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n° 16 Sabato 16 Aprile 2016

LA PRESENZA DI GESÙ RISORTO TRASFORMA OGNI COSA

PESCA-MIRACOLOSA-16042016Il racconto di Gv 21,1-19 è collocato nella cornice della vita quotidiana dei discepoli, tornati alla loro terra e al loro lavoro di pescatori, dopo i giorni sconvolgenti della passione, morte e risurrezione del Signore. Era difficile per loro comprendere ciò che era avvenuto. Ma, mentre tutto sembrava finito, è ancora Gesù a “cercare” nuovamente i suoi discepoli. Questa volta li incontra presso il lago, dove loro hanno passato la notte sulle barche senza pescare nulla. Le reti vuote appaiono, in un certo senso, come il bilancio della loro esperienza con Gesù: lo avevano conosciuto, avevano lasciato tutto per seguirlo, pieni di speranza… e adesso? Sì, lo avevano visto risorto, ma poi pensavano: “Se n’è andato e ci ha lasciati… E’ stato come un sogno…”. Ma ecco che all’alba Gesù si presenta sulla riva del lago; essi però non lo riconoscono. A quei pescatori, stanchi e delusi, il Signore dice: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». I discepoli si fidarono di Gesù e il risultato fu una pesca incredibilmente abbondante. A questo punto Giovanni si rivolge a Pietro e dice: «È il Signore!». E subito Pietro si tuffa in acqua e nuota verso la riva, verso Gesù. In quella esclamazione: “E’ il Signore!”, c’è tutto l’entusiasmo della fede pasquale, piena di gioia e di stupore, che contrasta fortemente con lo smarrimento, lo sconforto, il senso di impotenza che si erano accumulati nell’animo dei discepoli. La presenza di Gesù risorto trasforma ogni cosa: il buio è vinto dalla luce, il lavoro inutile diventa nuovamente fruttuoso e promettente, il senso di stanchezza e di abbandono lascia il posto a un nuovo slancio e alla certezza che Lui è con noi. Cristo è veramente risorto! Tutti noi cristiani siamo chiamati a comunicare questo messaggio di risurrezione a quanti incontriamo, specialmente a chi soffre, a chi è solo, a chi si trova in condizioni precarie, agli ammalati, ai rifugiati, agli emarginati. A tutti facciamo arrivare un raggio della luce di Cristo risorto, un segno della sua misericordiosa potenza.   (Regina Coeli - Domenica, 10 aprile 2016)

 

STOLTI E TARDI DI CUORE

 Per Gesù quello che conta è la vita delle persone e non uno schema di leggi e parole: l’uccisione di Stefano e Giovanna d’Arco, la morte di tanti altri innocenti nella storia e persino il suicidio di Giuda ricordano quanto male possa fare un cuore chiuso alla parola di Dio tanto da usarla proprio contro la verità. Oggi la Chiesa ci fa ascoltare il brano del discorso di Stefano e del giudizio contro di lui. Alcuni dei dottori della legge, dottori della lettera, si alzarono a discutere con Stefano ma non riuscivano a resistere alla sapienza e allo spirito con cui parlava. Difatti Stefano era stato unto dallo Spirito Santo e aveva proprio la sapienza dello Spirito Santo e parlava con quella forza, con quella sapienza, la stessa che aveva Gesù. Non potendo nulla contro di lui, quelle persone che erano in sinagoga istigarono alcuni perché lo accusassero ingiustamente di aver pronunciato parole blasfeme contro Mosè e contro Dio. Ecco che, non potendo dialogare con lui e aprire il cuore alla verità, subito presero la via della calunnia. Gli Atti raccontano che Stefano venne catturato e condotto davanti al sinedrio e che vennero anche presentati falsi testimoni per accusarlo. La vicenda di Stefano è significativa: Il cuore chiuso alla verità di Dio è aggrappato soltanto alla verità della legge, della lettera — più che della legge, della lettera — e non trova altra uscita che la menzogna, il falso testimone e la morte. Proprio Gesù aveva rimproverato questo atteggiamento perché con i profeti, nell’Antico testamento, era accaduto lo stesso. Tanto che Gesù aveva detto a quelle persone che i loro padri avevano ucciso i profeti “e voi fate i monumenti, i sepolcri”. Ma la loro risposta è più che ipocrita, è cinica: “Se noi fossimo stati al tempo dei nostri padri, non avremmo fatto lo stesso”. E così si lavano le mani e davanti a se stessi si giudicano puri. Mi fa male quando leggo quel passo piccolo del Vangelo di Matteo, quando Giuda pentito va dai sacerdoti e dice: “ho peccato”, e vuol dare... e dà le monete. Ma loro gli rispondono: Che ci importa! Te la vedrai tu!. Hanno un cuore chiuso davanti a questo povero uomo pentito che non sapeva cosa fare. Gli dicono: Te la vedrai tu. E così Giuda andò ad impiccarsi. Ma cosa fanno loro quando Giuda va ad impiccarsi? Parlano e dicono: “ma povero uomo...”. E quelle monete poi, aggiungono riferendosi ai trenta denari, sono a prezzo di sangue, non possono entrare nel tempio. In buona sostanza sono i dottori della lettera e così seguono la regola tale, tale, tale, tale.... A loro non importa la vita di una persona, non importa il pentimento di Giuda: il Vangelo dice che è tornato pentito. A loro importa soltanto il loro schema di leggi e tante parole e tante cose che hanno costruito. Proprio questa è la durezza del loro cuore, la stoltezza del cuore di questa gente che siccome non poteva resistere alla verità di Stefano va a cercare testimonianze e testimoni falsi per giudicarlo: la sorte di Stefano è segnata come quella dei profeti come quella di Gesù. Gesù, per essere fedele e avere obbedito alla parola del Padre, finisce sulla croce. Con grande tenerezza Gesù dice ai discepoli di Emmaus: «Stolti e tardi di cuore». Al Signore, chiediamo che, con la stessa tenerezza, guardi le piccole o grandi stoltezze del nostro cuore, ci carezzi dicendoci “stolto e tardo di cuore” e incominci a spiegarci le cose.

(Meditazione mattutina nella cappella della domus Sanctae Marthae - Lunedì, 11 aprile 2016)

 

NON C’È SANTO SENZA PECCATO E NON C’È PECCATORE SENZA FUTURO

CHIAMATA-MATTEO-16042016Matteo era un “pubblicano”, cioè un esattore delle imposte per conto dell’impero romano, e per questo considerato pubblico peccatore. Ma Gesù lo chiama a seguirlo e a diventare suo discepolo. Matteo accetta, e lo invita a cena a casa sua insieme con i discepoli. Allora sorge una discussione tra i farisei e i discepoli di Gesù per il fatto che questi condividono la mensa con i pubblicani e i peccatori. “Ma tu non puoi andare a casa di questa gente!”, dicevano loro. Gesù, infatti, non li allontana, anzi frequenta le loro case e siede accanto a loro; questo significa che anche loro possono diventare suoi discepoli. Ed è altrettanto vero che essere cristiani non ci rende impeccabili. Come il pubblicano Matteo, ognuno di noi si affida alla grazia del Signore nonostante i propri peccati. Tutti siamo peccatori, tutti abbiamo peccati. Chiamando Matteo, Gesù mostra ai peccatori che non guarda al loro passato, alla condizione sociale, alle convenzioni esteriori, ma piuttosto apre loro un futuro nuovo. Una volta ho sentito un detto bello: «Non c’è santo senza peccato e non c’è peccatore senza futuro». La Chiesa non è una comunità di perfetti, ma di discepoli in cammino, che seguono il Signore perché si riconoscono peccatori e bisognosi del suo perdono. Superbia e orgoglio non permettono di riconoscersi bisognosi di salvezza, anzi, impediscono di vedere il volto misericordioso di Dio e di agire con misericordia. Esse sono un muro. La missione di Gesù è questa: venire in cerca di ciascuno di noi, per sanare le nostre ferite e chiamarci a seguirlo con amore. Gesù non aveva paura di dialogare con i peccatori, i pubblicani, le prostitute… No, lui non aveva paura: amava tutti! La sua Parola penetra in noi e, come un bisturi, opera in profondità per liberarci dal male che si annida nella nostra vita. A volte questa Parola è dolorosa perché incide sulle ipocrisie, smaschera le false scusanti, mette a nudo le verità nascoste; ma nello stesso tempo illumina e purifica, dà forza e speranza, è un ricostituente prezioso nel nostro cammino di fede. L’Eucaristia, da parte sua, ci nutre della stessa vita di Gesù e, come un potentissimo rimedio, in modo misterioso rinnova continuamente la grazia del nostro Battesimo. Accostandoci all’Eucaristia noi ci nutriamo del Corpo e Sangue di Gesù, eppure, venendo in noi, è Gesù che ci unisce al suo Corpo! Concludendo quel dialogo coi farisei, Gesù ricorda loro una parola del profeta Osea (6,6): «Andate e imparate che cosa vuol dire: misericordia io voglio e non sacrificio» (Mt 9,13). Rivolgendosi al popolo di Israele il profeta lo rimproverava perché le preghiere che innalzava erano parole vuote e incoerenti. Nonostante l’alleanza di Dio e la misericordia, il popolo viveva spesso con una religiosità “di facciata”, senza vivere in profondità il comando del Signore. Ecco perché il profeta insiste: “Misericordia io voglio”, cioè la lealtà di un cuore che riconosce i propri peccati, che si ravvede e torna ad essere fedele all’alleanza con Dio. “E non sacrificio”: senza un cuore pentito ogni azione religiosa è inefficace! Gesù applica questa frase profetica anche alle relazioni umane: quei farisei erano molto religiosi nella forma, ma non erano disposti a condividere la tavola con i pubblicani e i peccatori; non riconoscevano la possibilità di un ravvedimento e perciò di una guarigione; non mettevano al primo posto la misericordia: pur essendo fedeli custodi della Legge, dimostravano di non conoscere il cuore di Dio!

(Udienza Generale - Mercoledì, 13 aprile 2016)

 
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