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Scritto da Administrator   

n° 1 Sabato 40 ottobre 2016

LA MONDANITA’ E’ COME UN "BUCO NERO" CHE INGOIA IL BENE

L’Apostolo Paolo rivolge a Timoteo, ma anche a noi, alcune raccomandazioni che gli stanno a cuore. Tra queste, chiede di «conservare senza macchia e in modo irreprensibile il comandamento» (1 Tm 6,14). Parla semplicemente di un comandamento. Sembra che voglia farci tenere fisso lo sguardo su ciò che è essenziale per la fede. San Paolo, infatti, non raccomanda tanti punti e aspetti, ma sottolinea il centro della fede. Questo centro attorno al quale tutto ruota, questo cuore pulsante che dà vita a tutto è l’annuncio pasquale, il primo annuncio: il Signore Gesù è risorto, il Signore Gesù ti ama, per te ha dato la sua vita; risorto e vivo, ti sta accanto e ti attende ogni giorno. Non dobbiamo mai dimenticarlo. In questo Giubileo dei catechisti, ci è chiesto di non stancarci di mettere al primo posto l’annuncio principale della fede: il Signore è risorto. Non ci sono contenuti più importanti, nulla è più solido e attuale. Il Vangelo di questa Domenica ci aiuta a capire che cosa vuol dire amare, soprattutto ad evitare alcuni rischi. Nella parabola c’è un uomo ricco, che non si accorge di Lazzaro, un povero che «stava alla sua porta» (Lc 16,20). Questo ricco, in realtà, non fa del male a nessuno, non si dice che è cattivo. Ha però un’infermità più grande di quella di Lazzaro, che pure era «coperto di piaghe» (ibid.): questo ricco soffre di una forte cecità, perché non riesce a guardare al di là del suo mondo, fatto di banchetti e bei vestiti. Non vede oltre la porta di casa sua, dove giace Lazzaro, perché non gli interessa quello che succede fuori. Non vede con gli occhi perché non sente col cuore. Nel suo cuore è entrata la mondanità che anestetizza l’anima. La mondanità è come un “buco nero” che ingoia il bene, che spegne l’amore, perché fagocita tutto nel proprio io. Allora si vedono solo le apparenze e non ci si accorge degli altri, perché si diventa indifferenti a tutto. Chi soffre questa grave cecità assume spesso comportamenti “strabici”: guarda con riverenza le persone famose, di alto rango, ammirate dal mondo, e distoglie lo sguardo dai tanti Lazzaro di oggi, dai poveri e dai sofferenti che sono i prediletti del Signore.

Ma il Signore guarda a chi è trascurato e scartato dal mondo. Come servitori della parola di Gesù siamo chiamati a non ostentare apparenza e a non ricercare gloria; nemmeno possiamo essere tristi o lamentosi.  

Il tempo per soccorrere gli altri è tempo donato a Gesù, è amore che rimane: è il nostro tesoro in cielo, che ci procuriamo qui sulla terra. Il Signore ci renda sensibili ai poveri, che non sono un’appendice del Vangelo, ma una pagina centrale, sempre aperta davanti a tutti.

(Giubileo straordinario della Misericordia - Giubileo dei Catechisti - Omelia S.Messa Domenica, 25 settembre 2016)

 

GRAZIE AI CATECHISTI PER L’IMPEGNO NELLA CHIESA

 

Oggi ricorre la Giornata Mondiale del Sordo. Desidero salutare tutte le persone sorde, qui pure rappresentate, e incoraggiarle a dare il loro contributo per una Chiesa e una società sempre più capaci di accogliere tutti. Rivolgo il mio speciale saluto a tutti voi, carissimi catechisti! Grazie del vostro impegno nella Chiesa al servizio dell’evangelizzazione, nella trasmissione della fede. La Madonna vi aiuti a perseverare nel cammino della fede e a testimoniare con la vita ciò che trasmettete nella catechesi. Angelus Domini…

(Angelus - Domenica, 25 settembre 2016 )

 

LA VANITA’ E’ COME UNA "OSTEOPOROSI" DELL'ANIMA

È la vanità, insieme alla cupidigia e alla superbia, una delle «radici di tutti i mali» nel cuore di ogni persona (Qoèlet 1, 2-11) - La corsa affannosa, così tipica dei nostri tempi, per fingere, per sembrare, per apparire non porta a nulla, non ci dà un vero guadagno e lascia l’inquietudine nell’anima. Chi fa del male, ha la coscienza sporca e non può vivere in pace. Il male ha sempre la stessa radice, qualsiasi male: la cupidigia, la vanità e la superbia. Tutte e tre, ha aggiunto, non ti lasciano la coscienza in pace, tutte impediscono che entri la sana inquietudine dello Spirito Santo, e portano a vivere così: inquieti, con paura. L’espressione del Qoèlet può apparire un po’ pessimista, anche se in realtà non tutto è così: c’è gente buona. Ma il testo vuol sottolineare questa tentazione tanto nostrana, che è anche la prima dei nostri padri: essere come Dio. La vanità, infatti, ci gonfia, ma non ha lunga vita, perché è come una bolla di sapone e non porta mai un vero guadagno. Eppure l’uomo, si affanna per apparire, per fingere, per sembrare. In parole povere: La vanità è truccare la propria vita. E questo ammala l’anima, perché uno trucca la propria vita per apparire, per sembrare, e tutte le cose che fa sono per fingere, per vanità, ma alla fine cosa guadagna?. La vanità è come una “osteoporosi” dell’anima: le ossa di fuori sembrano buone, ma dentro sono tutte rovinate.   Poi questa vittoria è finta, non è vera. Questa è la vanità: vivere per fingere, vivere per sembrare, vivere per apparire. E questo inquieta l’anima.

Ma dov’è la forza della vanità? Spinti dalla superbia, verso le cattiverie non si vuole permettere che si veda uno sbaglio, si tende a coprire tutto. È vero che c’è tanta gente santa; ma è altrettanto vero che c’è gente di cui si pensa: Che buona persona! Va a messa tutte le domeniche. Fa grosse offerte alla Chiesa, senza accorgersi dell’«osteoporosi», della corruzione che hanno dentro. Del resto, la vanità è questo: ti fa apparire con una faccia di immaginetta e poi la tua verità dentro è ben altra. Di fronte a ciò, dov’è la nostra forza e la sicurezza, il nostro rifugio?. Anche la risposta giunge dalla liturgia. Ricordiamo le parole di Gesù: Io sono la via, la verità e la vita. Questa è la verità, non il trucco della vanità. Perciò è importante pregare che il Signore ci liberi da queste tre radici di tutti i mali: la cupidigia, la vanità e la superbia. Ma soprattutto dalla vanità, che ci fa tanto male.

 (Meditazione mattutina nella cappella della domus Sanctae Marthae - Giovedì, 22 settembre 2016)

 

IL GIUBILEO È TEMPO DI GRAZIA E DI MISERICORDIA PER TUTTI, BUONI E CATTIVI

GESU-E-BUON-LADRONE-1Le parole che Gesù pronuncia durante la sua Passione trovano il loro culmine nel perdono. Gesù perdona: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). Non sono soltanto parole, perché diventano un atto concreto nel perdono offerto al “buon ladrone”, che era accanto a Lui. Gesù ci ha salvati rimanendo sulla croce. Tutti noi sappiamo che non è facile “rimanere sulla croce”, sulle nostre piccole croci di ogni giorno. Lui, in questa grande croce, in questa grande sofferenza, è rimasto così e lì ci ha salvati; lì ci ha mostrato la sua onnipotenza e lì ci ha perdonati. Lì si compie la sua donazione d’amore e scaturisce per sempre la nostra salvezza. Morendo in croce, innocente tra due criminali, Egli attesta che la salvezza di Dio può raggiungere qualunque uomo in qualunque condizione, anche la più negativa e dolorosa. La salvezza di Dio è per tutti, nessuno escluso. E’ offerta a tutti. Per questo il Giubileo è tempo di grazia e di misericordia per tutti, buoni e cattivi, quelli che sono in salute e quelli che soffrono.

La Chiesa non è soltanto per i buoni o per quelli che sembrano buoni o si credono buoni; la Chiesa è per tutti, e anche preferibilmente per i cattivi, perché la Chiesa è misericordia. E questo tempo di grazia e di misericordia ci fa ricordare che nulla ci può separare dall’amore di Cristo! (cfr Rm 8,39). A chi è inchiodato su un letto di ospedale, a chi vive chiuso in una prigione, a quanti sono intrappolati dalle guerre, io dico: guardate il Crocifisso; Dio è con voi, rimane con voi sulla croce e a tutti si offre come Salvatore a tutti noi. A voi che soffrite tanto dico, Gesù è crocifisso per voi, per noi, per tutti. Lasciate che la forza del Vangelo penetri nel vostro cuore e vi consoli, vi dia speranza e l’intima certezza che nessuno è escluso dal suo perdono. Gesù è lì sulla croce per stare con i colpevoli: attraverso questa vicinanza, Egli offre loro la salvezza. Ciò che è scandalo per i capi e per il primo ladrone, per quelli che erano lì e si facevano beffa di Gesù, questo invece è fondamento della sua fede. E così il buon ladrone diventa testimone della Grazia; l’impensabile è accaduto: Dio mi ha amato a tal punto che è morto sulla croce per me. La fede stessa di quest’uomo è frutto della grazia di Cristo: i suoi occhi contemplano nel Crocifisso l’amore di Dio per lui, povero peccatore. È vero, era ladrone, era un ladro, aveva rubato tutta la vita.

 Ma alla fine, pentito di quello che aveva fatto, guardando Gesù così buono e misericordioso è riuscito a rubarsi il cielo: è un bravo ladro, questo! Nell’ora della croce, la salvezza di Cristo raggiunge il suo culmine; e la sua promessa al buon ladrone rivela il compimento della sua missione: cioè salvare i peccatori. Sulla croce, l’ultimo atto conferma il realizzarsi di questo disegno salvifico. Dall’inizio alla fine Egli si è rivelato Misericordia, si è rivelato incarnazione definitiva e irripetibile dell’amore del Padre. Gesù è davvero il volto della misericordia del Padre. E il buon ladrone lo ha chiamato per nome: “Gesù”. È una invocazione breve, e tutti noi possiamo farla durante la giornata tante volte: “Gesù”. “Gesù”, semplicemente. E così fatela durante tutta la giornata.

(Udienza Generale - Mercoledì, 28 settembre 2016)

 

 
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