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Scritto da Administrator   

n° 23 Sabato 4 Giugno 2016

CIASCUNO DI NOI E’ CHIAMATO A SERVIRE

CARITAS-04062016«Servitore di Cristo» (Gal 1,10). Abbiamo ascoltato questa espressione, con la quale l’Apostolo Paolo si definisce, scrivendo ai Galati. Da dove cominciare per diventare «servi buoni e fedeli» (cfr Mt 25,21)? Come primo passo, siamo invitati a vivere la disponibilità. Chi serve, non è un custode geloso del proprio tempo, anzi rinuncia ad essere il padrone della propria giornata. Sa che il tempo che vive non gli appartiene, ma è un dono che riceve da Dio per offrirlo a sua volta: solo così porterà veramente frutto. Chi serve non è schiavo dell’agenda che stabilisce, ma, docile di cuore, è disponibile al non programmato: pronto per il fratello e aperto all’imprevisto, che non manca mai e spesso è la sorpresa quotidiana di Dio. Il servitore sa aprire le porte del suo tempo e dei suoi spazi a chi gli sta vicino e anche a chi bussa fuori orario, a costo di interrompere qualcosa che gli piace o il riposo che si merita. Il servitore trascura [va oltre] gli orari. A me fa male al cuore quando vedo un orario, nelle parrocchie: “Dalla tal ora alla tal ora”. E poi? Non c’è porta aperta, non c’è prete, non c’è diacono, non c’è laico che riceva la gente… Questo fa male. Trascurare [andare oltre] gli orari: avere questo coraggio, di trascurare [andare oltre] gli orari. Ciascuno di noi è molto caro a Dio, amato e scelto da lui, ed è chiamato a servire, ma ha anzitutto bisogno di essere guarito interiormente. Per essere abili al servizio, ci occorre la salute del cuore: un cuore risanato da Dio, che si senta perdonato e non sia né chiuso né duro. Ci farà bene pregare con fiducia ogni giorno per questo, chiedere di essere guariti da Gesù, di assomigliare a Lui, che “non ci chiama più servi, ma amici”. Così, disponibili nella vita, miti di cuore e in costante dialogo con Gesù, non avrete paura di essere servitori di Cristo, di incontrare e accarezzare la carne del Signore nei poveri di oggi.

(Giubileo dei Diaconi - Domenica 29/05/2016)

 

DONNE CORAGGIOSE

MADRE-TERESA-04062016Nell’incontro di Maria con sua cugina Elisabetta si respira un’ atmosfera di gioia: “L’anima mia magnifica il Signore, il mio spirito esulta in Dio”. Anche Gesù gioisce e sussulta nel grembo della madre: tutto è gioia lì, tutto. Questa è l’aria fresca che oggi ci porta la liturgia: il messaggio di gioia. Che cosa brutta sono i cristiani con la faccia storta, i cristiani tristi, una cosa brutta, brutta, brutta. Infatti credono di essere cristiani ma non lo sono pienamente. In questa atmosfera di gioia voglio sottolineare due aspetti: un atteggiamento e un fatto. L’atteggiamento è quello del servizio. Maria, infatti va a servire. Rileviamo i due verbi che introducono questa storia, ovvero: Maria si alzò, cioè decise: faccio qualcosa, e quindi andò in fretta. La cosa che stupisce è proprio questa ragazza di sedici anni, diciassette, non di più, che va in fretta per questo cammino, dove sicuramente c’erano i briganti, ma era coraggiosa. Si alza e va. Maria non trova scuse del tipo: No, sono incinta, o anche: Sono la regina del mondo, perché il re viene da me. Lei semplicemente si alza e va, mostrando, tutto il suo coraggio di donna. Ricordiamo le donne coraggiose che ci sono nella Chiesa e che sono come la Madonna: donne che portano avanti la famiglia e l’educazione dei figli, capaci di affrontare tante avversità, tanto dolore, donne che curano gli ammalati... Coraggiose: si alzano e servono, servono. In loro si riconosce il segno cristiano del servizio. Voglio sottolineare l’importanza dell’atteggiamento del servizio nella gioia. Una gioia che, comunque, richiede anche mortificazione, cioè non scegliere di fare solo quello che ci piace. Maria, ad esempio, si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città giudea, andò lontano, e sicuramente lo ha fatto da sola. Era coraggiosa. Il Vangelo, poi, propone anche un fatto, cioè l’incontro fra Maria ed Elisabetta. Queste due donne si incontrano e si incontrano con gioia, come quando si incontrano le donne che si vogliono bene: si abbracciano, si baciano.... Un incontro, insomma, caratterizzato dalla festa. Dunque l’incontro è un altro segno cristiano. Infatti, una persona che dice di essere cristiana e non è capace di andare incontro agli altri, di incontrare gli altri, non è totalmente cristiana. Sia il servizio che l’incontro richiedono di uscire da se stessi: uscire per servire e uscire per incontrare, per abbracciare un’altra persona. Se noi imparassimo questo — servizio e andare incontro agli altri, non rifiutare gli incontri — se noi imparassimo questo, come cambierebbe il mondo». Due cose soltanto, servire e incontrarsi, e noi sperimenteremo la gioia, questa gioia grande della presenza di Dio in mezzo a noi.

(Meditazione mattutina nella cappella della domus Sanctae Marthae - Martedì, 31 maggio 2016)

 

SPIRITO IN GABBIA

GABBIA-04062016Profezia, memoria e speranza: sono le tre caratteristiche che rendono liberi la persona, il popolo, la Chiesa, impedendo di finire in un sistema chiuso di norme che ingabbia lo Spirito Santo. Il Signore usa l’immagine della vigna, che nella Bibbia è l’immagine del popolo di Dio, l’immagine della Chiesa e anche l’immagine della nostra anima. Un popolo è libero, una Chiesa è libera quando ha memoria, quando lascia posto ai profeti, quando non perde la speranza. Il Signore ci insegni questa lezione, anche per la nostra vita, domandando a se stessi: Io ho memoria delle meraviglie che il Signore ha fatto nella mia vita? Ho memoria dei doni del Signore? Io sono aperto a quello o sono timoroso e preferisco chiudermi nella gabbia della legge?. E alla fine: io ho speranza nelle promesse di Dio, come ha avuto nostro padre Abramo, che uscì dalla sua terra senza sapere dove andasse, soltanto perché sperava in Dio?.

(Meditazione mattutina nella cappella della domus Sanctae Marthae - Lunedì, 30 maggio 2016)

 

CHI SI ESALTA SARÀ UMILIATO, CHI SI UMILIA SARÀ ESALTATO

FEDELI-04062016Gesù vuole insegnarci qual è l’atteggiamento giusto per pregare e invocare la misericordia del Padre; come si deve pregare; l’atteggiamento giusto per pregare. È la parabola del fariseo e del pubblicano (cfr Lc 18,9-14). Entrambi i protagonisti salgono al tempio per pregare, ma agiscono in modi molto differenti, ottenendo risultati opposti. Non basta domandarci quanto preghiamo, dobbiamo anche chiederci come preghiamo, o meglio, com’è il nostro cuore: è importante esaminarlo per valutare i pensieri, i sentimenti, ed estirpare arroganza e ipocrisia. Ma, io domando: si può pregare con arroganza? No. Si può pregare con ipocrisia? No. Soltanto, dobbiamo pregare ponendoci davanti a Dio così come siamo. Non come il fariseo che pregava con arroganza e ipocrisia. Siamo tutti presi dalla frenesia del ritmo quotidiano, spesso in balìa di sensazioni, frastornati, confusi. È necessario imparare a ritrovare il cammino verso il nostro cuore, recuperare il valore dell’intimità e del silenzio, perché è lì che Dio ci incontra e ci parla. Soltanto a partire da lì possiamo a nostra volta incontrare gli altri e parlare con loro. Il fariseo si è incamminato verso il tempio, è sicuro di sé, ma non si accorge di aver smarrito la strada del suo cuore. Il pubblicano invece – l’altro – si presenta nel tempio con animo umile e pentito: «fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto». La sua preghiera è brevissima, non è così lunga come quella del fariseo: «O Dio, abbi pietà di me peccatore». Niente di più. Bella preghiera! La parabola insegna che si è giusti o peccatori non per la propria appartenenza sociale, ma per il modo di rapportarsi con Dio e per il modo di rapportarsi con i fratelli. I gesti di penitenza e le poche e semplici parole del pubblicano testimoniano la sua consapevolezza circa la sua misera condizione. La sua preghiera è essenziale. Agisce da umile, sicuro solo di essere un peccatore bisognoso di pietà. Se il fariseo non chiedeva nulla perché aveva già tutto, il pubblicano può solo mendicare la misericordia di Dio. E questo è bello: mendicare la misericordia di Dio! Presentandosi “a mani vuote”, con il cuore nudo e riconoscendosi peccatore, il pubblicano mostra a tutti noi la condizione necessaria per ricevere il perdono del Signore. Alla fine proprio lui, così disprezzato, diventa un’icona del vero credente. Gesù conclude la parabola con una sentenza: «Io vi dico: questi – cioè il pubblicano –, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato». Nella vita chi si crede giusto e giudica gli altri e li disprezza, è un corrotto e un ipocrita. La superbia compromette ogni azione buona, svuota la preghiera, allontana da Dio e dagli altri. Se Dio predilige l’umiltà non è per avvilirci: l’umiltà è piuttosto condizione necessaria per essere rialzati da Lui, così da sperimentare la misericordia che viene a colmare i nostri vuoti. Se la preghiera del superbo non raggiunge il cuore di Dio, l’umiltà del misero lo spalanca. Dio ha una debolezza: la debolezza per gli umili. Davanti a un cuore umile, Dio apre totalmente il suo cuore.

(Udienza Generale - Mercoledì 01/06/2016)

 

 
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