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Scritto da Administrator   

n° 46 Sabato 12 Novembre 2016

LA RISURREZIONE È IL FONDAMENTO DELLA FEDE E

DELLA SPERANZA CRISTIANA!

SPERANZA-12112016 Il Vangelo di Lc 20,27-38 presenta Gesù a confronto con alcuni sadducei, i quali non credevano nella risurrezione e concepivano il rapporto con Dio solo nella dimensione della vita terrena. E quindi, per mettere in ridicolo la risurrezione e in difficoltà Gesù, gli sottopongono un caso paradossale e assurdo: una donna che ha avuto sette mariti, tutti fratelli tra loro, i quali uno dopo l’altro sono morti. Ed ecco allora la domanda maliziosa rivolta a Gesù: quella donna, nella risurrezione, di chi sarà moglie?

Gesù non cade nel tranello e ribadisce la verità della risurrezione, spiegando che l’esistenza dopo la morte sarà diversa da quella sulla terra. Egli fa capire ai suoi interlocutori che non è possibile applicare le categorie di questo mondo alle realtà che vanno oltre e sono più grandi di ciò che vediamo in questa vita. Dice infatti: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito». Con queste parole, Gesù intende spiegare che in questo mondo viviamo di realtà provvisorie, che finiscono; invece nell’aldilà, dopo la risurrezione, non avremo più la morte come orizzonte e vivremo tutto, anche i legami umani, nella dimensione di Dio, in maniera trasfigurata. Anche il matrimonio, segno e strumento dell’amore di Dio in questo mondo, risplenderà trasformato in piena luce nella comunione gloriosa dei santi in Paradiso. I “figli del cielo e della risurrezione” non sono pochi privilegiati, ma sono tutti gli uomini e tutte le donne, perché la salvezza portata da Gesù è per ognuno di noi. E la vita dei risorti sarà simile a quella degli angeli, cioè tutta immersa nella luce di Dio, tutta dedicata alla sua lode, in un’eternità piena di gioia e di pace. Ma attenzione! La risurrezione non è solo il fatto di risorgere dopo la morte, ma è un nuovo genere di vita che già sperimentiamo nell’oggi; è la vittoria sul nulla che già possiamo pregustare. La risurrezione è il fondamento della fede e della speranza cristiana! Se non ci fosse il riferimento al Paradiso e alla vita eterna, il cristianesimo si ridurrebbe a un’etica, a una filosofia di vita. Invece il messaggio della fede cristiana viene dal cielo, è rivelato da Dio e va oltre questo mondo. Credere alla risurrezione è essenziale, affinché ogni nostro atto di amore cristiano non sia effimero e fine a sé stesso, ma diventi un seme destinato a sbocciare nel giardino di Dio, e produrre frutti di vita eterna.

(Angelus - Domenica, 6 novembre 2016) 

 

SERVI LIBERI

LIBERTA-12112016 Nel Vangelo di Luca (17, 7-10) Gesù afferma: «Siamo servi inutili». Ma cosa significa questa espressione? Poco fa abbiamo pregato chiedendo tre grazie dicendo: «Allontana, Signore, ogni ostacolo nel nostro cammino verso di te, perché nella serenità del corpo e dello spirito possiamo dedicarci liberamente al tuo servizio». Innanzitutto, la prima cosa che abbiamo chiesto è che il Signore allontani gli ostacoli, per servirlo bene e liberamente, come figli. Dei tanti ostacoli che un cristiano può trovare sul suo cammino e che impediscono di diventare servi, se ne possono ricordare almeno due. Uno è, sicuramente, la voglia di potere. Una difficoltà comune, che si incontra facilmente nella vita quotidiana. Gesù ci ha insegnato che colui che comanda diventi come colui che serve e che se uno vuole essere il primo, sia il servitore di tutti. Gesù, cioè, capovolge i valori della mondanità, del mondo. Ecco perché la voglia di potere non è la strada per diventare un servo del Signore, anzi: è un ostacolo.

C’è poi un altro ostacolo, che si può riscontrare anche nella vita della Chiesa, ed è la slealtà. Lo incontriamo quando qualcuno vuol servire il Signore ma anche serve altre cose che non sono il Signore. Eppure, Gesù ci ha detto che nessun servo può avere due padroni: o serve Dio o serve il denaro. E la slealtà non è lo stesso di essere peccatore. Infatti tutti siamo peccatori, e ci pentiamo di questo, ma essere sleali è come fare il doppio gioco. E questo è un ostacolo. Quindi, quello che ha voglia di potere e quello che è sleale, difficilmente può servire, diventare servo libero del Signore. Dopo aver chiesto al Signore di allontanare gli ostacoli, la preghiera prosegue: «... perché — seconda domanda — nella serenità del corpo e dello spirito» possiamo dedicarci al servizio. La seconda parola chiave è, quindi, serenità, cioè servire il Signore in pace. Gli ostacoli — sia la voglia di potere, sia la slealtà — tolgono la pace e ti portano a quel prurito del cuore di non essere in pace, sempre ansioso, male... senza pace. Un’insoddisfazione che ci porta a vivere in quella tensione della vanità mondana, vivere per apparire. Così si vede tanta gente che vive soltanto per essere in vetrina, per apparire. Ma così non si può servire il Signore. Ecco dunque che chiediamo al Signore di togliere gli ostacoli perché nella serenità, sia del corpo sia dello spirito, possiamo dedicarci liberamente al suo servizio. È libertà la terza parola chiave. Perché, il servizio di Dio è libero: noi siamo figli, non schiavi. E servire Dio in pace, con serenità, quando lui stesso ha tolto da noi gli ostacoli che tolgono la pace e la serenità, è servirlo con libertà. Non a caso, quando noi serviamo il Signore con libertà, sentiamo quella pace ancora più profonda. Ed è come risentire la voce del Signore che dice: Vieni, vieni, vieni, servo buono e fedele! Per far questo, però, abbiamo bisogno della sua grazia: da soli, non possiamo. Ma non è che quando noi arriviamo a questo stato di servizio libero, di figli, con il Padre, possiamo dire: “Siamo buoni servitori del Signore. Piuttosto va detto semplicemente «servi inutili». Espressione che vuole indicare l’inutilità del nostro lavoro: da soli, non possiamo. Perciò, dobbiamo soltanto chiedere e fare spazio affinché Dio ci trasformi in servi liberi, in figli, non in schiavi.

(Meditazione mattutina nella cappella della domus Sanctae Marthae -Martedì, 8 novembre 2016)

 

VISITARE I MALATI E I CARCERATI

CARCERATI-12112016Gesù si è fatto vicino agli ammalati e li ha guariti con la sua presenza e la potenza della sua forza risanatrice. Pertanto, non può mancare, tra le opere di misericordia, quella di visitare e assistere le persone malate. Insieme a questa possiamo inserire anche quella di essere vicino alle persone che si trovano in prigione. Infatti, sia i malati che i carcerati vivono una condizione che limita la loro libertà. E proprio quando ci manca, ci rendiamo conto di quanto essa sia preziosa! Con queste opere di misericordia il Signore ci invita a un gesto di grande umanità: la condivisione. Ricordiamo questa parola: la condivisione. Chi è malato, spesso si sente solo. Non possiamo nascondere che, soprattutto ai nostri giorni, proprio nella malattia si fa esperienza più profonda della solitudine che attraversa gran parte della vita. Una visita può far sentire la persona malata meno sola e un po’ di compagnia è un’ottima medicina! Un sorriso, una carezza, una stretta di mano sono gesti semplici, ma tanto importanti per chi sente di essere abbandonato a se stesso. Quante persone si dedicano a visitare gli ammalati negli ospedali o nelle loro case! È un’opera di volontariato impagabile. Quando viene fatta nel nome del Signore, allora diventa anche espressione eloquente ed efficace di misericordia. Non lasciamo sole le persone malate! Non impediamo loro di trovare sollievo, e a noi di essere arricchiti per la vicinanza a chi soffre. Gli ospedali sono vere “cattedrali del dolore”, dove però si rende evidente anche la forza della carità che sostiene e prova compassione. Alla  stessa stregua, penso a quanti sono rinchiusi in carcere. Gesù non ha dimenticato neppure loro. Ponendo la visita ai carcerati tra le opere di misericordia, ha voluto invitarci, anzitutto, a non farci giudici di nessuno. Certo, se uno è in carcere è perché ha sbagliato, non ha rispettato la legge e la convivenza civile. Perciò in prigione, sta scontando la sua pena. Ma qualunque cosa un carcerato possa aver fatto, egli rimane pur sempre amato da Dio. Chi può entrare nell’intimo della sua coscienza per capire che cosa prova? Chi può comprenderne il dolore e il rimorso? È troppo facile lavarsi le mani affermando che ha sbagliato. Un cristiano è chiamato piuttosto a farsene carico, perchè chi ha sbagliato comprenda il male compiuto e ritorni in sé stesso. La mancanza di libertà è senza dubbio una delle privazioni più grandi per l’essere umano. Se a questa si aggiunge il degrado per le condizioni spesso prive di umanità in cui queste persone si trovano a vivere, allora è davvero il caso in cui un cristiano si sente provocato a fare di tutto per restituire loro dignità. Visitare le persone in carcere è un’opera di misericordia che soprattutto oggi assume un valore particolare per le diverse forme di giustizialismo a cui siamo sottoposti. Nessuno dunque punti il dito contro qualcuno. Tutti invece rendiamoci strumenti di misericordia, con atteggiamenti di condivisione e di rispetto. E non dimentichiamo che anche Gesù e gli apostoli hanno fatto esperienza della prigione. Gesù ha lasciato quello che stava facendo per andare a visitare la suocera di Pietro; un’opera antica di carità. Gesù l’ha fatta. Non cadiamo nell’indifferenza, ma diventiamo strumenti della misericordia di Dio. Tutti noi possiamo essere strumenti della misericordia di Dio e questo farà più bene a noi che agli altri perché la misericordia passa attraverso un gesto, una parola, una visita e questa misericordia è un atto per restituire gioia e dignità a chi l’ha perduta.

(Udienza Generale - Mercoledì 09/11/2016)

 

 
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