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N°51 Sabato 19 Dicembre 2015

DIO NON PRECLUDE A NESSUNO LA POSSIBILITÀ DI SALVARSI

SAN-GIOVANNI-BATTISTA-2015Nel Vangelo di oggi c’è una domanda scandita per tre volte: «Che cosa dobbiamo fare?» (Lc 3,10.12.14). La rivolgono a Giovanni Battista tre categorie di persone: primo, la folla in genere; secondo, i pubblicani, ossia gli esattori delle tasse; e, terzo, alcuni soldati. Ognuno di questi gruppi interroga il profeta su quello che deve fare per attuare la conversione che egli sta predicando. La risposta di Giovanni alla domanda della folla è la condivisione dei beni di prima necessità. Cioè, al primo gruppo, la folla, dice di condividere i beni di prima necessità, e parla così: «Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto» . Poi, al secondo gruppo, agli esattori delle tasse, dice di non esigere nulla di più della somma dovuta. Cosa vuol dire questo? Non fare “tangenti”, è chiaro il Battista. E al terzo gruppo, ai soldati, domanda di non estorcere niente a nessuno ma di accontentarsi delle loro paghe . Sono le tre risposte alle tre domande di questi gruppi. Tre risposte per un identico cammino di conversione, che si manifesta in impegni concreti di giustizia e di solidarietà. E’ la strada che Gesù indica in tutta la sua predicazione: la strada dell’amore fattivo per il prossimo. Da questi ammonimenti di Giovanni Battista comprendiamo quali fossero le tendenze generali di chi in quell’epoca deteneva il potere, sotto forme diverse. Le cose non sono cambiate tanto. Tuttavia, nessuna categoria di persone è esclusa dal percorrere la strada della conversione per ottenere la salvezza, nemmeno i pubblicani considerati peccatori per definizione: neppure loro sono esclusi dalla salvezza. Dio non preclude a nessuno la possibilità di salvarsi. Egli è – per così dire – ansioso di usare misericordia, usarla verso tutti, e di accogliere ciascuno nel tenero abbraccio della riconciliazione e del perdono. La liturgia di oggi ci ripete, con le parole di Giovanni, che occorre convertirsi, bisogna cambiare direzione di marcia e intraprendere la strada della giustizia, della solidarietà, della sobrietà: sono i valori imprescindibili di una esistenza pienamente umana e autenticamente cristiana. Convertitevi! È la sintesi del messaggio del Battista. E la liturgia di questa terza domenica di Avvento ci aiuta a riscoprire una dimensione particolare della conversione: la gioia. Chi si converte e si avvicina al Signore, sente la gioia. Oggi ci vuole coraggio a parlare di gioia, ci vuole soprattutto fede! Il mondo è assillato da tanti problemi, il futuro gravato da incognite e timori. Eppure il cristiano è una persona gioiosa, e la sua gioia non è qualcosa di superficiale ed effimero, ma di profondo e stabile, perché è un dono del Signore che riempie la vita. La nostra gioia deriva dalla certezza che «il Signore è vicino» (Fil 4,5): è vicino con la sua tenerezza, con la sua misericordia, col suo perdono e il suo amore.

(Angelus - III Domenica di Avvento, 13 dicembre 2015)

 

TRE TRACCE : UMILTA’, POVERTA’ E FIDUCIA NEL SIGNORE

FAME-CAMBIAMENTO-2015Di fronte al brano del Vangelo di Matteo (21, 28-32) nel quale Gesù, rivolgendosi ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo, afferma: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio», il Papa ha fatto notare l’energia con la quale egli rimprovera a coloro che erano considerati maestri il modo di pensare, di giudicare, di vivere.

Gesù aveva il coraggio di dire la verità. Ma allora, di fronte a certi rimproveri, viene da chiedersi: «Come deve essere la Chiesa?». Le persone di cui si legge nel Vangelo, infatti, erano uomini di Chiesa, erano capi della Chiesa. Era venuto Gesù, era venuto Giovanni Battista, ma loro non avevano ascoltato. Innanzitutto la Chiesa deve essere «umile». Ovvero una Chiesa che non si pavoneggi dei poteri, delle grandezze. Ma attenzione,: umiltà non significa una persona languida, fiacca, con l’espressione dimessa, perché questa non è umiltà, questo è teatro! Questo è fare finta di umiltà. La vera umiltà, invece, parte da un primo passo: io sono peccatore. Se tu non sei capace di dire a te stesso che sei peccatore e che gli altri sono migliori di te, non sei umile. Noi, dobbiamo chiedere questa grazia, che la Chiesa sia umile, che io sia umile, ognuno di noi, umile. Seconda traccia: il popolo di Dio è povero. La povertà è la prima delle beatitudini. Ma cosa vuol dire «povero nello spirito?». Significa soltanto attaccato alle ricchezze di Dio. Non lo è certo una Chiesa che vive attaccata ai soldi, che pensa ai soldi, che pensa a come guadagnare i soldi…. Ad esempio, c’è stato chi ingenuamente diceva alla gente che per passare la porta santa si doveva fare un’offerta: questa, ha affermato non è la Chiesa di Gesù, questa è la Chiesa di questi capi dei sacerdoti, attaccata ai soldi. Sono i poveri le ricchezze della Chiesa. E si può anche essere il padrone di una banca, ma solo se il tuo cuore è povero, non è attaccato ai soldi e ci si mette al servizio degli altri. La povertà è caratterizzata proprio da questo distacco che ci porta a servire i bisognosi. E il ragionamento si è concluso con una domanda rivolta a ognuno: Io sono o non sono povero?. Infine la terza traccia: il popolo di Dio confiderà nel nome del Signore. Anche qui una domanda molto diretta: Dov’è la mia fiducia? Nel potere, negli amici, nei soldi? Nel Signore!. È quindi questa l’eredità che ci promette il Signore: “Lascerò in mezzo a te un popolo umile e povero, confiderà nel nome del Signore”. Umile perché si sente peccatore; povero perché il suo cuore è attaccato alle ricchezze di Dio e se ne ha è per amministrarle; fiducioso nel Signore perché sa che soltanto il Signore può garantire una cosa che gli faccia bene». Perciò Gesù ha dovuto dire ai capi sacerdoti, i quali non capivano queste cose, che una prostituta entrerà prima di loro nel regno dei Cieli. E in questa attesa del Signore, del Natale chiediamo che egli ci dia un cuore umile, un cuore povero e soprattutto fiducioso nel Signore, perché il Signore non delude mai.

(Meditazione mattutina nella cappella della domus Sanctae Marthae- Martedì, 15 dicembre 2015)

 

I SEGNI DEL GIUBILEO

Il Giubileo è in tutto il mondo, non soltanto a Roma. Ho desiderato che questo segno della Porta Santa fosse presente in ogni Chiesa particolare, perché il Giubileo della Misericordia possa diventare un’esperienza condivisa da ogni persona. Anche la data dell’8 dicembre collega, a 50 anni di distanza, l’inizio del Giubileo con la conclusione del Concilio Ecumenico Vaticano II. In effetti, il Concilio ha contemplato e presentato la Chiesa alla luce del mistero della comunione. Sparsa in tutto il mondo e articolata in tante Chiese particolari, è però sempre e solo l’unica Chiesa di Gesù Cristo, quella che Lui ha voluto e per la quale ha offerto Sé stesso. La Chiesa “una” che vive della comunione stessa di Dio. Questo mistero di comunione, che rende la Chiesa segno dell’amore del Padre, cresce e matura nel nostro cuore, quando l’amore, che riconosciamo nella Croce di Cristo e in cui ci immergiamo, ci fa amare come noi stessi siamo amati da Lui. Si tratta di un Amore senza fine, che ha il volto del perdono e della misericordia. Però la misericordia e il perdono non devono rimanere belle parole, ma realizzarsi nella vita quotidiana. Amare e perdonare sono il segno concreto e visibile che la fede ha trasformato i nostri cuori e ci consente di esprimere in noi la vita stessa di Dio. Amare e perdonare come Dio ama e perdona. Questo è un programma di vita che non può conoscere interruzioni o eccezioni, ma ci spinge ad andare sempre oltre senza mai stancarci, con la certezza di essere sostenuti dalla presenza paterna di Dio. Attraversare la Porta Santa è il segno della nostra fiducia nel Signore Gesù che non è venuto per giudicare, ma per salvare (cfr Gv 12,47). State attenti che non ci sia qualcuno un po’ svelto o troppo furbo che vi dica che si deve pagare: no! La salvezza non si paga. La salvezza non si compra. La Porta è Gesù, e Gesù è gratis! Attraversare la Porta Santa è segno di una vera conversione del nostro cuore. Quando attraversiamo quella Porta è bene ricordare che dobbiamo tenere spalancata anche la porta del nostro cuore. Io sto davanti alla Porta Santa e chiedo: “Signore, aiutami a spalancare la porta del mio cuore!”. Non avrebbe molta efficacia l’Anno Santo se la porta del nostro cuore non lasciasse passare Cristo che ci spinge ad andare verso gli altri, per portare Lui e il suo amore. Dunque, come la Porta Santa rimane aperta, perché è il segno dell’accoglienza che Dio stesso ci riserva, così anche la nostra porta, quella del cuore, sia sempre spalancata per non escludere nessuno. Neppure quello o quella che mi dà fastidio: nessuno. Un segno importante del Giubileo è anche la Confessione. Accostarsi al Sacramento con il quale veniamo riconciliati con Dio equivale a fare esperienza diretta della sua misericordia. E’ trovare il Padre che perdona: Dio perdona tutto.

(Udienza Generale - Mercoledì 16/12/2015)

 
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