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Sabato 18 Marzo 2017 00:00

n° 11 Sabato 18 Marzo 2017

LA CROCE È LA PORTA DELLA RISURREZIONE

 

Gesù, presi in disparte tre degli apostoli, Pietro, Giacomo e Giovanni, salì con loro su un monte alto, e là avvenne questo singolare fenomeno: il volto di Gesù «brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce» (cfr Mt 17,1-9).

 In tal modo il Signore fece risplendere nella sua stessa persona quella gloria  divina che si poteva cogliere con la fede nella sua predicazione e nei suoi gesti miracolosi. E alla trasfigurazione si accompagna, sul monte, l’apparizione di Mosè e di Elia, «che conversavano con lui».

La “luminosità” che caratterizza questo evento straordinario ne simboleggia lo scopo: illuminare le menti e i cuori dei discepoli affinché possano comprendere chiaramente chi sia il loro Maestro. È uno sprazzo di luce che si apre improvviso sul mistero di Gesù e illumina tutta la sua persona e tutta la sua vicenda.

Ormai decisamente avviato verso Gerusalemme, dove dovrà subire la condanna a morte per crocifissione, Gesù vuole preparare i suoi a questo scandalo – lo scandalo della croce -, a questo scandalo troppo forte per la loro fede e, al tempo stesso, preannunciare la sua risurrezione, manifestandosi come il Messia, il Figlio di Dio. E Gesù li prepara per quel momento triste e di tanto dolore. In effetti, Gesù si stava dimostrando un Messia diverso rispetto alle attese, a quello che loro immaginavano sul Messia, come fosse il Messia: non un re potente e glorioso, ma un servo umile e disarmato; non un signore di grande ricchezza, segno di benedizione, ma un uomo povero che non ha dove posare il capo; non un patriarca con numerosa discendenza, ma un celibe senza casa e senza nido. È davvero una rivelazione di Dio capovolta, e il segno più sconcertante di questo scandaloso capovolgimento è la croce. Ma proprio attraverso la croce Gesù giungerà alla gloriosa risurrezione, che sarà definitiva, non come questa trasfigurazione che è durata un momento, un istante.

Gesù trasfigurato sul monte Tabor ha voluto mostrare ai suoi discepoli la sua gloria non per evitare a loro di passare attraverso la croce, ma per indicare dove porta la croce. Chi muore con Cristo, con Cristo risorgerà. E la croce è la porta della risurrezione. Chi lotta insieme a Lui, con Lui trionferà. Questo è il messaggio di speranza che la croce di Gesù contiene, esortando alla fortezza nella nostra esistenza. La Croce cristiana non è una suppellettile della casa o un ornamento da indossare, ma la croce cristiana è un richiamo all’amore con cui Gesù si è sacrificato per salvare l’umanità dal male e dal peccato. In questo tempo di Quaresima, contempliamo con devozione l’immagine del crocifisso, Gesù in croce: esso è il simbolo della fede cristiana, è l’emblema di Gesù, morto e risorto per noi. (Angelus - II Domenica di Quaresima,12/03/2017)

 

CATECHISTE E CATECHISTI: PILASTRI NELLA VITA DI UNA PARROCCHIA

 

Rispondendo ad alcune domane dei bambini il S.Padre ha così risposto :

"Cosa mi spaventa o mi fa paura… A me spaventa quando una persona è cattiva: la malvagità della gente. Ma, quando una persona – perché tutti noi abbiamo i semi della cattiveria, dentro, perché è il peccato che ti porta a questo – ma quando una persona sceglie di essere cattiva, quello mi spaventa tanto. Perché una persona cattiva può fare tanto male. E mi spaventa anche quando in una famiglia, in un quartiere, in un posto di lavoro, in una parrocchia, anche in Vaticano, quando ci sono le chiacchiere, questo mi spaventa.  E le chiacchiere distruggono, distruggono. Distruggono una famiglia, distruggono un quartiere, distruggono una parrocchia, distruggono tutto. Ma soprattutto le chiacchiere distruggono il tuo cuore. "Abbiate paura delle chiacchiere! Morditi la lingua prima di dirle. “Ma mi fa male!”. Sì, ti farà male, ma non farai del male all’altro! Capito? Davvero, a me spaventa la capacità di distruzione che hanno le chiacchiere, questo sparlare dell’altro ma di nascosto; distruggerlo, di nascosto. E questo è bruttissimo. 

Alzino le mani le catechiste… Io vi ringrazio tanto. Cosa sarebbe la Chiesa senza di voi? Voi siete pilastri nella vita di una parrocchia, nella vita di una diocesi. Non si può concepire una diocesi, una parrocchia senza catechisti. E questo dai primi tempi, dal tempo dopo la Risurrezione di Gesù: c’erano le donne che andavano ad aiutare le amiche, e facevano le catechiste. E’ una vocazione bellissima. E’ una vocazione bellissima. Non è facile fare il catechista, perché il catechista non  solo deve insegnare “cose”, deve insegnare atteggiamenti, deve insegnare valori, tante cose, come si vive… E’ un lavoro difficile. Ringrazio tanto voi, catechiste e catechisti, per il vostro lavoro. Grazie tante. Grazie. ".

"Oggi noi possiamo comunicare dappertutto. Ma manca il dialogo. Pensate questo … Chiudete gli occhi, immaginate questo: a tavola, mamma, papà, io, mio fratello, mia sorella, ognuno di noi con il suo proprio telefonino, parlando… Tutti parlano ma parlano fuori: tra loro non si parla. Tutti comunicano, vero?, sì, tramite il telefonino, ma non dialogano. Questo è il problema. La mancanza di dialogo. E la mancanza di ascolto. L’ascolto è il primo passo del dialogo, e questo credo che sia un problema che noi dobbiamo risolvere. Una delle malattie più brutte del tempo di oggi è la poca capacità di ascolto. Come se noi avessimo le orecchie bloccate. L’ascolto… Sì, “io sto comunicando con il telefonino”, ma non ascolti quelli che sono vicino a te, non dialoghi, sei in comunicazione con altro che forse non è comunicazione vera, non è dialogo: io dico una cosa, tu dici l’altra, ma tutto virtuale. Dobbiamo arrivare al dialogo concreto, e lo dico a voi, giovani. E come si incomincia a dialogare? Con l’orecchio. Sbloccare le orecchie. Orecchie aperte per sentire cosa succede. 

Ascoltare. E dall’ascolto al dialogo. E anche al dialogo concreto, perché questo che si fa con il telefonino è virtuale, è “liquido”, non è concreto. La concretezza del dialogo. Questo è molto importante. Hai capito?

Imparate a dire domande: “Oh, come stai?” – “Bene…” – “Cosa hai fatto ieri?...”. Fai una domanda e fai parlare l’altro. E così incomincia il dialogo. Ma che l’altro parli sempre prima, e tu, ascoltare bene. Questo si chiama “l’apostolato dell’orecchio”. Capito? Così va il dialogo. Da noi si dice che tante volte i preti devono “parlare alla nuora perché senta la suocera”; e io queste cose le dico ai bambini, ma perché sentano anche i grandi! Tutti abbiamo bisogno di imparare queste cose. (Visita pastorale del Santo Padre Francesco alla Parrocchia romana di Santa Maddalena di Canossa - Domenica, 12 marzo 2017- Incontro con i bambini)

 

LIETI NELLA SPERANZA CRISTIANA (CFR RM 12, 9-13)

 

Sappiamo bene che il grande comandamento che ci ha lasciato il Signore Gesù è quello di amare: amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente e amare il prossimo come noi stessi (cfr Mt 22,37-39), cioè siamo chiamati all’amore, alla carità. E questa è la nostra vocazione più alta, la nostra vocazione per eccellenza; e ad essa è legata anche la gioia della speranza cristiana. Chi ama ha la gioia della speranza, di arrivare a incontrare il grande amore che è il Signore. L’Apostolo Paolo ci mette in guardia: c’è il rischio che la nostra carità sia ipocrita, che il nostro amore sia ipocrita. 

L’ipocrisia può insinuarsi ovunque, anche nel nostro modo di amare. Questo si verifica quando il nostro è un amore interessato, mosso da interessi personali; e quanti amori interessati ci sono … quando i servizi caritativi in cui sembra che ci prodighiamo sono compiuti per mettere in mostra noi stessi o per sentirci appagati: “Ma, quanto bravo sono”! No, questa è ipocrisia! o ancora quando miriamo a cose che abbiano “visibilità” per fare sfoggio della nostra intelligenza o della nostra capacità. Dietro a tutto questo c’è un’idea falsa, ingannevole, vale a dire che, se amiamo, è perché noi siamo buoni; come se la carità fosse una creazione dell’uomo, un prodotto del nostro cuore. La carità, invece, è anzitutto una grazia, un regalo; poter amare è un dono di Dio, e dobbiamo chiederlo. E Lui lo dà volentieri, se noi lo chiediamo. La carità è una grazia: non consiste nel far trasparire quello che noi siamo, ma quello che il Signore ci dona e che noi liberamente accogliamo; e non si può esprimere nell’incontro con gli altri se prima non è generata dall’incontro con il volto mite e misericordioso di Gesù.Paolo ci invita a riconoscere che siamo peccatori, e che anche il nostro modo di amare è segnato dal peccato. Nello stesso tempo, però, si fa portatore di un annuncio nuovo, un annuncio di speranza: il Signore apre davanti a noi una via di liberazione, una via di salvezza. È la possibilità di vivere anche noi il grande comandamento dell’amore, di diventare strumenti della carità di Dio. E questo avviene quando ci lasciamo guarire e rinnovare il cuore da Cristo risorto. Il Signore risorto che vive tra noi, che vive con noi è capace di guarire il nostro cuore: lo fa, se noi lo chiediamo. È Lui che ci permette, pur nella nostra piccolezza e povertà, di sperimentare la compassione del Padre e di celebrare le meraviglie del suo amore. E si capisce allora che tutto quello che possiamo vivere e fare per i fratelli non è altro che la risposta a quello che Dio ha fatto e continua a fare per noi. Anzi, è Dio stesso che, prendendo dimora nel nostro cuore e nella nostra vita, continua a farsi vicino e a servire tutti coloro che incontriamo ogni giorno sul nostro cammino, a cominciare dagli ultimi e dai più bisognosi nei quali Lui per primo si riconosce. (Udienza Generale - Mercoledì 15/03/2017)

 
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