Home
PDF Stampa
Scritto da Administrator   

n° 6 Sabato 11 Febbraio 2017

LA LUCE DELLA NOSTRA FEDE, DONANDOSI, NON SI SPEGNE

MA SI RAFFORZA

 

 Nel Vangelo di  Mt 5,13-16 Gesù utilizza le metafore del sale e della luce e indirizza le sue parole ai discepoli di ogni tempo, quindi anche a noi. Gesù ci invita ad essere un riflesso della sua luce, attraverso la testimonianza delle opere buone. E dice: «Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli». Queste parole sottolineano che noi siamo riconoscibili come veri discepoli di Colui che è la Luce del mondo, non nelle parole, ma dalle nostre opere. Infatti, è soprattutto il nostro comportamento che – nel bene e nel male – lascia un segno negli altri. Abbiamo quindi un compito e una responsabilità per il dono ricevuto: la luce della fede, che è in noi per mezzo di Cristo e dell’azione dello Spirito Santo, non dobbiamo trattenerla come se fosse nostra proprietà. Siamo invece chiamati a farla risplendere nel mondo, a donarla agli altri mediante le opere buone. E quanto ha bisogno il mondo della luce del Vangelo che trasforma, guarisce e garantisce la salvezza a chi lo accoglie! Questa luce noi dobbiamo portarla con le nostre opere buone. La luce della nostra fede, donandosi, non si spegne ma si rafforza. Invece può venir meno se non la alimentiamo con l’amore e con le opere di carità. Così l’immagine della luce s’incontra con quella del sale. La pagina evangelica, infatti, ci dice che, come discepoli di Cristo, siamo anche «il sale della terra». Il sale è un elemento che, mentre dà sapore, preserva il cibo dall’alterazione e dalla corruzione – al tempo di Gesù non c’erano i frigoriferi! –. Pertanto, la missione dei cristiani nella società è quella di dare “sapore” alla vita con la fede e l’amore che Cristo ci ha donato, e nello stesso tempo di tenere lontani i germi inquinanti dell’egoismo, dell’invidia, della maldicenza, e così via. Questi germi rovinano il tessuto delle nostre comunità, che devono invece risplendere come luoghi di accoglienza, di solidarietà, di riconciliazione. 

(Angelus - Domenica, 05/02/2017)

 

QUESTIONE DI DNA

  Il salmo 8 dice : «Ma, Signore, che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi? Il figlio dell’uomo, perché te ne curi?» ed esprime l’ammirazione davanti alla tenerezza, all’amore di Dio: perché tu ti comporti così con noi? Non siamo niente, ma tu sei grande...».

La risposta si trova in Genesi (1, 20 - 2, 4). Lì si legge, infatti, alla fine del sesto giorno: «Dio disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza. Domini sui pesci del mare, gli uccelli...”. E Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò. E li benedisse e disse loro: “Siate fecondi, moltiplicatevi; riempite la Terra; soggiogatela; dominate sui pesci del mare...”». Cioè, Dio dà tutto all’uomo. E la creazione dell’uomo e della donna è l’incoronazione di tutta la creazione del mondo, è il fine. Ma,  cosa ci dà Dio per farci dire nel salmo: «Che cos’è mai l’uomo perché di lui ti ricordi, il figlio dell’uomo perché te ne curi?».

Prima di tutto ci ha dato il dna, cioè ci ha fatto figli, ci ha creati a sua immagine, a sua immagine e somiglianza, come lui. E che gli assomigli tanto o poco, è figlio: ha ricevuto l’identità. Si tratta di un legame che resta. In definitiva, Dio ci ha dato questa identità di figli. Addirittura possiamo dire: Siamo “come dei”, perché siamo figli di Dio. E Dio è contento, perché ha sulla terra un figlio, come ne ha un altro in cielo. È felice il Signore: “È molto buono”, dice a se stesso. Questa, quindi, è la prima cosa che Dio ha dato all’uomo nella creazione. Le seconda è insieme un dono e un compito. Cioè, ci ha dato tutta la terra. E Dio dice agli uomini: riempite la terra, soggiogatela, dominate sui pesci del mare e su ogni essere vivente. Dio, cioè, ha dato la regalità: è un re, l’uomo. È quello che domina. Così lo vuole il Signore: non lo vuole schiavo, lo vuole signore. E cosa comporta questa signoria? Comporta il compito di portare avanti il Creato, cioè un lavoro.

Come lui ha lavorato nella creazione, ha dato a noi il lavoro, ha dato il lavoro di portare avanti il creato. Non di distruggerlo; ma di farlo crescere, di curarlo, di custodirlo e farlo portare frutto avanti. Tra l’altro c’è un fatto curioso: Dio ha dato tutto, ma non ci ha dato i soldi. Non a caso dicono le nonne, che il diavolo entra dalle tasche.... L’ultimo dono che ha dato è l’amore. Dio dice: Non è buono che l’uomo viva da solo. E ha fatto la compagna. Riassumendo, Dio ha detto all’uomo: Tu sei il figlio, tu devi fare questo: custodire il creato, lavorare, andare avanti. E amare. Perché io sono amore e ti do questo. Di fronte a ciò viene da esclamare con la Scrittura: Sei grande, Signore, sei grande! Che cosa è mai l’uomo, perché tu di lui ti ricordi, il figlio dell’uomo perché te ne curi? Davvero, lo hai fatto poco meno di un Dio, di gloria e di onore lo hai coronato. Gli hai dato potere sulle opere delle tue mani: tutto hai posto sotto i suoi piedi. O Signore, quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra! Dio ci ha dato l’identità: abbiamo la stessa identità di Dio, siamo figli di Dio. Siamo stati creati a sua immagine e somiglianza. Ci ha dato il dono della terra, del creato: “Tutto è vostro, ma per portarlo avanti, per custodirlo, non per distruggerlo!”. E questo si fa con il lavoro: il lavoro è un dono di Dio e quando una persona non ha lavoro, si sente senza dignità, le manca qualcosa che viene da Dio. Infine Dio ci ha dato l’amore: l’amore che incomincia qui, nell’uomo e nella donna. Perciò, ringraziamo il Signore per questi tre regali che ci ha dato: l’identità, il dono-compito e l’amore. E chiediamo la grazia di custodire questa identità di figli, di lavorare sul dono che ci ha dato e portare avanti con il nostro lavoro questo dono, e la grazia di imparare ogni giorno ad amare di più.

(Meditazione mattutina nella cappella della domus Sanctae Marthae - Martedì, 7 febbraio 2017) 

 

LA SPERANZA CRISTIANA FONTE DEL CONFORTO RECIPROCO E DELLA PACE

(1TS 5,12-22)

 L’Apostolo Paolo mostra che la speranza cristiana non ha solo un respiro personale, individuale, ma comunitario, ecclesiale. Tutti noi speriamo; tutti noi abbiamo speranza, anche comunitariamente. Per questo, Paolo chiede alle comunità di pregare le une per le altre e di sostenersi a vicenda. Aiutarci a vicenda. Ma non solo aiutarci nei bisogni, nei tanti bisogni della vita quotidiana, ma aiutarci nella speranza, sostenerci nella speranza. E non è un caso che cominci proprio facendo riferimento a coloro ai quali è affidata la responsabilità e la guida pastorale. Sono i primi ad essere chiamati ad alimentare la speranza, e questo non perché siano migliori degli altri, ma in forza di un ministero divino che va ben al di là delle loro forze. Per tale motivo, hanno quanto mai bisogno del rispetto, della comprensione e del supporto benevolo di tutti quanti. L’attenzione poi viene posta sui fratelli che rischiano maggiormente di perdere la speranza, di cadere nella disperazione. Noi sempre abbiamo notizie di gente che cade nella disperazione e fa cose brutte… La disperazione li porta a tante cose brutte. Il riferimento è a chi è scoraggiato, a chi è debole, a chi si sente abbattuto dal peso della vita e delle proprie colpe e non riesce più a sollevarsi. In questi casi, la vicinanza e il calore di tutta la Chiesa devono farsi ancora più intensi e amorevoli, e devono assumere la forma squisita della compassione, che non è avere compatimento: la compassione è patire con l’altro, soffrire con l’altro, avvicinarmi a chi soffre; una parola, una carezza, ma che venga dal cuore; questa è la compassione. Per chi ha bisogno del conforto e della consolazione. Questo è quanto mai importante: la speranza cristiana non può fare a meno della carità genuina e concreta. Nessuno impara a sperare da solo. Non è possibile. La speranza, per alimentarsi, ha bisogno necessariamente di un “corpo”, nel quale le varie membra si sostengono e si ravvivano a vicenda. A sperare sono coloro che sperimentano ogni giorno la prova, la precarietà e il proprio limite. Sono questi nostri fratelli: i piccoli, i poveri, i semplici, gli emarginati a darci la testimonianza più bella, più forte, perché rimangono fermi nell’affidamento al Signore, sapendo che, al di là della tristezza, dell’oppressione e della ineluttabilità della morte, l’ultima parola sarà la sua, e sarà una parola di misericordia, di vita e di pace. Chi spera, spera di sentire un giorno questa parola: “Vieni, vieni da me, fratello; vieni, vieni da me, sorella, per tutta l’eternità”. Cari amici, se la dimora naturale della speranza è un “corpo” solidale, nel caso della speranza cristiana questo corpo è la Chiesa, mentre il soffio vitale, l’anima di questa speranza è lo Spirito Santo. Senza lo Spirito Santo non si può avere speranza. Ecco allora perché l’Apostolo Paolo ci invita alla fine a invocarlo continuamente. Se non è facile credere, tanto meno lo è sperare. È più difficile sperare che credere, è più difficile. Ma quando lo Spirito Santo abita nei nostri cuori, è Lui a farci capire che non dobbiamo temere, che il Signore è vicino e si prende cura di noi; ed è Lui a modellare le nostre comunità, in una perenne Pentecoste, come segni vivi di speranza per la famiglia umana.    (Udienza Generale - Mercoledì, 08/02/2017)

 
Copyright © 2017 parrocchia mariamaddalena. Tutti i diritti riservati.
Joomla! è un software libero rilasciato sotto licenza GNU/GPL.