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Scritto da Administrator   

n° 29 Sabato 16 Luglio 2016

QUEL MIGRANTE….. QUEL NONNO…..

QUEL MALATO, ERO IO

BUON-SAMARITANOLa parabola detta del “buon samaritano” (Lc 10,25-37) nel suo racconto semplice e stimolante, indica uno stile di vita, il cui baricentro non siamo noi stessi, ma gli altri, con le loro difficoltà, che incontriamo sul nostro cammino e che ci interpellano. Gli altri ci interpellano. E quando gli altri non ci interpellano, qualcosa lì non funziona; qualcosa in quel cuore non è cristiano. Gesù usa questa parabola nel dialogo con un dottore della legge, a proposito del duplice comandamento che permette di entrare nella vita eterna: amare Dio con tutto il cuore e il prossimo come sé stessi . “Sì – replica quel dottore della legge – ma, dimmi, chi è il mio prossimo?”. Anche noi possiamo porci questa domanda: chi è il mio prossimo? Chi devo amare come me stesso? I miei parenti? I miei amici? I miei connazionali? Quelli della mia stessa religione?... Chi è il mio prossimo? E Gesù risponde con questa parabola. Un uomo, lungo la strada da Gerusalemme a Gerico, è stato assalito dai briganti, malmenato e abbandonato. Per quella strada passano prima un sacerdote e poi un levita, i quali, pur vedendo l’uomo ferito, non si fermano e tirano dritto. Passa poi un samaritano, cioè un abitante della Samaria, e come tale disprezzato dai giudei perché non osservante della vera religione; e invece lui, proprio lui, quando vide quel povero sventurato, «ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite […], lo portò in un albergo e si prese cura di lui»; e il giorno dopo lo affidò alle cure dell’albergatore, pagò per lui e disse che avrebbe pagato anche tutto il resto. A questo punto Gesù si rivolge al dottore della legge e gli chiede: «Chi di questi tre – il sacerdote, il levita, il samaritano – ti sembra sia stato il prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». E quello naturalmente - perché era intelligente - risponde: «Chi ha avuto compassione di lui». In questo modo Gesù ha ribaltato completamente la prospettiva iniziale del dottore della legge – e anche la nostra! –: non devo catalogare gli altri per decidere chi è il mio prossimo e chi non lo è. Dipende da me essere o non essere prossimo - la decisione è mia -, dipende da me essere o non essere prossimo della persona che incontro e che ha bisogno di aiuto, anche se estranea o magari ostile. E Gesù conclude: «Va’ e anche tu fa’ così». Bella lezione! E lo ripete a ciascuno di noi: «Va’ e anche tu fa’ così», fatti prossimo del fratello e della sorella che vedi in difficoltà. “Va’ e anche tu fa’ così”. Fare opere buone, non solo dire parole che vanno al vento. Mi viene in mente quella canzone: “Parole, parole, parole”. No. Fare, fare. E mediante le opere buone che compiamo con amore e con gioia verso il prossimo, la nostra fede germoglia e porta frutto. Domandiamoci: la nostra fede è feconda? La nostra fede produce opere buone? Oppure è piuttosto sterile, e quindi più morta che viva? Mi faccio prossimo o semplicemente passo accanto? Sono di quelli che selezionano la gente secondo il proprio piacere? Queste domande è bene farcele e farcele spesso, perché alla fine saremo giudicati sulle opere di misericordia. Il Signore potrà dirci: Ma tu, ti ricordi quella volta sulla strada da Gerusalemme a Gerico? Quell’uomo mezzo morto ero io. Ti ricordi? Quel bambino affamato ero io. Ti ricordi? Quel migrante che tanti vogliono cacciare via ero io. Quei nonni soli, abbandonati nelle case di riposo, ero io. Quell’ammalato solo in ospedale, che nessuno va a trovare, ero io. Ci aiuti la Vergine Maria a vivere il comandamento principale che Cristo ci ha lasciato. E’ questa la strada per entrare nella vita eterna.

                             (Angelus - Domenica 10/07/2016)

 

SENZA DIRE “PADRE”, LA NOSTRA PREGHIERA È PAGANA

Alcune volte i discepoli avevano chiesto a Gesù: “Maestro, insegnaci a pregare”. Infatti loro non sapevano pregare o vedevano come pregavano i discepoli di Giovanni e hanno chiesto a Gesù. Da parte sua il Signore è chiaro, semplice, nel suo insegnamento: “Primo — dice — pregando, nella preghiera, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole”. Per questo egli raccomanda: non siate come loro, Dio non ha bisogno di parole, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno, prima ancora che gliele chiediate. Gesù mette da parte questa preghiera delle parole, soltanto le parole, e dice: Voi dunque pregate così. Perciò lui ci indica proprio lo spazio della preghiera in una parola: “Padre”. Dio infatti sa di quali cose abbiamo bisogno, prima che noi le chiediamo; questo Padre che di nascosto, ci ascolta di nascosto, nel segreto, come lui, Gesù, consiglia di pregare: nel segreto. Un Padre che ci dà proprio l’identità di figli. Così quando io dico “Padre” arrivo fino alle radici della mia identità: la mia identità cristiana è essere figlio e questa è una grazia dello Spirito. Tanto che nessuno può dire “Padre” senza la grazia dello Spirito. Padre è la parola che Gesù usava nei momenti più forti: quando era pieno di gioia, di emozione: “Padre, ti rendo lode, perché tu riveli queste cose ai bambini. Oppure piangendo, davanti alla tomba del suo amico Lazzaro: “Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato”. E ancora, nell’angoscia, nei momenti finali della sua vita: “Padre, se è possibile che questo calice passi via da me, fatelo”. Poi quando tutto è finito dice: Padre, nelle tue mani consegno il mio Spirito”. Insomma, nei momenti più forti Gesù dice: “Padre”, è la parola che più usa. E lui parla col Padre: è la strada della preghiera e, per questo, io mi permetto di dire, è lo spazio di preghiera. Ecco perché, senza sentire che siamo figli, senza sentirsi figlio, senza dire “Padre”, la nostra preghiera è pagana, è una preghiera di parole. Certo, è bene pregare la Madonna, perché è una figlia molto amata dal Padre. Lo stesso vale per i santi che sono amati tutti dal Padre e intercedono per noi. E anche per gli angeli. Ma la pietra d’angolo della preghiera è “Padre”.

 

DITE PADRE E POI PREGATE.

PADRE-CELESTE-16072016Perché se tu non sei capace di incominciare la preghiera, dicendo col cuore e con la bocca questa parola, “Padre”, la preghiera non andrà bene. Si tratta, di sentire lo sguardo del Padre su di me, sentire che quella parola “Padre” non è uno spreco come le parole delle preghiere dei pagani: è una chiamata a colui che mi ha dato l’identità di figlio. Proprio questo è lo spazio della preghiera cristiana — “Padre” — e in questo contesto preghiamo tutti i santi, gli angeli, facciamo anche le processioni, i pellegrinaggi. È tutto bello ma sempre incominciando con “Padre” e nella consapevolezza che siamo figli e che abbiamo un Padre che ci ama e che conosce i nostri bisogni tutti: questo è lo spazio. Ma, c’è una cosa curiosa; Gesù recita il “Padre nostro”, la preghiera che tutti sappiamo, e insegna a pregare così: “Non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male”. E subito, subito aggiunge: Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli, perdonerà anche a voi. Ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe. Sembra quasi, che Gesù avesse dimenticato di sottolineare quello che era nella preghiera che aveva detto — “e rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori” — e continua “non ci indurre” e poi “ma no, devo sottolineare questo!”. Dunque, se lo spazio della preghiera è dire “Padre”, l’atmosfera della preghiera è dire “nostro”: siamo fratelli, siamo famiglia. Se invece noi siamo arrabbiati l’uno con l’altro, siamo in guerra, ci odiamo, ostacoliamo l’amore del Padre. E questa è l’atmosfera, è la famiglia, tutti figli dello stesso Padre: posso odiare il figlio di mio Padre? Ma Caino lo ha fatto! Divengo Caino!. Dire Padre nostro, insomma, significa dire: Tu che mi dai l’identità e tu che mi dai una famiglia. Per questo, è tanto importante la capacità di perdono, di dimenticare le offese, quella sana abitudine: “ma, lasciamo perdere... che il Signore faccia lui” e non portare il rancore, il risentimento, la voglia di vendetta. Così se tu vai a pregare e dici soltanto “Padre”, pensando a colui che ti ha dato la vita e ti dà l’identità e ti ama, e dici “nostro” perdonando tutti, dimenticando le offese, è la migliore preghiera che tu possa fare. In questo contesto, si pregano tutti i santi e la Madonna, tutto, ma il fondamento della preghiera è “Padre nostro”. Alcune volte fate anche un esame di coscienza su questo. E ponetevi anche le domande: Per me Dio è Padre, io lo sento Padre? E se non lo sento così, chiedo allo Spirito Santo che mi insegni a sentirlo così? Io sono capace di dimenticare le offese, di perdonare, di lasciar perdere e chiedere al Padre: “ma anche questi sono i tuoi figli, mi hanno fatto una cosa brutta, aiutami a perdonare”?. Ecco l’esame di coscienza da fare su di noi: ci farà bene, bene, bene. Tenendo sempre ben presente che le parole «Padre» e «nostro» ci danno l’identità di figli e ci danno una famiglia per camminare insieme nella vita.

(Meditazione mattutina nella cappella della domus Sanctae Marthae - Giovedì, 16 giugno 2016)

 
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