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n° 38 Sabato 17 Settembre 2016

DIMENTICA IL PASSATO: QUESTA È LA DEBOLEZZA DI DIO

FIGLIOL-PRODICOIl capitolo 15 del Vangelo di Luca, considerato quello della misericordia, raccoglie tre parabole con le quali Gesù risponde alle mormorazioni degli scribi e dei farisei. Essi criticano il suo comportamento e dicono: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Con questi tre racconti, Gesù vuol far capire che Dio Padre è il primo ad avere verso i peccatori un atteggiamento accogliente e misericordioso. Nella prima parabola Dio è presentato come un pastore che lascia le novantanove pecore per andare in cerca di quella perduta. Nella seconda è paragonato a una donna che ha perso una moneta e la cerca finché non la trova. Nella terza parabola Dio è immaginato come un padre che accoglie il figlio che si era allontanato; la figura del padre svela il cuore di Dio, di Dio misericordioso, manifestato in Gesù. Un elemento comune a queste tre parabole è quello espresso dai verbi che significano gioire insieme, fare festa. Non si parla di fare lutto. Si gioisce, si fa festa. Questa festa di Dio per coloro che ritornano a Lui pentiti è quanto mai intonata all’Anno giubilare che stiamo vivendo, come dice lo stesso termine “giubileo”, cioè giubilo. Con queste tre parabole, Gesù ci presenta il volto vero di Dio: un Padre dalle braccia aperte, che tratta i peccatori con tenerezza e compassione. La parabola che più commuove perché manifesta l’infinito amore di Dio, è quella del padre che stringe a sé, abbraccia il figlio ritrovato. E ciò che colpisce non è tanto la triste storia di un giovane che precipita nel degrado, ma le sue parole decisive: «Mi alzerò, andrò da mio padre». La via del ritorno verso casa è la via della speranza e della vita nuova. Dio aspetta sempre il nostro rimetterci in viaggio, ci attende con pazienza, ci vede quando ancora siamo lontani, ci corre incontro, ci abbraccia, ci bacia, ci perdona. Così è Dio! Così è il nostro Padre! E il suo perdono cancella il passato e ci rigenera nell’amore. Dimentica il passato: questa è la debolezza di Dio. Quando ci abbraccia e ci perdona, perde la memoria, non ha memoria! Quando noi peccatori ci convertiamo e ci facciamo ritrovare da Dio non ci attendono rimproveri e durezze, perché Dio salva, riaccoglie a casa con gioia e fa festa. E vi faccio una domanda: avete mai pensato che ogni volta che ci accostiamo al confessionale, c’è gioia e festa nel cielo? Avete pensato a questo? E’ bello! Questo ci infonde grande speranza, perché non c’è peccato in cui siamo caduti da cui, con la grazia di Dio, non possiamo risorgere; non c’è una persona irrecuperabile, nessuno è irrecuperabile! Perché Dio non smette mai di volere il nostro bene, anche quando pecchiamo!

(Angelus – Domenica 11/09/2016)

 

LAVORARE PER LA CULTURA DELL’INCONTRO FECONDO

Soffermandosi in particolare sull’episodio della vedova di Nain narrato nel vangelo di Luca (7, 11-17), il S.Padre ha sottolineato come la parola di Dio del giorno parlasse di un incontro. C’è un incontro fra la gente, un incontro tra la gente che era sulla strada. E questa, è una cosa non abituale. Infatti, quando noi andiamo per la strada ognuno pensa a sé: vede, ma non guarda; sente, ma non ascolta; insomma ciascuno va per la propria direzione. E di conseguenza le persone si incrociano fra loro, ma non si incontrano. Perché l’incontro è un’altra cosa, ed è proprio quello che il Vangelo oggi ci annuncia. Un incontro fra un uomo e una donna, fra un figlio unico vivo e un figlio unico morto; fra una folla felice, perché aveva incontrato Gesù e lo seguiva, e un gruppo di gente, che piangendo accompagnava quella donna, rimasta vedova che andava a seppellire il suo unico figlio. Questo incontro ci fa riflettere sul modo di trovarci fra noi. Infatti, dice il Vangelo: “Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione”. Una compassione che non è affatto la stessa che abbiamo noi normalmente «quando per esempio andiamo per strada e vediamo una cosa triste: “Peccato!”». Del resto Gesù non ha detto: “Ma povera donna!”». Al contrario, è andato oltre. Fu preso da compassione. “E gli si avvicinò e parlò. Le disse: Non piangere”. E in tal modo Gesù con la sua compassione si coinvolge nel problema di quella signora. “Si avvicinò, le parlò e toccò”. Dice il Vangelo che toccò la bara. Ma sicuramente quando ha detto “non piangere”, toccò la vedova pure. Una carezza. Perché era commosso, Gesù. E poi fa il miracolo: quello cioè di risuscitare il ragazzo. C’è un gesto di Gesù che proprio fa vedere la tenerezza di un incontro e non solo la tenerezza, la fecondità di un incontro. Ogni incontro è fecondo. Ogni incontro restituisce le persone e le cose al loro posto.

Un discorso, questo, che suona attuale anche agli uomini di oggi, troppo abituati a una cultura dell’indifferenza e per questo bisognosi di lavorare e chiedere la grazia di fare una cultura dell’incontro, di questo incontro fecondo, di questo incontro che restituisca a ogni persona la propria dignità di figlio di Dio, la dignità di vivente. Noi siamo abituati a questa indifferenza sia quando vediamo le calamità di questo mondo sia davanti alle piccole cose. Ci si limita a dire: «Ma, peccato, povera gente, quanto soffrono» per poi tirare dritto. Mentre l’incontro è altro. Un esempio concreto? Il Papa ha descritto l’immagine di una famiglia riunita a tavola: «Quante volte si mangia, si guarda la tv o si scrivono messaggi al telefonino. Ognuno è indifferente a quell’incontro. Anche proprio nel nocciolo della società, che è la famiglia, non c’è l’incontro», ha commentato. Da qui l’esortazione conclusiva a lavorare per questa cultura dell’incontro, così semplicemente come l’ha fatto Gesù.

(Meditazione mattutina nella cappella della domus Santa Marta - Martedì 13/09/2016)

 

UCCIDERE IN NOME DI DIO È SATANICO

DON-JAUCHESOggi la Chiesa celebra la festa della Croce di Gesù Cristo. Gesù Cristo, il primo Martire, il primo che dà la vita per noi. E da questo mistero di Cristo incomincia tutta la storia del martirio cristiano, dai primi secoli fino a oggi. I primi cristiani hanno fatto la confessione di Gesù Cristo pagando con la loro vita. Ai primi cristiani era proposta l’apostasia, cioè: “Dite che il nostro dio è quello vero, non il vostro. Fate un sacrificio al nostro dio o ai nostri dei”. E quando non facevano questo, quando rifiutavano l’apostasia, venivano uccisi. Questa storia si ripete fino a oggi; e oggi nella Chiesa ci sono più martiri cristiani che non ai primi tempi. Oggi ci sono cristiani assassinati, torturati, carcerati, sgozzati perché non rinnegano Gesù Cristo. In questa storia, arriviamo al nostro père Jacques: lui fa parte di questa catena di martiri. I cristiani che oggi soffrono – sia nel carcere, sia con la morte o con le torture – per non rinnegare Gesù Cristo, fanno vedere proprio la crudeltà di questa persecuzione. E questa crudeltà che chiede l’apostasia – diciamo la parola – è satanica. E quanto sarebbe bene che tutte le confessioni religiose dicessero: “Uccidere in nome di Dio è satanico”. Padre Jacques Hamel è stato sgozzato sulla Croce, proprio mentre celebrava il sacrificio della Croce di Cristo. Uomo buono, mite, di fratellanza, che sempre cercava di fare la pace, è stato assassinato come se fosse un criminale. Questo è il filo satanico della persecuzione. Ma c’è una cosa, in quest’uomo che ha accettato il suo martirio lì, con il martirio di Cristo, all’altare, c’è una cosa che mi fa pensare tanto: in mezzo al momento difficile che viveva, in mezzo anche a questa tragedia che lui vedeva venire, un uomo mite, un uomo buono, un uomo che faceva fratellanza, non ha perso la lucidità di accusare e dire chiaramente il nome dell’assassino, e ha detto chiaramente: “Vattene, Satana!”. Ha dato la vita per noi, ha dato la vita per non rinnegare Gesù. Ha dato la vita nello stesso sacrificio di Gesù sull’altare e da lì ha accusato l’autore della persecuzione: “Vattene, Satana!”.

E questo esempio di coraggio, ma anche il martirio della propria vita, di svuotare sé stesso per aiutare gli altri, di fare fratellanza tra gli uomini, aiuti tutti noi ad andare avanti senza paura. Che lui dal Cielo – perché dobbiamo pregarlo, è un martire!, e i martiri sono beati, dobbiamo pregarlo – ci dia la mitezza, la fratellanza, la pace, e anche il coraggio di dire la verità: uccidere in nome di Dio è satanico.

(Omelia mattutina nella cappella della domus Santa Marta – Mercoledì 14/09/2016)

 

VIVERE DI MISERICORDIA PER ESSERE STRUMENTI DI MISERICORDIA

Nel Vangelo di Matteo (11,28-30), Gesù dice: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. […] Imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita». L’invito del Signore è sorprendente: chiama a seguirlo persone semplici e gravate da una vita difficile, chiama a seguirlo persone che hanno tanti bisogni e promette loro che in Lui troveranno riposo e sollievo. L’invito è rivolto in forma imperativa: «venite a me», «prendete il mio giogo», «imparate da me». Magari tutti i leaders del mondo potessero dire questo! Cerchiamo di cogliere il significato di queste espressioni. Il primo imperativo è «Venite a me». Rivolgendosi a coloro che sono stanchi e oppressi. Si tratta di quanti non possono contare su mezzi propri, né su amicizie importanti. Essi possono solo confidare in Dio. Nell’invito di Gesù trovano finalmente risposta alla loro attesa: diventando suoi discepoli ricevono la promessa di trovare ristoro per tutta la vita. Il secondo imperativo dice: “Prendete il mio giogo”. Vuole insegnare loro che scopriranno la volontà di Dio mediante la sua persona: mediante Gesù, non mediante leggi e prescrizioni fredde che lo stesso Gesù condanna.   Ricevendo il “giogo di Gesù” ogni discepolo entra così in comunione con Lui ed è reso partecipe del mistero della sua croce e del suo destino di salvezza. Ne consegue il terzo imperativo: “Imparate da me”. Ai suoi discepoli Gesù prospetta un cammino di conoscenza e di imitazione. Gesù non è un maestro che con severità impone ad altri dei pesi che lui non porta: questa era l’accusa che faceva ai dottori della legge. Egli si rivolge agli umili, ai piccoli, ai poveri, ai bisognosi perché Lui stesso si è fatto piccolo e umile. Comprende i poveri e i sofferenti perché Lui stesso è povero e provato dai dolori. Siamo chiamati quindi a imparare da Lui cosa significa vivere di misericordia per essere strumenti di misericordia. Impariamo a essere misericordiosi con gli altri. Tenere fisso lo sguardo sul Figlio di Dio ci fa capire quanta strada dobbiamo ancora fare; ma al tempo stesso ci infonde la gioia di sapere che stiamo camminando con Lui e non siamo mai soli. Coraggio, dunque, coraggio! Non lasciamoci togliere la gioia di essere discepoli del Signore.

(Udienza Generale – Mercoledì 14/09/20126)

 

 
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