Home
PDF Stampa
Scritto da Administrator   

n° 19 Sabato 13 Maggio 2017

DISTINGUERE LA VOCE DEL BUON PASTORE

 

Nel Vangelo di questa domenica (cfr Gv 10,1-10), detta “la domenica del buon pastore”, Gesù si presenta con due immagini che si completano a vicenda. L’immagine del pastore e l’immagine della porta dell’ovile. Il gregge, che siamo tutti noi, ha come abitazione un ovile che serve da rifugio, dove le pecore dimorano e riposano dopo le fatiche del cammino.

 

E l’ovile ha un recinto con una porta, dove sta un guardiano. Al gregge si avvicinano diverse persone: c’è chi entra nel recinto passando dalla porta e chi «vi sale da un’altra parte». Il primo è il pastore, il secondo un estraneo, che non ama le pecore, vuole entrare per altri interessi. Gesù si identifica col primo e manifesta un rapporto di familiarità con le pecore, espresso attraverso la voce, con cui le chiama e che esse riconoscono e seguono. Lui le chiama per condurle fuori, ai pascoli erbosi dove trovano buon nutrimento.

La seconda immagine con cui Gesù si presenta è quella della «porta delle pecore». Infatti dice: «Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato» , cioè avrà la vita e l’avrà in abbondanza. Cristo, Buon Pastore, è diventato la porta della salvezza dell’umanità, perché ha offerto la vita per le sue pecore. Gesù, pastore buono e porta delle pecore, è un capo la cui autorità si esprime nel servizio, un capo che per comandare dona la vita e non chiede ad altri di sacrificarla. Di un capo così ci si può fidare, come le pecore che ascoltano la voce del loro pastore perché sanno che con lui si va a pascoli buoni e abbondanti. Basta un segnale, un richiamo ed esse seguono, obbediscono, si incamminano guidate dalla voce di colui che sentono come presenza amica, forte e dolce insieme, che indirizza, protegge, consola e medica.

Così è Cristo per noi. Sentirsi amati da Gesù è una meravigliosa esperienza. Fatevi la domanda: “Io mi sento amato da Gesù? Io mi sento amata da Gesù?”. Per Lui non siamo mai degli estranei, ma amici e fratelli. Eppure non è sempre facile distinguere la voce del pastore buono. State attenti. C’è sempre il rischio di essere distratti dal frastuono di tante altre voci. Oggi siamo invitati a non lasciarci distogliere dalle false sapienze di questo mondo, ma a seguire Gesù, il Risorto, come unica guida sicura che dà senso alla nostra vita.

(Regina Coeli - Domenica  07/05/2017)

 

 

LAICI MISSIONARI

LA DOCILITÀ DELLO SPIRITO

 

Sono stati i laici, dispersi dalla persecuzioni scatenata dopo il martirio di Stefano, a portare la parola ai pagani ad Antiochia, dove per la prima volta vennero chiamati “cristiani”, ottenendo poi il via libera e l’incoraggiamento dalla comunità degli apostoli a Gerusalemme attraverso Bàrnaba. E il segreto di quella prima e straordinaria evangelizzazione è stata la docilità alla Spirito Santo per accogliere e annunciare la parola . Offriamo la celebrazione per le suore di Casa Santa Marta — le figlie della carità di San Vincenzo de’ Paoli — che ricordano il giorno della loro fondatrice, santa Luisa di Marillac.

Dopo il martirio di Stefano scoppiò una grande persecuzione a Gerusalemme, restarono soltanto gli apostoli mentre i laici sono andati, dispersi: sono stati loro a portare la buona notizia di Gesù.

Stefano ha rimproverato tante volte la durezza di cuore ai capi, ai dottori della legge dicendo loro : Voi sempre avete resistito allo Spirito Santo: il peccato, insomma, di fare resistenza allo Spirito Santo. 

Oggi le letture ci parlano di un altro atteggiamento, il contrario: la docilità allo Spirito Santo, che è l’atteggiamento dei cristiani. 

L’apostolo Giacomo ci consiglia di accogliere con docilità la parola, riceverla come viene: la parola che porta lo Spirito. Ecco che bisogna essere aperti, non chiusi, non rigidi: aperti. E il primo passo nel cammino della docilità è accogliere la parola: aprire il cuore, riceverla, lasciarla entrare come il seme che poi germoglierà. Accolta la parola, dopo si approfondisce un po’ e il secondo passo è conoscere la parola: conoscere la parola e conoscere Gesù. 

E poi un terzo passo è la familiarità con la parola. È importante, infatti, portare sempre con noi la parola, leggerla, aprire il cuore alla parola, aprire il cuore allo Spirito che è quello che ci fa capire la parola. E il frutto di questo ricevere la parola, di conoscere la parola, di portarla con noi, di questa familiarità con la parola, è un frutto grande: l’atteggiamento di una persona che fa questo, è animato da bontà, benevolenza, gioia, pace, padronanza di sé, mitezza. Insomma, tutto quello che l’apostolo Paolo dice ai Gàlati. Lo stile che ci dà la docilità allo Spirito è questo; ma devo ricevere lo Spirito che mi porta alla parola con docilità, e questa docilità, non fare resistenza allo Spirito, mi porterà a questo modo di vivere, a questo modo di agire.

Gli Atti degli apostoli ci dicono che quando la notizia di questa gente che, venuta da Cipro e da Cirène, annunciava la parola ai pagani, giunse a Gerusalemme, anche loro si sono un po’ spaventati e mandarono Bàrnaba ad Antiochia per una verifica.

Quando questi giunse e vide la grazia di Dio, si rallegrò ed esortava tutti a restare, con cuore risoluto, fedele al Signore. Bàrnaba, era un “uomo virtuoso e pieno di Spirito Santo. Così c’è lo Spirito che ci guida a non sbagliare, ad accogliere con docilità lo Spirito, conoscere lo Spirito nella parola e vivere secondo lo Spirito. Un atteggiamento che è il contrario rispetto alle resistenze che Stefano rimprovera ai dottori della legge: “Voi sempre avete resistito allo Spirito Santo”. Domandiamoci se resistiamo allo Spirito, se gli facciamo resistenza o lo accogliamo con docilità, questa è la parola di Giacomo: “accogliere con docilità”. Si potrebbe dire, in sintesi, resistenza contro docilità, invitando a chiedere la grazia di essere docili.  (Meditazione mattutina nella cappella della domus Sanctae Marthae - Martedì, 09 Maggio 2017)

 

 

MARIA MADRE DI SPERANZA

 

Nel nostro itinerario di catechesi sulla speranza cristiana, oggi guardiamo a Maria, Madre della speranza. Maria ha attraversato più di una notte nel suo cammino di madre. Fin dal primo apparire nella storia dei vangeli, la sua figura si staglia come se fosse il personaggio di un dramma. Non era semplice rispondere con un “sì” all’invito dell’angelo: eppure lei, donna ancora nel fiore della giovinezza, risponde con coraggio, nonostante nulla sapesse del destino che l’attendeva. Maria in quell’istante ci appare come una delle tante madri del nostro mondo, coraggiose fino all’estremo quando si tratta di accogliere nel proprio grembo la storia di un nuovo uomo che nasce.

Quel “sì” è il primo passo di una lunga lista di obbedienze che accompagneranno il suo itinerario di madre. Così Maria appare nei vangeli come una donna silenziosa, che spesso non comprende tutto quello che le accade intorno, ma che medita ogni parola e ogni avvenimento nel suo cuore.

In questa disposizione c’è un ritaglio bellissimo della psicologia di Maria: non è una donna che si deprime davanti alle incertezze della vita, specialmente quando nulla sembra andare per il verso giusto. Non è nemmeno una donna che protesta con violenza, che inveisce contro il destino della vita che ci rivela spesso un volto ostile. È invece una donna che ascolta: non dimenticatevi che c’è sempre un grande rapporto tra la speranza e l’ascolto, e Maria è una donna che ascolta. Fino alla notte suprema di Maria, quando il suo Figlio è inchiodato al legno della croce , era quasi sparita dalla trama dei vangeli: gli scrittori sacri lasciano intendere questo lento eclissarsi della sua presenza, il suo rimanere muta davanti al mistero di un Figlio che obbedisce al Padre. Però Maria riappare proprio nel momento cruciale: quando buona parte degli amici si sono dileguati a motivo della paura. Le madri non tradiscono, e in quell’istante, ai piedi della croce, nessuno di noi può dire quale sia stata la passione più crudele: se quella di un uomo innocente che muore sul patibolo della croce, o l’agonia di una madre che accompagna gli ultimi istanti della vita di suo figlio. I vangeli sono laconici, ed estremamente discreti. Registrano con un semplice verbo la presenza della Madre: lei “stava”. Nulla dicono della sua reazione: se piangesse, se non piangesse … nulla; nemmeno una pennellata per descrivere il suo dolore. Stava lì, nel più brutto momento, nel momento più crudele, e soffriva con il figlio. Maria “stava” nel buio più fitto, ma “stava”. Non se ne è andata. Maria è lì, fedelmente presente. Nemmeno lei conosce il destino di risurrezione che suo Figlio stava in quell’istante aprendo per tutti noi uomini: è lì per fedeltà al piano di Dio di cui si è proclamata serva nel primo giorno della sua vocazione, ma anche a causa del suo istinto di madre che semplicemente soffre, ogni volta che c’è un figlio che attraversa una passione. La ritroveremo nel primo giorno della Chiesa, lei, madre di speranza, in mezzo a quella comunità di discepoli così fragili: uno aveva rinnegato, molti erano fuggiti, tutti avevano avuto paura. Ma lei semplicemente stava lì, nel più normale dei modi, come se fosse una cosa del tutto naturale: nella prima Chiesa avvolta dalla luce della Risurrezione, ma anche dai tremori dei primi passi che doveva compiere nel mondo. Per questo tutti noi la amiamo come Madre. Non siamo orfani: abbiamo una Madre in cielo, che è la Santa Madre di Dio. Perché ci insegna la virtù dell’attesa, anche quando tutto appare privo di senso: lei sempre fiduciosa nel mistero di Dio, anche quando Lui sembra eclissarsi per colpa del male del mondo. Nei momenti di difficoltà, Maria, la Madre che Gesù ha regalato a tutti noi, possa sempre sostenere i nostri passi, possa sempre dire al nostro cuore: “Alzati! Guarda avanti, guarda l’orizzonte”, perché Lei è Madre di speranza. (Udienza Generale - Mercoledì 10/05/2017)

 
Copyright © 2017 parrocchia mariamaddalena. Tutti i diritti riservati.
Joomla! è un software libero rilasciato sotto licenza GNU/GPL.