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Scritto da Administrator   

n° 19 Sabato 7 Maggio2016

 

UNA DEFORMAZIONE ECCLESIALE: IL CLERICALISMO

Papa Francesco ha scritto una lettera, il 19 marzo scorso, al cardinale Ouellet, Presidente della Pontificia Commissione per l’America Latina facendo una riflessione sull’attività pubblica dei laici cristiani. Guardare continuamente al Popolo di Dio ci salva da belle frasi che però non riescono a sostenere la vita delle nostre comunità. Per esempio (specialmente dopo il Concilio): la famosa frase “è l’ora dei laici”, ma sembra che l’orologio si sia fermato. Guardare al popolo di Dio ci ricorda che tutti facciamo il nostro ingresso nella Chiesa come laici. La nostra prima e fondamentale consacrazione è il battesimo. Nessuno è stato battezzato prete, né vescovo. La Chiesa non è una élite dei sacerdoti, dei consacrati, dei vescovi ma tutti formano il Santo Popolo di Dio. Una deformazione ecclesiale è il clericalismo. Questo atteggiamento non solo annulla la personalità dei cristiani ma tende a sminuire e a sottovalutare la grazia battesimale. Il clericalismo tratta il laicato come “mandatario”, limita le diverse iniziative e sforzi e le audacie necessarie per portare la buona novella del Vangelo in tutti gli ambiti dell’attività sociale e politica. Spegne a poco a poco il fuoco profetico di cui l’intera Chiesa è chiamata a rendere testimonianza. Il clericalismo dimentica che la visibilità e la sacramentalità della Chiesa appartengono a tutto il popolo di Dio (cfr.Lumen gentium, nn9-14) e non solo a pochi eletti ed illuminati. Confidiamo nel nostro popolo, nella sua memoria e nel suo “olfatto”, confidiamo che lo Spirito Santo agisce in esso e con esso, e che questo Spirito non è solo proprietà della gerarchia ecclesiale. Non è mai il pastore a dover dire al laico quello che deve fare o dire, lui lo sa tanto e meglio di noi. Non è il pastore a dover stabilire quello che i fedeli devono dire nei diversi ambiti. Molte volte siamo caduti nella tentazione di pensare che il laico impegnato sia colui che lavora nelle opere della Chiesa e/o nelle cose della parrocchia o della diocesi, e abbiamo riflettuto poco su come accompagnare un battezzato nella sua vita pubblica e quotidiana. Senza rendercene conto abbiamo generato una élite laicale credendo che sono laici impegnati solo quelli che lavorano in cose “dei preti”, abbiamo dimenticato, trascurandolo, il credente che molte volte brucia la sua speranza nella lotta quotidiana per vivere la fede. Situazioni che il clericalismo non può vedere, perché è più preoccupato a dominare spazi che a generare processi I laici sono parte del santo popolo fedele di Dio e pertanto sono i protagonisti della Chiesa e del mondo; noi (pastori) siamo chiamati a servirli, e non a servirci di loro.

 

CI SONO CRISTIANI CHE

SONO “MUMMIE SPIRITUALI”

MUMMIA-7-MAGGIO-2016In Gv 14, 6-14 , Gesù dice agli apostoli: Io non vi lascerò orfani; io non vi lascerò soli; io vado a prepararvi un posto. Inoltre, nei due versetti precedenti si legge: Dove io vado, voi conoscete la via. Così Tommaso risponde: Ma, Signore, noi non sappiamo dove vai, come possiamo conoscere la via?.   Gesù dice a Tommaso: «Io sono la via». È la risposta all’angoscia, alla tristezza, alla tristezza dei discepoli per questo congedo di Gesù: loro non capivano tanto, ma erano tristi per questo. Per questo Gesù dice a Tommaso: «Io sono la via». Questa espressione di Gesù, ci fa pensare alla vita cristiana, che è un cammino: incominciamo col battesimo a camminare e cammino, cammino, cammino. Si può dire che la vita cristiana è una strada e la strada giusta è Gesù. Tanto che lui stesso ha detto: «Io sono la via». Dunque, per camminare bene nella vita cristiana la strada è Gesù. Ma, ci sono parecchi modi di camminare. C’è prima di tutto quello che non cammina. Un cristiano che non cammina, che non fa strada, è un cristiano “non cristiano”, per così dire: è un cristiano un po’ paganizzato, sta lì, sta fermo immobile, non va avanti nella vita cristiana, non fa fiorire le beatitudini nella sua vita, non fa le opere di misericordia, è fermo. Di più, scusatemi la parola, ma è come fosse una “mummia”, lì, una “mummia spirituale”. E ci sono cristiani che sono “mummie spirituali”, fermi lì: non fanno del male, ma non fanno del bene. Però questo modo di essere non darà frutto: non è un cristiano fecondo perché non cammina. Poi, ci sono alcuni che camminano e sbagliano strada. Ma anche noi tante volte sbagliamo strada. È lo stesso Signore che viene e che ci aiuta, non è una tragedia sbagliare strada. Infatti la tragedia è essere testardo e dire: “questa è la strada”, e non lasciare che la voce del Signore ci dica: “Questa non è la strada, torna, torna indietro e riprendi la vera strada”. Bisogna riprendere la strada quando ci accorgiamo degli errori, degli sbagli che noi facciamo e non essere testardi e andare sempre per la strada sbagliata, perché questo ci allontana da Gesù, perché lui è la strada e non la strada sbagliata. Ancora, ci sono altri che camminano ma non sanno dove vanno: sono erranti nella vita cristiana, vagabondi. Tanto che la loro vita è girare, di qua e di là, e perdono così la bellezza di avvicinarsi a Gesù nella vita di Gesù. Insomma, perdono la strada perché girano e tante volte questo girare, girare errante, li porta a una vita senza uscita: il girare troppo si trasforma in labirinto e poi non sanno come uscire. Così, alla fine, quella chiamata di Gesù l’hanno persa, non hanno la bussola per uscire e girano, girano, cercano. Poi, ci sono altri che nel cammino vengono sedotti da una bellezza, da una cosa, e si fermano a metà strada, affascinati da quello che vedono, da quella idea, da quella proposta, da quel paesaggio, e si fermano. Ma la vita cristiana non è un fascino: è una verità. È Gesù Cristo. Noi possiamo domandarci oggi, ognuno di noi: Il mio cammino cristiano, che ho iniziato nel battesimo, come va?

Come cammino? Seguo Gesù?. E come seguire Gesù ce lo ha detto Paolo nella prima lettura: “Ho trasmesso quello che anche io ho ricevuto, che è Gesù. Ecco, seguire Gesù è essere convinto di questo, la via di Gesù è questa: sempre c’è un po’ di croce e un po’ di risurrezione. Ma questa è la vita e quando Gesù dice a Tommaso: “Io sono la via”, gli dice questo. Non seguono totalmente Gesù quel cristiano che si ferma; quello che sbaglia strada; quello che passa la vita girando; quello che è affascinato e sedotto delle bellezze o delle cose che gli interessano e si ferma lì per guardare e ritarda il cammino. Come sono io in questo cammino cristiano? Fermo, sbagliato, in giro girando, fermandomi davanti alle cose che mi piacciono?. Oppure corrispondo a quello che dice Gesù: Io sono la via? E, chiediamo allo Spirito Santo che ci insegni a camminare bene, sempre, e quando ci stanchiamo facciamo un piccolo ristoro e avanti. Al Signore chiediamo questa grazia.

(Meditazione mattutina nella cappella della domus Sanctae Marthae-Martedì, 3 maggio 2016)

 

DIO NON CONOSCE LA NOSTRA ATTUALE CULTURA DELLO SCARTO

BUON-PASTORE-7-MAGGIO-2016La parabola della pecorella smarrita viene raccontata da Gesù per far comprendere che la sua vicinanza ai peccatori non deve scandalizzare, ma al contrario provocare in tutti una seria riflessione su come viviamo la nostra fede. Il racconto vede da una parte i peccatori che si avvicinano a Gesù per ascoltarlo e dall’altra parte i dottori della legge, gli scribi sospettosi che si discostano da Lui per questo suo comportamento. Si discostano perchè Gesù si avvicinava ai peccatori. Questi erano orgogliosi, erano superbi, si credevano giusti. La nostra parabola si snoda intorno a tre personaggi: il pastore, la pecora smarrita e il resto del gregge. Chi agisce però è solo il pastore, non le pecore. Il pastore quindi è l’unico vero protagonista e tutto dipende da lui.   L’insegnamento che Gesù vuole darci è che nessuna pecora può andare perduta. Il Signore non può rassegnarsi al fatto che anche una sola persona possa perdersi. L’agire di Dio è quello di chi va in cerca dei figli perduti per poi fare festa e gioire con tutti per il loro ritrovamento. Si tratta di un desiderio irrefrenabile: neppure novantanove pecore possono fermare il pastore e tenerlo chiuso nell’ovile. Lui potrebbe ragionare così: “Faccio il bilancio: ne ho novantanove, ne ho persa una, ma non è una grande perdita”. Lui invece va a cercare quella, perchè ognuna è molto importante per lui e quella è la più bisognosa, la più abbandonata, la più scartata; e lui va a cercarla. Siamo tutti avvisati: la misericordia verso i peccatori è lo stile con cui agisce Dio e a tale misericordia Egli è assolutamente fedele: nulla e nessuno potrà distoglierlo dalla sua volontà di salvezza. Dio non conosce la nostra attuale cultura dello scarto, in Dio questo non c’entra. Dio non scarta nessuna persona; Dio ama tutti, cerca tutti: uno per uno! Lui non conosce questa parola “scartare la gente”, perchè è tutto amore e tutta misericordia. Bisogna uscire e non chiudersi in sè stessi, nelle piccole comunità, nella parrocchia, ritenendosi “i giusti”. Questo succede quando manca lo slancio missionario che ci porta ad incontrare gli altri. Nella visione di Gesù non ci sono pecore definitivamente perdute, ma solo pecore che vanno ritrovate. Questo dobbiamo capirlo bene: per Dio nessuno è definitivamente perduto. Mai! Fino all’ultimo momento, Dio ci cerca. Pensate al buon ladrone; ma solo nella visione di Gesù nessuno è definitivamente perduto. La prospettiva pertanto è tutta dinamica, aperta, stimolante e creativa. Ci spinge ad uscire in ricerca per intraprendere un cammino di fraternità. Nessuna distanza può tenere lontano il pastore; e nessun gregge può rinunciare a un fratello. Trovare chi si è perduto è la gioia del pastore e di Dio, ma è anche la gioia di tutto il gregge! Siamo tutti noi pecore ritrovate e raccolte dalla misericordia del Signore, chiamati a raccogliere insieme a Lui tutto il gregge!

(Udienza Generale - Mercoledì, 4 maggio 2016)

 
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