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Scritto da Administrator   

n° 43 Sabato 22 Ottobre 2016
 

PREGARE NON È RIFUGIARSI IN UN MONDO IDEALE; AL CONTRARIO, PREGARE È LOTTARE

PREGARE-21102016Oggi abbiamo rivolto al Signore questa preghiera: «Crea in noi un cuore generoso e fedele, perché possiamo sempre servirti con lealtà e purezza di spirito» (Orazione Colletta). Noi, da soli, non siamo in grado di formarci un cuore così, solo Dio può farlo, e  perciò lo chiediamo nella preghiera, lo invochiamo da Lui come dono, come sua “creazione”. In questo modo siamo introdotti nel tema della preghiera, che interpella anche noi, qui radunat per la canonizzazione di alcuni nuovi Santi e Sante. Essi hanno raggiunto la meta, hanno avuto un cuore generoso e fedele, grazie alla preghiera: hanno pregato con tutte le forze, hanno lottato, e hanno vinto. L’impegno della preghiera richiede di sostenerci l’un l’altro. La stanchezza è inevitabile, a volte non ce la facciamo più, ma con il sostegno dei fratelli la nostra preghiera può andare avanti, finché il Signore porti a termine la sua opera. Non si vince la “battaglia” della perseveranza senza la preghiera. Ma non una preghiera sporadica, altalenante, bensì fatta come Gesù insegna nel Vangelo di oggi: «pregare sempre, senza stancarsi mai» (Lc 18,1). Questo è il modo di agire cristiano: essere saldi nella preghiera per rimanere saldi nella fede e nella testimonianza. Ed ecco di nuovo una voce dentro di noi: “Ma Signore, com’è possibile non stancarsi? Siamo esseri umani…ma siamo membra del Corpo di Cristo, la Chiesa, le cui braccia sono alzate giorno e notte al Cielo grazie alla presenza di Cristo Risorto e del suo Santo Spirito. E solo nella Chiesa e grazie alla preghiera della Chiesa noi possiamo rimanere saldi nella fede e nella testimonianza.

Pregare non è rifugiarsi in un mondo ideale, non è evadere in una falsa quiete egoistica. Al contrario, pregare è lottare, e lasciare che anche lo Spirito Santo preghi in noi. È lo Spirito Santo che ci insegna a pregare, che ci guida nella preghiera, che ci fa pregare come figli. I santi sono uomini e donne che entrano fino in fondo nel mistero della preghiera. Uomini e donne che lottano con la preghiera, lasciando pregare e lottare in loro lo Spirito Santo; lottano fino alla fine, con tutte le loro forze, e vincono, ma non da soli: il Signore vince in loro e con loro.

(Omelia S. Messa di Canonizzazione di 7 Beati - Domenica, 16 ottobre 2016)

 

LA SOLITUDINE DEL PASTORE

 PADRE-KOLBE-21102016Dalla seconda lettera di san Paolo a Timoteo (4, 10-17) sappiamo che Paolo è a Roma, prigioniero in una casa, in una stanza, con una certa libertà, ma aspettando non sa cosa. E in quel momento Paolo si sente solo: è la solitudine del pastore quando ci sono difficoltà, ma anche la solitudine del pastore quando si avvicina la sua fine: spogliato, solo e mendicante. 

L’apostolo è anche vittima di accanimento, al punto che di una persona dice: “Si è accanito contro la nostra predicazione!”. Paolo è solo, mendicante, vittima di accanimento, e per di più dice quella parola tanto triste: “tutti mi hanno abbandonato”. Nel tribunale è rimasto senza assistenza e riconosce: soltanto il Signore Gesù mi è stato vicino.

È vero che l’apostolo è solo, mendicante, abbandonato ma è il grande Paolo, quello che ha sentito la voce del Signore, quello che è andato da una parte all’altra, che ha sofferto tante cose e tante prove per la predicazione del Vangelo, che ha fatto capire agli apostoli che il Signore voleva che anche i gentili entrassero nella Chiesa. È il grande Paolo che nella preghiera è salito fino al settimo cielo e ha sentito cose che nessuno aveva sentito prima.

Ma ora il grande Paolo è lì, in quella stanzetta di una casa, a Roma, aspettando come finirà questa lotta nell’interno della Chiesa fra le parti, fra la rigidità dei giudaizzanti e quei discepoli fedeli a lui. E così finisce la vita del grande Paolo, nella desolazione: non nel risentimento e nell’amarezza, ma con la desolazione interiore. Del resto, Gesù lo aveva detto a Pietro che sarebbe finito così anche lui. E anche tutti gli apostoli sono finiti così: “Quando sarai vecchio, stenderai le tue mani e un altro ti annoderà la cintura e ti porterà dove tu non vuoi”. Questa, è la fine dell’apostolo. Proprio da quella stanzetta di Paolo possiamo pensare a due grandi: Giovanni Battista e Massimiliano Kolbe. Il primo, in cella, solo, angosciato, manda i suoi discepoli a domandare a Gesù: “Sei tu o dobbiamo aspettare un altro?”. E poi il capriccio di una ballerina e la vendetta di una adultera gli taglia la testa: finisce così il grande Giovanni Battista, del quale Gesù dice che era l’uomo più grande nato da una donna.

E ancora più vicino a noi, pensiamo alla cella di Massimiliano Kolbe, che aveva fatto un movimento apostolico in tutto il mondo e tante cose grandi: è in quella cella, affamato, aspettando la morte nel lager di Auschwitz. L’apostolo quando è fedele non si aspetta un’altra fine di quella di Gesù. C’è appunto lo spogliamento dell’apostolo: viene spogliato, senza niente, perché è stato fedele. E ha la stessa consapevolezza di Paolo: Soltanto il Signore mi è stato vicino, perché il Signore non lo lascia e lì trova la sua forza. La fine di Paolo è nota: Dopo quasi due anni, vivendo così, nell’incertezza, in questo travaglio interno della Chiesa, una mattina vengono due soldati, lo prendono, lo portano fuori, gli tagliano la testa. Ma come può finire in questo modo — viene naturale domandarsi — un uomo così grande che ha girato il mondo per la predicazione, che ha convinto gli apostoli che Gesù è venuto anche per i gentili, che ha fatto tanto bene, che ha lottato, che ha sofferto, che ha pregato, che ha avuto la più alta contemplazione?. Eppure questa è la legge del Vangelo: se il seme del grano non muore, non dà frutto, perché questa è la legge che Gesù stesso ci ha indicato con la sua persona. Con la certezza, però, che poi viene la risurrezione.

Uno dei teologi dei primi secoli diceva che “il sangue dei martiri era il seme dei cristiani”. Perché morire così come martiri, come testimoni di Gesù, è proprio come il seme che muore e dà il frutto e riempie la terra di nuovi cristiani. E quando il pastore vive così, non è amareggiato: forse ha desolazione, ma ha quella certezza che il Signore è accanto a lui. Quando invece il pastore, nella sua vita, si è occupato di altre cose che non siano i fedeli — è per esempio attaccato al potere, è attaccato ai soldi, è attaccato alle cordate, è attaccato a tante cose — alla fine non sarà solo, forse ci saranno i nipoti, che aspetteranno che muoia per vedere cosa possono portare con loro. 

(Meditazione mattutina nella cappella della domus Sanctae Marthae - Martedì, 18 ottobre 2016)

 

 

DAR DA MANGIARE AGLI AFFAMATI.

DAR DA BERE AGLI ASSETATI


DARE-DA-MANGIAREUna delle conseguenze del cosiddetto “benessere” è quella di condurre le persone a chiudersi in s
é stesse, rendendole insensibili alle esigenze degli altri. Si fa di tutto per illuderle presentando modelli di vita effimeri, che scompaiono dopo qualche anno, come se la nostra vita fosse una moda da seguire e da cambiare ad ogni stagione. Non è così. La realtà va accolta e affrontata per quello che è, e spesso ci fa incontrare situazioni di bisogno urgente. È per questo che, tra le opere di misericordia, si trova il richiamo alla fame e alla sete: dare da mangiare agli affamati – ce ne sono tanti oggi - e da bere agli assetati. Quante volte i media ci informano di popolazioni che soffrono la mancanza di cibo e di acqua, con gravi conseguenze specialmente per i bambini.

Nella Bibbia, un Salmo dice che Dio è colui che «dà il cibo ad ogni vivente» (136,25). L’esperienza della fame è dura. Ne sa qualcosa chi ha vissuto periodi di guerra o di carestia. Eppure questa esperienza si ripete ogni giorno e convive accanto all’abbondanza e allo spreco. Sono sempre attuali le parole dell’apostolo Giacomo: «A che serve, fratelli miei, se uno dice di avere fede, ma non ha le opere? Quella fede può forse salvarlo? Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: “Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi”, ma non date loro il necessario per il corpo, a che cosa serve? Così anche la fede: se non è seguita dalle opere, in sé stessa è morta» (2,14-17) perché è incapace di fare opere, di fare carità, di amare. C’è sempre qualcuno che ha fame e sete e ha bisogno di me. Non posso delegare nessun altro. Questo povero ha bisogno di me, del mio aiuto, della mia parola, del mio impegno. Siamo tutti coinvolti in questo.

Papa Benedetto XVI, nell’Enciclica Caritas in veritate, afferma: «Dar da mangiare agli affamati è un imperativo etico per la Chiesa universale. […]  Dobbiamo riconoscere che attraverso il dare da mangiare agli affamati e il dare da bere agli assetati, passa il nostro rapporto con Dio, un Dio che ha rivelato in Gesù il suo volto di misericordia.

(Udienza Generale - Mercoledì 19/10/2016)

 
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