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Scritto da Administrator   

n° 44 Sabato 29 Ottobre 2016

 

CI È RICHIESTO CORAGGIO PER RESISTERE ALL’INCREDULITÀ SENZA ESSERE ARROGANTI

 
GIORNATA-MISSIONARIA-2016Nella 2 Tm 4,6-8.16-18 S.Paolo vedendo ormai vicina la fine del suo cammino terreno, lo descrive in riferimento a tre stagioni: il presente, il passato, il futuro.
Il presente, lo interpreta con la metafora del sacrificio: «Sto per essere versato in offerta». Per quanto riguarda il passato, Paolo indica la sua vita trascorsa con le immagini della «buona battaglia» e della «corsa» di un uomo che è stato coerente con i propri impegni e le proprie responsabilità; di conseguenza, per il futuro confida nel riconoscimento da parte di Dio, che è «giudice giusto».
Ma la missione di Paolo è risultata efficace, giusta e fedele solo grazie alla vicinanza e alla forza del Signore, che ha fatto di lui un annunciatore del Vangelo a tutti i popoli. Ecco la sua espressione: «Il Signore mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo e tutte le genti. In questo racconto autobiografico di san Paolo si rispecchia la Chiesa, specialmente oggi, Giornata Missionaria Mondiale, il cui tema è “Chiesa missionaria, testimone di misericordia”.  In Paolo la comunità cristiana trova il suo modello, nella convinzione che è la presenza del Signore a rendere efficace il lavoro apostolico e l’opera di evangelizzazione. L’esperienza dell’Apostolo delle genti ci ricorda che dobbiamo impegnarci nelle attività pastorali e missionarie, da una parte, come se il risultato dipendesse dai nostri sforzi, con lo spirito di sacrificio dell’atleta che non si ferma nemmeno di fronte alle sconfitte; dall’altra, però, sapendo che il vero successo della nostra missione è dono della Grazia: è lo Spirito Santo che rende efficace la missione della Chiesa nel mondo. Oggi è tempo di missione ed è tempo di coraggio! Coraggio di rafforzare i passi vacillanti, di riprendere il gusto dello spendersi per il Vangelo, di riacquistare fiducia nella forza che la missione porta con sé. È tempo di coraggio, anche se avere coraggio non significa avere garanzia di successo. Ci è richiesto il coraggio per lottare, non necessariamente per vincere; per annunciare, non necessariamente per convertire. Ci è richiesto il coraggio per essere alternativi al mondo, senza però mai diventare polemici o aggressivi. Ci è richiesto il coraggio per aprirci a tutti, senza mai sminuire l’assolutezza e l’unicità di Cristo, unico salvatore di tutti. Ci è richiesto coraggio per resistere all’incredulità, senza diventare arroganti. 

(Angelus - Domenica, 23 ottobre 2016) 

 

IL LIEVITO E IL SEME

 PANE-22102016Cosa è il regno di Dio? Qualcuno potrebbe pensare che sia una struttura tutta ben fatta, con tutto in ordine e organigrammi ben fatti, e che ciò che non entra in questa organizzazione non appartenga al regno di Dio. Ma pensare in tale maniera significherebbe incorrere nello stesso errore nel quale si può cadere riguardo alla legge: il “fissismo”, la rigidità.

Invece la legge è per "camminarla". E anche il regno di Dio è in cammino. E non solo il regno non è fermo, ma, di più, il regno di Dio “si fa” tutti i giorni. Gesù parla di due cose della vita quotidiana: il lievito non rimane lievito, perché alla fine si rovina; si mescola con la farina, è in cammino e fa il pane; e allo stesso modo il seme non rimane seme: muore e dà vita all’albero. Quindi: lievito e seme sono in cammino per “fare” qualcosa. E anche il regno è così.  Lievito e seme muoiono. Il lievito non è più lievito: si mescola con la farina e diventa pane per tutti, pasto per tutti. Il seme non sarà più seme: sarà albero e diventa abitazione per tutti, per gli uccelli.... Non si tratta di un problema di piccolezza, per cui si può pensare: è piccolo, è poca cosa, o cosa grande. È, piuttosto, un problema di cammino, e proprio nel cammino succede la trasformazione. Qual è l’atteggiamento che il Signore chiede da noi, perché il regno di Dio cresca e sia pane per tutti e abitazione, anche, per tutti?. La risposta è chiara: la docilità. Infatti, il regno di Dio, cresce con la docilità alla forza dello Spirito Santo.

La farina lascia di essere farina e diventa pane, perché è docile alla forza del lievito; e il lievito si lascia impastare con la farina. E anche se la farina non ha sentimenti, si può pensare che in quel lasciarsi impastare ci sia qualche sofferenza, così come, poi, nel lasciarsi cucinare. La stessa dinamica si ritrova riguardo al regno di Dio che cresce così, e poi alla fine è pasto per tutti. Come la farina è docile al lievito e cresce, così accade per il regno di Dio: L’uomo e la donna docili allo Spirito Santo crescono e sono dono per tutti. Anche il seme è docile per essere fecondo, e perde la sua entità di seme e diventa un’altra cosa, molto più grande: si trasforma. Per questo motivo il regno di Dio è come la legge: in cammino. Esso è in cammino verso la speranza, è in cammino verso la pienezza e, soprattutto, si fa tutti i giorni, con la docilità allo Spirito Santo, che è quello che unisce il nostro piccolo lievito o il piccolo seme alla forza, e li trasforma per far crescere. Non camminare la legge ci fa rigidi e la rigidità ci fa orfani, senza Padre. Perché chi è rigido soltanto ha padroni, non un padre. Così il regno di Dio, che si realizza camminando, è come una madre che cresce feconda, e dona se stessa perché i figli abbiano nutrimento e dimora, secondo l’esempio del Signore. Perciò, dobbiamo chiedere la grazia della docilità allo Spirito Santo. Infatti molto spesso noi siamo docili ai nostri capricci, ai nostri giudizi e pensiamo: Io faccio quello che voglio. Ma così non cresce il regno» e non cresciamo noi. Sarà invece la docilità allo Spirito Santo che ci farà crescere e trasformare come il lievito e il seme».

(Meditazione mattutina nella cappella della domus Sanctae Marthae - Martedì, 25 ottobre 2016)

 

“ERO STRANIERO E MI AVETE ACCOLTO, NUDO E MI AVETE VESTITO”

 

ACCOGLIENZA-STRANIERI-2016Le opere di misericordia corporale rendono evidente che i cristiani non sono stanchi e pigri nell’attesa dell’incontro finale con il Signore, ma ogni giorno gli vanno incontro, riconoscendo il suo volto in quello di tante persone che chiedono aiuto. Oggi ci soffermiamo su questa parola di Gesù: «Ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito». Nei nostri tempi è quanto mai attuale l’opera che riguarda i forestieri. La crisi economica, i conflitti armati e i cambiamenti climatici spingono tante persone a emigrare. Tuttavia, le migrazioni non sono un fenomeno nuovo, ma appartengono alla storia dell’umanità. È mancanza di memoria storica pensare che esse siano proprie solo dei nostri anni. La Bibbia ci offre tanti esempi concreti di migrazione. Basti pensare ad Abramo. La chiamata di Dio lo spinge a lasciare il suo Paese per andare in un altro: «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò». E così è stato anche per il popolo di Israele, che dall’Egitto, dove era schiavo, andò marciando per quarant’anni nel deserto fino a quando giunse alla terra promessa da Dio. La stessa Santa Famiglia fu costretta ad emigrare per sfuggire alla minaccia di Erode: «Giuseppe si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode».   Oggi, il contesto di crisi economica favorisce purtroppo l’emergere di atteggiamenti di chiusura e di non accoglienza. In alcune parti del mondo sorgono muri e barriere.   Ma la chiusura non è una soluzione, anzi, finisce per favorire i traffici criminali. L’unica via di soluzione è quella della solidarietà. Solidarietà con il migrante, solidarietà con il forestiero … L’impegno dei cristiani in questo campo è urgente oggi come in passato.  È un impegno che coinvolge tutti, nessuno escluso. Le diocesi, le parrocchie, gli istituti di vita consacrata, le associazioni e i movimenti, come i singoli cristiani, tutti siamo chiamati ad accogliere i fratelli e le sorelle che fuggono dalla guerra, dalla fame, dalla violenza e da condizioni di vita disumane. Tutti insieme siamo una grande forza di sostegno per quanti hanno perso patria, famiglia, lavoro e dignità.  E l’altra cosa è vestire chi è nudo: che cosa vuol dire se non restituire dignità a chi l’ha perduta? Certamente dando dei vestiti a chi ne è privo; ma pensiamo anche alle donne vittime della tratta gettate sulle strade, o agli altri, troppi modi di usare il corpo umano come merce, persino dei minori. E così pure non avere un lavoro, una casa, un salario giusto è una forma di nudità, o essere discriminati per la razza, o per la fede, sono tutte forme di “nudità”, di fronte alle quali come cristiani siamo chiamati ad essere attenti, vigilanti e pronti ad agire. Cari fratelli e sorelle, non cadiamo nella trappola di rinchiuderci in noi stessi, indifferenti alle necessità dei fratelli e preoccupati solo dei nostri interessi. È proprio nella misura in cui ci apriamo agli altri che la vita diventa feconda, le società riacquistano la pace e le persone recuperano la loro piena dignità.

(Udienza Generale - Mercoledì, 26 ottobre 2016) 

 
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