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Scritto da Administrator   

N°30 Sabato 25 luglio 2015

 

GESÙ VEDE, GESÙ HA COMPASSIONE, GESÙ CI INSEGNA

Il Vangelo di oggi ci dice che gli Apostoli, dopo l’esperienza della missione, sono tornati contenti ma anche stanchi. E Gesù, pieno di comprensione, vuole dare loro un po’ di sollievo; e allora li porta in disparte, in un luogo appartato perché possano riposare un po’ (cfr Mc 6,31). «Molti però li videro partire e capirono… e li precedettero» . E a questo punto l’evangelista ci offre un’immagine di Gesù di singolare intensità, “fotografando”, per così dire, i suoi occhi e cogliendo i sentimenti del suo cuore, e dice così l’evangelista: «Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose». Riprendiamo i tre verbi di questo suggestivo fotogramma: vedere, avere compassione, insegnare. Li possiamo chiamare i verbi del Pastore. Vedere avere compassione, insegnare. Il primo e il secondo, vedere e avere compassione, sono sempre associati nell’atteggiamento di Gesù: infatti il suo sguardo non è lo sguardo di un sociologo o di un fotoreporter, perché egli guarda sempre con “gli occhi del cuore”. Questi due verbi, vedere e avere compassione, configurano Gesù come Buon Pastore. Anche la sua compassione, non è solamente un sentimento umano, ma è la commozione del Messia in cui si è fatta carne la tenerezza di Dio. E da questa compassione nasce il desiderio di Gesù di nutrire la folla con il pane della sua Parola, cioè di insegnare la Parola di Dio alla gente. Gesù vede, Gesù ha compassione, Gesù ci insegna. E’ bello questo! E io ho chiesto al Signore che lo Spirito di Gesù, Buon Pastore, questo Spirito, mi guidasse nel corso del Viaggio apostolico che ho compiuto nei giorni scorsi in America Latina e che mi ha permesso di visitare l’Ecuador, la Bolivia e il Paraguay. Ringrazio Dio con tutto il cuore per questo dono. Con questi fratelli e sorelle ho lodato il Signore per le meraviglie che ha operato nel Popolo di Dio in cammino in quelle terre, per la fede che ha animato e anima la sua vita e la sua cultura. E lo abbiamo lodato anche per le bellezze naturali di cui ha arricchiti questi Paesi. Il Continente latino-americano ha grandi potenzialità umane e spirituali, custodisce valori cristiani profondamente radicati, ma vive anche gravi problemi sociali ed economici.

(Angelus - Domenica, 19 luglio 2015)

 

OCCORRE AVER CURA DELLA NOSTRA CASA COMUNE

Sono lieto di far giungere il mio saluto e il mio incoraggiamento ai partecipanti all’incontro dei rappresentanti di comunità interessate da attività minerarie, organizzato dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace sul tema «Uniti a Dio ascoltiamo un grido». Avete voluto riunirvi per far riecheggiare il grido delle numerose persone, famiglie e comunità che soffrono direttamente o indirettamente per i terreni perduti; un grido per l’estrazione di ricchezze dal suolo che paradossalmente non ha prodotto ricchezza per le popolazioni locali rimaste povere; un grido di dolore in reazione alle violenze, alle minacce e alla corruzione; un grido di sdegno e di aiuto per le violazioni dei diritti umani, clamorosamente o discretamente calpestati per quanto concerne la salute delle popolazioni, le condizioni di lavoro, talvolta la schiavitù e il traffico di persone che alimenta il tragico fenomeno della prostituzione; un grido di tristezza e di impotenza per l’inquinamento delle acque, dell’aria e dei suoli; un grido di incomprensione per l’assenza di processi inclusivi e di appoggio da parte di quelle autorità civili, locali e nazionali, che hanno il fondamentale dovere di promuovere il bene comune. I minerali e, più generalmente, le ricchezze del suolo e del sottosuolo costituiscono un prezioso dono di Dio, di cui l’umanità fa uso da millenni (cfr. Gb 28, 1-10). I minerali, difatti, sono fondamentali per numerosi settori della vita e dell’attività umana. Nell’Enciclica Laudato si’ ho voluto rivolgere un pressante appello a collaborare nell’aver cura della nostra casa comune, contrastando le drammatiche conseguenze del degrado ambientale nella vita dei più poveri e degli esclusi, e avanzando verso uno sviluppo integrale, inclusivo e sostenibile. (Messaggio del Santo Padre - Dal Vaticano, 17 luglio 2015)

 

ACCORCIARE LE DISTANZE

 

Quando Gesù scese dal monte, molta folla lo seguì (Mt 8, 1-4) . E tutta quella gente aveva ascoltato le sue catechesi: erano stupiti perché parlava loro “con autorità”, non come i dottori della legge che erano abituati a sentire. Erano stupiti precisa il Vangelo. E, dunque, proprio questa gente si mise a seguire Gesù senza stancarsi di ascoltarlo. Tanto che quelle persone sono rimaste tutta la giornata e, alla fine, gli apostoli si resero conto che avevano sicuramente fame. Ma sentire Gesù per loro era gioia. E così quando Gesù finì di parlare, scese dal monte e la gente lo seguiva radunandosi intorno a lui. Questa gente andava per le strade, per i cammini, con Gesù. Però c’era altra gente che non lo seguiva: lo guardava da lontano, con curiosità, chiedendosi: Ma chi è questo?. Del resto, non avevano sentito le catechesi che stupivano tanto. E così c’era gente che guardava dal marciapiede e c’era altra gente che non poteva avvicinarsi: le era vietato dalla legge, perché erano “impuri”. Proprio fra loro c’era il lebbroso di cui parla Matteo nel vangelo. Questo lebbroso sentì nel suo cuore la voglia di avvicinarsi a Gesù: si fece coraggio e si avvicinò. Ma era un emarginato, e dunque non poteva farlo. Però aveva fede in quell’uomo, si fece coraggioso e si avvicinò, rivolgendogli semplicemente la sua preghiera: “Signore, se vuoi, puoi purificarmi”. Disse così perché era “impuro”. Infatti la lebbra era una condanna a vita. E guarire un lebbroso era tanto difficile come resuscitare un morto: per questo li emarginavano, erano tutti lì, non potevano mischiarsi con la gente. C’erano, però, anche gli auto-emarginati, i dottori della legge che guardavano sempre con quella voglia di mettere alla prova Gesù per farlo scivolare e poi condannarlo. Invece il lebbroso sapeva di essere impuro, malato, e si avvicinò. E «Gesù, cosa ha fatto? si è chiesto il Papa. Non è rimasto fermo, senza toccarlo, ma si è avvicinato ancora di più e gli ha teso lo mano guarendolo. «Vicinanza», è una «parola tanto importante: non si può fare comunità senza vicinanza; non si può fare pace senza vicinanza; non si può fare il bene senza avvicinarsi. In realtà Gesù avrebbe potuto dirgli: «Sii guarito!». Invece gli si è avvicinato e lo ha toccato. Di più: nel momento in cui Gesù toccò l’impuro, divenne impuro. E questo è il mistero di Gesù: prende su di sé le nostre sporcizie, le nostre cose impure. È una realtà, che san Paolo dice bene quando scrive: Essendo uguale a Dio, non stimò un bene irrinunciabile questa divinità; annientò se stesso. E, poi, Paolo va oltre affermando che si fece peccato: Gesù si è fatto peccato, Gesù si è escluso, ha preso su di sé l’impurità per avvicinarsi all’uomo. Quindi non stimò un bene irrinunciabile essere uguale a Dio, ma si annientò, si avvicinò, si fece peccato, si fece impuro. Tante volte penso — ha confidato Francesco — che sia non dico impossibile, ma molto difficile fare del bene senza sporcarsi le mani. E Gesù si sporcò con la sua «vicinanza». Ma poi, racconta Matteo, andò anche oltre, dicendo all’uomo liberato dalla malattia: Vai dai sacerdoti e fa’ quello che si deve fare quando un lebbroso viene guarito. Insomma, quello che era escluso dalla vita sociale, Gesù include: include nella Chiesa, include nella società. Gli raccomanda: Vai, perché tutte le cose siano come devono essere. Dunque Gesù non emargina mai alcuno, mai!. Di più, Gesù emargina sé stesso per includere gli emarginati, per includere noi, peccatori, emarginati, con la sua vita. Ed è bello questo. Quanta gente seguì Gesù in quel momento e segue Gesù nella storia perché è stupita di come parla.. E quanta gente guarda da lontano e non capisce, non le interessa; quanta gente guarda da lontano ma con cuore cattivo, per mettere Gesù alla prova, per criticarlo, per condannarlo. E, ancora, quanta gente guarda da lontano perché non ha il coraggio che ha avuto quel lebbroso,«ma ha tanta voglia di avvicinarsi. E in quel caso Gesù ha teso la mano, prima; non come in questo caso, ma nel suo essere ci ha teso la mano a tutti, facendosi uno di noi, come noi: peccatore come noi ma senza peccato; ma peccatore, sporco dei nostri peccati. E questa è la vicinanza cristiana. Bella parola, quella della vicinanza, per ognuno di noi. Suggerendo di domandarci: Ma io so avvicinarmi? Io ho forza, ho coraggio di toccare gli emarginati?. E anche per la Chiesa, le parrocchie, le comunità, i consacrati, i vescovi, i preti, tutti, è bene rispondere a questa domanda: «Ho il coraggio di avvicinarmi o sempre prendo distanza? Ho il coraggio di accorciare le distanze, come ha fatto Gesù?». E adesso sull’altare, Gesù si avvicinerà a noi: accorcerà le distanze. Perciò chiediamogli questa grazia: Signore, che io non abbia paura di avvicinarmi ai bisognosi, ai bisognosi che si vedono o a quelli che hanno le piaghe nascoste. È questa la grazia di avvicinarmi.

(Meditazione mattutina nella domus Sanctae Marthae – Venerdì 26/06/2015)

 
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