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Scritto da Administrator   

n° 2 Sabato 14 gennaio 2017

IL PAPA AI 182 AMBASCIATORI

PRESSO LA SANTA SEDE

 Siamo consapevoli di come ancor oggi, l’esperienza religiosa, anziché aprire agli altri, possa talvolta essere usata a pretesto di chiusure, emarginazioni e violenze. Mi riferisco particolarmente al terrorismo di matrice fondamentalista, che ha mietuto anche lo scorso anno numerose vittime in tutto il mondo. Sono gesti vili, che usano i bambini per uccidere, come in Nigeria; prendono di mira chi prega, come nella Cattedrale copta del Cairo, chi viaggia o lavora, come a Bruxelles, chi passeggia per le vie della città, come a Nizza e a Berlino, o semplicemente chi festeggia l’arrivo del nuovo anno, come a Istanbul. Si tratta di una follia omicida che abusa del nome di Dio per disseminare morte, nel tentativo di affermare una volontà di dominio e di potere. Faccio perciò appello a tutte le autorità religiose perché siano unite nel ribadire con forza che non si può mai uccidere nel nome di Dio.

 Come osservava il Concilio Vaticano II, «la pace non è mai qualcosa di raggiunto una volta per tutte, ma è un edificio da costruirsi continuamente», tutelando il bene delle persone, rispettandone la dignità. Edificarla richiede anzitutto di rinunciare alla violenza nel rivendicare i propri diritti. Proprio a tale principio ho voluto dedicare il Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2017, intitolato: «La nonviolenza: stile di una politica per la pace». Edificare la pace esige anche che «si eliminino le cause di discordia che fomentano le guerre» a cominciare dalle ingiustizie. Infatti, esiste un intimo legame fra giustizia e pace. «Ma – osservava San Giovanni Paolo II – poiché la giustizia umana è sempre fragile e imperfetta, esposta com’è ai limiti e agli egoismi personali e di gruppo, essa va esercitata e in certo senso completata con il perdono che risana le ferite e ristabilisce in profondità i rapporti umani turbati. Il perdono non si contrappone in alcun modo alla giustizia [ma] mira piuttosto a quella pienezza di giustizia che conduce alla tranquillità dell’ordine. La giustizia e il perdono sono ambedue essenziali». Occorre un impegno comune nei confronti di migranti, profughi e rifugiati, che consenta di dare loro un’accoglienza dignitosa. Ciò implica saper coniugare il diritto di «ogni essere umano di immigrare in altre comunità politiche e stabilirsi in esse», e nello stesso tempo garantire la possibilità di un’integrazione dei migranti nei tessuti sociali in cui si inseriscono, senza che questi sentano minacciata la propria sicurezza, la propria identità culturale e i propri equilibri politico-sociali. D’altra parte, gli stessi migranti non devono dimenticare che hanno il dovere di rispettare le leggi, la cultura e le tradizioni dei Paesi in cui sono accolti. Non si può ridurre la drammatica crisi attuale ad un semplice conteggio numerico. I migranti sono persone, con nomi, storie, famiglie e non potrà mai esserci vera pace finché esisterà anche un solo essere umano che viene violato nella propria identità personale e ridotto ad una mera cifra statistica o ad oggetto di interesse economico. Il problema migratorio è una questione che non può lasciare alcuni Paesi indifferenti, mentre altri sostengono l’onere umanitario, non di rado con notevoli sforzi e pesanti disagi, di far fronte ad un’emergenza che non sembra aver fine. Tutti dovrebbero sentirsi costruttori e concorrenti al bene comune internazionale, anche attraverso gesti concreti di umanità, che costituiscono fattori essenziali di quella pace e di quello sviluppo che intere nazioni e milioni di persone attendono ancora. Sono perciò grato ai tanti Paesi che con generosità accolgono quanti sono nel bisogno, a partire dai diversi Stati europei, specialmente l’Italia, la Germania, la Grecia e la Svezia. Né bisogna dimenticare l’accoglienza offerta da altri Paesi europei e del Medio Oriente, quali il Libano, la Giordania, la Turchia. Edificare la pace significa anche adoperarsi attivamente per la cura del creato. La pace è un dono, una sfida e un impegno. Un dono perché essa sgorga dal cuore stesso di Dio; una sfida perché è un bene che non è mai scontato e va continuamente conquistato; un impegno perché esige l’appassionata opera di ogni persona di buona volontà nel ricercarla e costruirla. Non c’è, dunque, vera pace se non a partire da una visione dell’uomo che sappia promuoverne lo sviluppo integrale, tenendo conto della sua dignità trascendente, poiché «lo sviluppo è il nuovo nome della pace», come ricordava il beato Paolo VI. Questo è dunque il mio auspicio per l’anno appena iniziato: che possano crescere fra i nostri Paesi e i loro popoli le occasioni per lavorare insieme e costruire una pace autentica. (Discorso del Santo Padre Francesco ai diplomatici in occasione degli auguri per il nuovo anno - Sala Regia lunedì, 9 gennaio 2017)

 

COL VANGELO IN TASCA

PAPA-FRANCESCO-14012017È opportuno porsi una domanda: il centro della mia vita è Gesù Cristo? Qual è il mio rapporto con Gesù Cristo? La prima cosa che dobbiamo fare è guardare Gesù Cristo. E ci sono tre cose, diciamo tre compiti, per assicurarci che Gesù è al centro della nostra vita.

Prima di tutto riconoscere Gesù, conoscere e riconoscerlo. Al suo tempo, l’apostolo Giovanni dice che tanti non lo hanno riconosciuto: i dottori della legge, i sommi sacerdoti, gli scribi, i sadducei, alcuni farisei. Di più, lo hanno perseguitato, lo hanno ucciso. Si deve conoscere Gesù per poterlo riconoscere. E per conoscere Gesù c’è la preghiera, lo Spirito Santo, sì; ma un buon sistema è prendere il Vangelo tutti i giorni. È importante, portare sempre con sé una copia del Vangelo, magari quello tascabile, che è piccolino, per portarlo in tasca, nella borsa, sempre con me. E così, tenendolo sempre a portata di mano, si può leggere tutti i giorni un passo del Vangelo: è l’unico modo di conoscere Gesù, di sapere cosa ha fatto, cosa ha detto. È fondamentale, leggere la storia di Gesù: sì, il Vangelo è la storia di Gesù, la vita di Gesù, è Gesù stesso, è lo Spirito Santo che ci fa vedere Gesù lì. Per favore, fate questo: tutti i giorni un passo del Vangelo, piccolino, tre minuti, quattro, cinque. Proprio leggendo il Vangelo si capisce; e questo lavora dentro: è lo Spirito Santo a fare il lavoro dopo. Questo è il seme. Chi fa germogliare e crescere il seme è lo Spirito Santo. Se il primo è quello di riconoscere Gesù, conoscere Gesù, il secondo compito è adorare Gesù, è Dio!. Bisogna adorare Gesù. Il più delle volte noi preghiamo Gesù per chiedergli qualcosa o ringraziarlo per qualcosa. E tutto questo sta bene, ma la vera domanda è se noi adoriamo Gesù. Pensiamo a due modi di adorare Gesù. C’è la preghiera di adorazione in silenzio: “Tu sei Dio, tu sei il Figlio di Dio, io ti adoro”. Questo è adorare Gesù. Ma poi dobbiamo anche togliere dal nostro cuore le altre cose che “adoriamo”, che ci interessano di più. Ci deve essere solo Dio, le altre cose servono se sono in direzione di Dio, servono se io sono capace di adorare solo Dio. Vi dò un altro suggerimento pratico: C’è una piccola preghiera che noi preghiamo, il Gloria — “Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo” — ma tante volte la diciamo meccanicamente come pappagalli. Invece questa preghiera è adorazione, gloria: io adoro il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Ecco, allora, il suggerimento: adorare, con piccole preghiere, col silenzio davanti alla grandezza di Dio, adorare Gesù e dire: Tu sei l’unico, tu sei il principio e la fine e con te voglio rimanere tutta la vita, tutta l’eternità. Tu sei l’unico. E così anche cacciare via le cose che m’impediscono di adorare Gesù. Il terzo compito è quello di: seguire Gesù. Dobbiamo seguirlo, le cose che lui ci ha insegnato. E chiedere: Signore cosa vuoi che io faccia? Indicami il cammino. In conclusione, l’essenziale è tenere sempre Gesù al centro. E questo significa conoscere, riconoscere Gesù, adorare e seguire Gesù: è molto semplice la vita cristiana, ma abbiamo bisogno della grazia dello Spirito Santo perché svegli in noi questa voglia di conoscere Gesù, adorare Gesù e seguire Gesù.    

(Meditazione mattutina nella cappella della domus Sanctae Marthae - Lunedì, 9 gennaio 2017)

 

LA SPERANZA CRISTIANA - LE FALSE SPERANZE NEGLI IDOLI

 Sperare è un bisogno primario dell’uomo: sperare nel futuro, credere nella vita, il cosiddetto “pensare positivo”. Ma è importante che tale speranza sia riposta in ciò che veramente può aiutare a vivere e a dare senso alla nostra esistenza. È per questo che la Sacra Scrittura ci mette in guardia contro le false speranze che il mondo ci presenta, smascherando la loro inutilità e mostrandone l’insensatezza. E lo fa in vari modi, ma soprattutto denunciando la falsità degli idoli in cui l’uomo è continuamente tentato di riporre la sua fiducia, facendone l’oggetto della sua speranza. In particolare i profeti e sapienti insistono su questo, toccando un punto nevralgico del cammino di fede del credente. Perché fede è fidarsi di Dio – chi ha fede, si fida di Dio –, ma viene il momento in cui, scontrandosi con le difficoltà della vita, l’uomo sperimenta la fragilità di quella fiducia e sente il bisogno di certezze diverse, di sicurezze tangibili, concrete. Io mi affido a Dio, ma la situazione è un po’ brutta e io ho bisogno di una certezza un po’ più concreta. E lì è il pericolo! E allora siamo tentati di cercare consolazioni anche effimere, che sembrano riempire il vuoto della solitudine e lenire la fatica del credere. E pensiamo di poterle trovare nella sicurezza che può dare il denaro, nelle alleanze con i potenti, nella mondanità, nelle false ideologie. A volte le cerchiamo in un dio che possa piegarsi alle nostre richieste e magicamente intervenire per cambiare la realtà e renderla come noi la vogliamo; un idolo, appunto, che in quanto tale non può fare nulla, impotente e menzognero. Ma a noi piacciono gli idoli, ci piacciono tanto! Andare dal veggente o dalla veggente che leggono le carte: questo è un idolo! Questo è l’idolo, e quando noi vi siamo tanto attaccati: compriamo false speranze. Mentre di quella che è la speranza della gratuità, che ci ha portato Gesù Cristo, gratuitamente dando la vita per noi, di quella a volte non ci fidiamo tanto.  Ma, noi siamo più contenti di andare dagli idoli che andare dal Signore. Siamo tante volte più contenti dell’effimera speranza che ti dà questo falso idolo, che la grande speranza sicura che ci dà il Signore.  Il Signore si ricorda di noi, ci benedice. Sempre il Signore si ricorda. Anche nei momenti brutti lui si ricorda di noi. E questa è la nostra speranza. E la speranza non delude. Mai. Mai. Gli idoli deludono sempre: sono fantasie, non sono realtà.

(Udienza Generale - Mercoledì 11/01/2017)

 
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