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Scritto da Administrator   

n° 8 Sabato 25 Febbraio 2017

I NEMICI SONO ANCHE QUELLI CHE PARLANO MALE DI NOI

Nel Vangelo di questa domenica (Mt 5,38-48) – una di quelle pagine che meglio esprimono la “rivoluzione” cristiana – Gesù mostra la via della vera giustizia mediante la legge dell’amore che supera quella del taglione, cioè «occhio per occhio e dente per dente». Questa antica regola imponeva di infliggere ai trasgressori pene equivalenti ai danni arrecati: la morte a chi aveva ucciso, l’amputazione a chi aveva ferito qualcuno, e così via. Gesù non chiede ai suoi discepoli di subire il male, anzi, chiede di reagire, però non con un altro male, ma con il bene. Solo così si spezza la catena del male: un male porta un altro male, un altro porta un altro male… Si spezza questa catena di male, e cambiano veramente le cose. Il male infatti è un “vuoto”, un vuoto di bene, e un vuoto non si può riempire con un altro vuoto, ma solo con un “pieno”, cioè con il bene. La rappresaglia non porta mai alla risoluzione dei conflitti. “Tu me l’hai fatta, io te la farò”: questo mai risolve un conflitto, e neppure è cristiano. Per Gesù il rifiuto della violenza può comportare anche la rinuncia ad un legittimo diritto; e ne dà alcuni esempi: porgere l’altra guancia, cedere il proprio vestito o il proprio denaro, accettare altri sacrifici. Ma questa rinuncia non vuol dire che le esigenze della giustizia vengano ignorate o contraddette; no, al contrario, l’amore cristiano, che si manifesta in modo speciale nella misericordia, rappresenta una realizzazione superiore della giustizia. Quello che Gesù ci vuole insegnare è la netta distinzione che dobbiamo fare tra la giustizia e la vendetta. Distinguere tra giustizia e vendetta. La vendetta non è mai giusta. Ci è consentito di chiedere giustizia; è nostro dovere praticare la giustizia. Ci è invece proibito vendicarci o fomentare in qualunque modo la vendetta, in quanto espressione dell’odio e della violenza. Gesù non vuole proporre un nuovo ordinamento civile, ma piuttosto il comandamento dell’amore del prossimo, che comprende anche l’amore per i nemici: «Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano» . E questo non è facile. Questa parola non va intesa come approvazione del male compiuto dal nemico, ma come invito a una prospettiva superiore, a una prospettiva magnanima, simile a quella del Padre celeste, il quale - dice Gesù - «fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti». Anche il nemico, infatti, è una persona umana, creata come tale a immagine di Dio, sebbene al presente questa immagine sia offuscata da una condotta indegna. Quando parliamo di “nemici” non dobbiamo pensare a chissà quali persone diverse e lontane da noi; parliamo anche di noi stessi, che possiamo entrare in conflitto con il nostro prossimo, a volte con i nostri familiari. Quante inimicizie nelle famiglie, quante! Pensiamo a questo. Nemici sono anche coloro che parlano male di noi, che ci calunniano e ci fanno dei torti. E non è facile digerire questo. A tutti costoro siamo chiamati a rispondere con il bene, che ha anch’esso le sue strategie, ispirate dall’amore. La Vergine Maria ci aiuti a praticare la pazienza, il dialogo, il perdono, e ad essere così artigiani di comunione, artigiani di fraternità nella nostra vita quotidiana, soprattutto nella nostra famiglia. 

     (Angelus - Domenica, 19/02/2017)

 

TENTATI DALLA MONDANITÀ

 

Il quotidiano sforzo di tutti i cristiani nel cercare di vincere la tentazione della mondanità, del sentirsi più grandi degli altri, è stato al centro della meditazione di Papa Francesco. Una tentazione inevitabile prendendo spunto dalla liturgia della parola. Innanzitutto dalla lettura tratta dal libro del Siracide (2, 1-13) dove è scritto: «Figlio, se ti presenti per servire il Signore, resta saldo nella giustizia e nel timore; preparati alla tentazione».  La vita cristiana è una vita con tentazioni e perciò dobbiamo essere preparati, alle tentazioni perché tutti saremo tentati. La conferma si trova nel Vangelo di Marco (9, 30-37) in cui si narra di Gesù che andava con i discepoli decisamente, risolutamente verso Gerusalemme per compiere la sua missione, quella, cioè, di fare la volontà del Padre. Gesù anticipava ai discepoli quello che gli sarebbe accaduto a Gerusalemme: Il Figlio dell’Uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno. E ancora: Ma una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà. Eppure i discepoli non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo, di andare oltre, nelle spiegazioni, tanto che dicevano: Fermiamoci qui. È meglio. Subivano cioè la tentazione di non compiere la missione. Una tentazione alla quale è stato sottoposto anche lo stesso Gesù almeno due volte. La prima, nel deserto, con le tre proposte del diavolo di fare la redenzione ma per un’altra via, più facile, più alla mano. Poi un’altra volta è stato Pietro a tentarlo quando, a Gesù che parlava del suo destino, disse: No, non accada mai, Signore, questo!. E anche a lui Gesù rispose: Vade retro, Satana!. Infatti Pietro faceva lo stesso che aveva fatto nel deserto il diavolo, Satana. Una cosa interessante nel racconto evangelico è che i discepoli non volevano sentire questa parola di Gesù. Anzi non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo. Le difficoltà dei discepoli si chiariscono ancora meglio andando avanti nella lettura. Infatti quando giunsero a Cafarnao, Gesù chiese loro: “Di che cosa stavate discutendo per la strada?”. E anche qui, essi tacevano. Ma stavolta tacevano per la vergogna. Infatti, se la prima volta avevano avuto timore e si ripetevano ma no, non domandiamo niente di più: meglio stare zitti», stavolta si vergognavano perché per la strada avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Si sono vergognati di quella discussione. Un duplice atteggiamento, quello del timore e della vergogna, erano gente buona, che voleva seguire il Signore, servire il Signore. Ma non sapevano che la strada del servizio al Signore non era così facile, non era come un arruolarsi in un’entità, un’associazione di beneficenza. E avevano timore di questo. D’altro canto, avevano la tentazione della mondanità. Un passo del Vangelo ci porta a pregare per la Chiesa, pregare per tutti noi perché il Signore ci difenda dalle ambizioni, dalle mondanità di quel sentirsi più grandi degli altri. Che il Signore ci dia la grazia della vergogna, quella santa vergogna, quando ci troviamo in quella situazione, la grazia di dire: Ma io sono capace di pensare così? Quando vedo il mio Signore in croce, e io voglio usare il Signore per arrampicarmi?. Ma anche, ci dia la grazia della semplicità di un bambino, di capire l’importanza della strada del servizio e, alla fine di una vita di servizio, di saper dire: Sono un servo inutile.  

(Meditazione mattutina nella cappella della domus Sanctae Marthae - Martedì, 21 febbraio 2017)

 

NELLA SPERANZA CI RICONOSCIAMO TUTTI SALVATI (CFR RM 8,19-27)

 Nella lettera ai Romani (8,19-27), l’Apostolo Paolo ci ricorda che la creazione è un dono meraviglioso che Dio ha posto nelle nostre mani, perché possiamo entrare in relazione con Lui e possiamo riconoscervi l’impronta del suo disegno d’amore, alla cui realizzazione siamo chiamati tutti a collaborare, giorno dopo giorno. Quando però si lascia prendere dall’egoismo, l’essere umano finisce per rovinare anche le cose più belle che gli sono state affidate. E così è successo anche per il creato. Pensiamo all’acqua. L’acqua è una cosa bellissima e tanto importante; l’acqua ci dà la vita, ci aiuta in tutto ma per sfruttare i minerali si contamina l’acqua, si sporca la creazione e si distrugge la creazione. Questo è un esempio soltanto. Ce ne sono tanti. Con l’esperienza tragica del peccato, rotta la comunione con Dio, abbiamo infranto l’originaria comunione con tutto quello che ci circonda e abbiamo finito per corrompere la creazione, rendendola così schiava, sottomessa alla nostra caducità. E purtroppo la conseguenza di tutto questo è drammaticamente sotto i nostri occhi, ogni giorno. Quando rompe la comunione con Dio, l’uomo perde la propria bellezza originaria e finisce per sfigurare attorno a sé ogni cosa; e dove tutto prima rimandava al Padre Creatore e al suo amore infinito, adesso porta il segno triste e desolato dell’orgoglio e della voracità umani. L’orgoglio umano, sfruttando il creato, distrugge. Il Signore però non ci lascia soli e anche in questo quadro desolante ci offre una prospettiva nuova di liberazione, di salvezza universale. È quello che Paolo mette in evidenza con gioia, invitandoci a prestare ascolto ai gemiti dell’intero creato. Noi siamo ancora alle prese con le conseguenze del nostro peccato e tutto, attorno a noi, porta ancora il segno delle nostre fatiche, delle nostre mancanze, delle nostre chiusure. Nello stesso tempo, però, sappiamo di essere stati salvati dal Signore e già ci è dato di contemplare e di pregustare in noi e in ciò che ci circonda i segni della Risurrezione, della Pasqua, che opera una nuova creazione. Questo è il contenuto della nostra speranza. Il cristiano non vive fuori dal mondo, sa riconoscere nella propria vita e in ciò che lo circonda i segni del male, dell’egoismo e del peccato. È solidale con chi soffre, con chi piange, con chi è emarginato, con chi si sente disperato… Però, nello stesso tempo, il cristiano ha imparato a leggere tutto questo con gli occhi della Pasqua, con gli occhi del Cristo Risorto. Quante volte noi cristiani siamo tentati dalla delusione, dal pessimismo… A volte ci lasciamo andare al lamento inutile, oppure rimaniamo senza parole e non sappiamo nemmeno che cosa chiedere, che cosa sperare… Ancora una volta però ci viene in aiuto lo Spirito Santo, respiro della nostra speranza, il quale mantiene vivi il gemito e l’attesa del nostro cuore. Lo Spirito vede per noi oltre le apparenze negative del presente e ci rivela già ora i cieli nuovi e la terra nuova che il Signore sta preparando per l’umanità.

(Udienza Generale - Mercoledì, 22/02/2017)

 
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