un parto.  Tutto ci spinge a rispettare il creato: non si può imbrattare un quadro senza offendere l’artista che lo ha creato.

(Udienza Generale - Mercoledì  31/05/2017)

 
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