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Scritto da Administrator   

n° 17 Sabato 29 Aprile 2017

IL PRIMO COMPITO DELLA CHIESA : ANNUNCIARE IL PERDONO

 Noi sappiamo che ogni domenica facciamo memoria della risurrezione del Signore Gesù, ma in questo periodo dopo la Pasqua la domenica si riveste di un significato ancora più illuminante. Nella tradizione della Chiesa, questa domenica, la prima dopo la Pasqua, veniva chiamata “in albis”. Cosa significa questo? L’espressione intendeva richiamare il rito che compivano quanti avevano ricevuto il battesimo nella Veglia di Pasqua. A ciascuno di loro veniva consegnata una veste bianca – “alba”, “bianca” – per indicare la nuova dignità dei figli di Dio. Ancora oggi si fa questo: ai neonati si offre una piccola veste simbolica, mentre gli adulti ne indossano una vera e propria, come abbiamo visto nella Veglia pasquale.

 E quella veste bianca, nel passato, veniva indossata per una settimana, fino a questa domenica, e da questo deriva il nome in albis deponendis, che significa la domenica in cui si toglie la veste bianca. E così, tolta le veste bianca, i neofiti iniziavano la loro nuova vita in Cristo e nella Chiesa.

C’è un’altra cosa. Nel Giubileo dell’Anno 2000, san Giovanni Paolo II ha stabilito che questa domenica sia dedicata alla Divina Misericordia. 

Scrive san Giovanni che Gesù, dopo aver salutato i suoi discepoli, disse loro: «Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi». Detto questo, fece il gesto di soffiare verso di loro e aggiunse: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati». Ecco il senso della misericordia che si presenta proprio nel giorno della risurrezione di Gesù come perdono dei peccati. Gesù Risorto ha trasmesso alla sua Chiesa, come primo compito, la sua stessa missione di portare a tutti l’annuncio concreto del perdono. Questo è il primo compito: annunciare il perdono. Questo segno visibile della sua misericordia porta con sé la pace del cuore e la gioia dell’incontro rinnovato con il Signore.

La misericordia apre la porta della mente per comprendere meglio il mistero di Dio e della nostra esistenza personale. La misericordia ci fa capire che la violenza, il rancore, la vendetta non hanno alcun senso, e la prima vittima è chi vive di questi sentimenti, perché si priva della propria dignità. La misericordia apre anche la porta del cuore e permette di esprimere la vicinanza soprattutto con quanti sono soli ed emarginati, perché li fa sentire fratelli e figli di un solo Padre. 

(Regina Coeli - Domenica della Divina Misericordia 23/04/2017)

 

IL VANGELO È PROCLAMATO SEMPRE

IN CAMMINO

 

Nel Vangelo di Mc 16, 15-20 leggiamo: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura». In questa consegna c’è la missione che Gesù dà ai discepoli: la missione di annunciare il Vangelo, di proclamare il Vangelo. E la prima cosa che chiede Gesù è di andare, non rimanere in Gerusalemme: “Andate in tutto il mondo, proclamate il Vangelo a ogni creatura”. È un invito a uscire, andare.

Del resto, il Vangelo è proclamato sempre in cammino: mai seduti, sempre in cammino, sempre. Uscire, dunque, per andare dove Gesù non è conosciuto o dove Gesù è perseguitato o dove Gesù è sfigurato, per proclamare il vero Vangelo.  

Così i cristiani sono chiamati a uscire per annunciare, e anche in questa uscita va la vita, si gioca la vita del predicatore: non è al sicuro, non ci sono assicurazioni sulla vita per i predicatori. Tanto che se un predicatore cerca un’assicurazione sulla vita, non è un vero predicatore del Vangelo: non esce, rimane, sicuro.

Primo: andate, uscite. Perché il Vangelo, l’annuncio di Gesù Cristo, si fa in uscita, sempre; in cammino, sempre. E sia in cammino fisico sia in cammino spirituale sia in cammino della sofferenza: pensiamo all’annuncio del Vangelo che fanno tanti malati — tanti malati! — che offrono i dolori per la Chiesa, per i cristiani. Sono persone che sempre escono da se stesse.

Il Vangelo va annunciato in umiltà (cfr 1 Pt 5, 5-14), perché il Figlio di Dio si è umiliato, si è annientato: lo stile di Dio è questo, non ce n’è un altro. E l’annuncio del Vangelo non è un carnevale, una festa che è una cosa bellissima, ma questo non è l’annuncio del Vangelo. Ci vuole l’umiltà: il Vangelo non può essere annunciato con il potere umano, non può essere annunciato con lo spirito di arrampicare e andare su, no! Questo non è il Vangelo!

Per annunciare il Vangelo ci vuole la grazia di Dio, e per ricevere questa grazia è necessaria l’umiltà. E Pietro aggiunge anche queste parole: Umiliatevi sotto la potente mano di Dio, riversando su di Lui ogni preoccupazione.

L’umiltà è necessaria proprio perché noi portiamo avanti un annuncio di umiliazione, di gloria ma tramite l’umiliazione. E l’annuncio del Vangelo subisce la tentazione: la tentazione del potere, la tentazione della superbia, la tentazione delle mondanità, di tante mondanità che ci sono e ci portano a predicare o a recitare. Sì, perché non è predica un Vangelo innacquato, senza forza, un Vangelo senza Cristo crocifisso e risorto. 

L’annuncio del Vangelo, se è vero, subisce la tentazione. Se un cristiano che dice di annunciare il Vangelo, con la parola o con la testimonianza, mai è tentato, può star tranquillo che il diavolo non se ne preoccupa e quando il diavolo non si preoccupa è perché non gli facciamo problema, perché stiamo predicando una cosa che non serve. Ecco perché nella vera predicazione c’è sempre qualcosa di tentazione e anche di persecuzione.

Evangelizzare nella consapevolezza che il Signore è accanto a noi, agisce con noi e conferma il nostro lavoro.

(Messa per Tawadros II - Nella festa di san Marco il Papa offre la celebrazione a Santa Marta per il Patriarca copto - Martedì, 25 aprile 2017)

 

 

LA SPERANZA CRISTIANA –

“IO SONO CON VOI TUTTI I GIORNI, FINO ALLA FINE DEL MONDO” (MT 28, 20):

LA PROMESSA CHE DÀ SPERANZA

 Queste ultime parole del Vangelo di Matteo richiamano l’annuncio profetico che troviamo all’inizio: «A lui sarà dato il nome di Emmanuele, che significa Dio con noi». Dio sarà con noi, tutti i giorni, fino alla fine del mondo. Il nostro Dio non è un Dio assente, sequestrato da un cielo lontanissimo; è invece un Dio “appassionato” dell’uomo, così teneramente amante da essere incapace di separarsi da lui. Noi umani siamo abili nel recidere legami e ponti. Lui invece no. Se il nostro cuore si raffredda, il suo rimane sempre incandescente. Il nostro Dio ci accompagna sempre, anche se per sventura noi ci dimenticassimo di Lui. Sul crinale che divide l’incredulità dalla fede, decisiva è la scoperta di essere amati e accompagnati dal nostro Padre, di non essere mai lasciati soli da Lui. 

Fino a quando perdurerà la cura di Dio nei confronti dell’uomo? Fino a quando il Signore Gesù, che cammina con noi, fino a quando avrà cura di noi? La risposta del Vangelo non lascia adito a dubbi: fino alla fine del mondo! 

Non ci sarà giorno della nostra vita in cui cesseremo di essere una preoccupazione per il cuore di Dio. Lui si preoccupa di noi, e cammina con noi. E perché fa questo? Semplicemente perché ci ama. Capito questo? Ci ama! E Dio sicuramente provvederà a tutti i nostri bisogni, non ci abbandonerà nel tempo della prova e del buio. Questa certezza chiede di annidarsi nel nostro animo per non spegnersi mai. Qualcuno la chiama con il nome di “Provvidenza”. Cioè la vicinanza di Dio, l’amore di Dio, il camminare di Dio con noi si chiama anche la “Provvidenza di Dio”: Lui provvede alla nostra vita.

Non a caso tra i simboli cristiani della speranza ce n’è uno che a me piace tanto: l’àncora. Essa esprime che la nostra speranza non è vaga; non va confusa con il sentimento mutevole di chi vuole migliorare le cose di questo mondo in maniera velleitaria, facendo leva solo sulla propria forza di volontà. La speranza cristiana, infatti, trova la sua radice non nell’attrattiva del futuro, ma nella sicurezza di ciò che Dio ci ha promesso e ha realizzato in Gesù Cristo. Se Lui ci ha garantito di non abbandonarci mai, se l’inizio di ogni vocazione è un «Seguimi», con cui Lui ci assicura di restare sempre davanti a noi, perché allora temere? Con questa promessa, i cristiani possono camminare ovunque. Anche attraversando porzioni di mondo ferito, dove le cose non vanno bene, noi siamo tra coloro che anche là continuano a sperare. Dice il salmo: «Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me» (Sal 23,4). È proprio dove dilaga il buio che bisogna tenere accesa una luce. Torniamo all’àncora. La nostra fede è l’àncora in cielo. Noi abbiamo la nostra vita ancorata in cielo. Cosa dobbiamo fare? Aggrapparci alla corda: è sempre lì. E andiamo avanti perché siamo sicuri che la nostra vita ha come un’àncora nel cielo, su quella riva dove arriveremo.

Certo, se facessimo affidamento solo sulle nostre forze, avremmo ragione di sentirci delusi e sconfitti, perché il mondo spesso si dimostra refrattario alle leggi dell’amore. Preferisce, tante volte, le leggi dell’egoismo. Ma se sopravvive in noi la certezza che Dio non ci abbandona, che Dio ama teneramente noi e questo mondo, allora subito muta la prospettiva. “Homo viator, spe erectus”, dicevano gli antichi. Lungo il cammino, la promessa di Gesù «Io sono con voi» ci fa stare in piedi, eretti, con speranza, confidando che il Dio buono è già al lavoro per realizzare ciò che umanamente pare impossibile, perché l’àncora è sulla spiaggia del cielo.

Il santo popolo fedele di Dio è gente che sta in piedi – “homo viator” – e cammina, ma in piedi, “erectus”, e cammina nella speranza. E dovunque va, sa che l’amore di Dio l’ha preceduto: non c’è parte del mondo che sfugga alla vittoria di Cristo Risorto. E qual è la vittoria di Cristo Risorto? La vittoria dell’amore.

(Udienza Generale - Mercoledì 26/04/2017)

 
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