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N°24 Sabato 13 giugno 2015

L’EUCARESTIA E’ SCUOLA DI CARITA’ E DI SOLIDARIETA’

 

CORPUS-DOMINI-2015-ANella solennità del Corpus Domini, il Vangelo presenta il racconto dell’istituzione dell’Eucaristia, compiuta da Gesù durante l’Ultima Cena, nel cenacolo di Gerusalemme.

La vigilia della sua morte redentrice sulla croce, Egli ha realizzato ciò che aveva predetto: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo… Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui» (Gv 6,51.56). Gesù prende tra le mani il pane e dice «Prendete, questo è il mio corpo». Con questo gesto e con queste parole, Egli assegna al pane una funzione che non è più quella di semplice nutrimento fisico, ma quella di rendere presente la sua Persona in mezzo alla comunità dei credenti.

L’Ultima Cena rappresenta il punto di arrivo di tutta la vita di Cristo. Non è soltanto anticipazione del suo sacrificio che si compirà sulla croce, ma anche sintesi di un’esistenza offerta per la salvezza dell’intera umanità. Pertanto, non basta affermare che nell’Eucaristia è presente Gesù, ma occorre vedere in essa la presenza di una vita donata e prendervi parte. Quando prendiamo e mangiamo quel Pane, noi veniamo associati alla vita di Gesù, entriamo in comunione con Lui, ci impegniamo a realizzare la comunione tra di noi, a trasformare la nostra vita in dono, soprattutto ai più poveri.

L’odierna festa evoca questo messaggio solidale e ci spinge ad accoglierne l’intimo invito alla conversione e al servizio, all’amore e al perdono. Il Cristo, che ci nutre sotto le specie consacrate del pane e del vino, è lo stesso che ci viene incontro negli avvenimenti quotidiani; è nel povero che tende la mano, è nel sofferente che implora aiuto, è nel fratello che domanda la nostra disponibilità e aspetta la nostra accoglienza. È nel bambino che non sa niente di Gesù, della salvezza, che non ha la fede. È in ogni essere umano, anche il più piccolo e indifeso.

L’Eucaristia, sorgente di amore per la vita della Chiesa, è scuola di carità e di solidarietà. Chi si nutre del Pane di Cristo non può restare indifferente dinanzi a quanti non hanno pane quotidiano. E oggi, sappiamo, è un problema sempre più grave.

(Angelus - Domenica 07/06/2015)

 

LO STIPENDIO DI GESÙ:

SOMIGLIARE A LUI

Lo stipendio del cristiano è somigliare a Gesù: non c’è una ricompensa in denaro o in potere per chi segue davvero il Signore, perché la strada è solo quella del servizio e nella gratuità. Cercando invece un buon affare mondano, con la ricchezza, la vanità e l’orgoglio, ci si monta la testa e si dà anche una contro-testimonianza nella Chiesa.

Il dialogo tra Pietro e Gesù avviene proprio dopo l’incontro con quel giovane che voleva seguire Gesù: era buono, Gesù lo amò, come racconta il Vangelo. Però il Signore gli ha detto che una cosa gli mancava: che vendesse tutto quello che aveva per darlo ai poveri: “avrai un tesoro nel cielo”. Ma a queste parole quel giovane si fece scuro in volto e se ne andò rattristato.

Così Gesù riprese il discorso e disse ai discepoli: “Quanto è difficile per quelli che possiedono ricchezze entrare nel regno di Dio”. E i discepoli erano sconcertati dalle sue parole. Ma Gesù riprese e disse loro: “Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio. È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno di Dio”.

Ed eccoci al passo evangelico della liturgia, con Pietro che assicura a Gesù: Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito. Come a dire: E a noi, che? Quale sarà il nostro stipendio? Abbiamo lasciato tutto. In poche parole, i ricchi che non hanno lasciato niente — quel ragazzo che non voleva lasciare le sue ricchezze — non entreranno nel regno di Dio, ma noi? Quale sarà il nostro guadagno?.

La questione è che i discepoli capivano Gesù a metà, perché la conoscenza di Gesù, pienamente, avvenne quando lo Spirito Santo è venuto. E infatti Gesù risponde loro: Sì, vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa, fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte, insieme a persecuzioni. In pratica Gesù risponde indicando un’altra direzione e non promette le stesse ricchezze che aveva quel ragazzo.

Da parte loro, i discepoli avevano questa tentazione: seguire Gesù, ma poi quale sarà la fine di questo buon affare? E, pensiamo alla mamma di Giacomo e Giovanni quando chiese a Gesù un posto per i suoi figli: “Ah, questo me lo fai primo ministro, questo ministro dell’economia”. Era l’interesse mondano nel seguire Gesù: ma poi il cuore di questi discepoli è stato purificato, purificato, purificato fino alla Pentecoste, quando hanno capito tutto.

Seguire Gesù dal punto di vista umano non è un buon affare: è servire. Del resto è esattamente quello che ha fatto lui: e se il Signore ti dà la possibilità di essere il primo, tu devi comportarti come l’ultimo, cioè nel servizio. E se il Signore ti dà la possibilità di avere beni, tu devi comportarti nel servizio, cioè per gli altri.

Sono tre cose, tre scalini che ci allontanano da Gesù: le ricchezze, la vanità e l’orgoglio. Per questo le ricchezze sono tanto pericolose: ti portano subito alla vanità e ti credi importante; ma quando ti credi importante, ti monti la testa e ti perdi. Ecco perché Gesù ci ricorda la strada: Molti dei primi saranno ultimi, gli ultimi saranno i primi, e chi è primo fra di voi si faccia il servo di tutti. È una strada di spogliamento, la stessa strada che ha fatto lui.

A Gesù questo lavoro di catechesi ai discepoli costò tanto, tanto tempo perché non capivano bene. Così oggi, anche noi dobbiamo chiedere a lui: c’insegni questo cammino, questa scienza del servizio, questa scienza dell’umiltà, questa scienza di essere gli ultimi per servire i fratelli e le sorelle della Chiesa.

E’ brutto vedere un cristiano — sia laico, consacrato, sacerdote, vescovo — che vuole le due cose: seguire Gesù e i beni, seguire Gesù e la mondanità. È una contro-testimonianza e allontana la gente da Gesù. Pensiamo di nuovo alla domanda di Pietro: Abbiamo lasciato tutto: come ci pagherai?». E teniamo bene in mente la risposta di Gesù, perché il prezzo che lui ci darà è la somiglianza a lui: questo sarà lo “stipendio”. E somigliare a Gesù, è un grande stipendio.

(Meditazione mattutina nella cappella della domus Sanctae Marthae - Martedì, 26 maggio 2015)

 

LA FAMIGLIA - (FAMIGLIA E MALATTIA)

 

BADANTE-GIUGNO-2015La malattia è un’esperienza della nostra fragilità, che viviamo per lo più in famiglia, fin da bambini, e poi soprattutto da anziani, quando arrivano gli acciacchi. Nell’ambito dei legami familiari, la malattia delle persone cui vogliamo bene è patita con un “di più” di sofferenza e di angoscia. E’ l’amore che ci fa sentire questo “di più”. Tante volte per un padre e una madre, è più difficile sopportare il male di un figlio, di una figlia, che non il proprio. La famiglia, possiamo dire, è stata da sempre l’“ospedale” più vicino. Ancora oggi, in tante parti del mondo, l’ospedale è un privilegio per pochi, e spesso è lontano. Sono la mamma, il papà, i fratelli, le sorelle, le nonne che garantiscono le cure e aiutano a guarire. Nei Vangeli, molte pagine raccontano gli incontri di Gesù con i malati e il suo impegno a guarirli. Egli si presenta pubblicamente come uno che lotta contro la malattia e che è venuto per guarire l’uomo da ogni male: il male dello spirito e il male del corpo. E’ davvero commovente la scena evangelica di Marco. Dice cosi: «Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati» .

La Chiesa invita alla preghiera continua per i propri cari colpiti dal male. La preghiera per i malati non deve mai mancare. Anzi dobbiamo pregare di più, sia personalmente sia in comunità.

Di fronte alla malattia, anche in famiglia sorgono difficoltà, a causa della debolezza umana. Ma, in genere, il tempo della malattia fa crescere la forza dei legami familiari. La debolezza e la sofferenza dei nostri affetti più cari e più sacri, possono essere, per i nostri figli e i nostri nipoti, una scuola di vita - è importante educare i figli, i nipoti a capire questa vicinanza nella malattia in famiglia - e lo diventano quando i momenti della malattia sono accompagnati dalla preghiera e dalla vicinanza affettuosa e premurosa dei familiari. La comunità cristiana sa bene che la famiglia, nella prova della malattia, non va lasciata sola. E dobbiamo dire grazie al Signore per quelle belle esperienze di fraternità ecclesiale che aiutano le famiglie ad attraversare il difficile momento del dolore e della sofferenza. Questa vicinanza cristiana, da famiglia a famiglia, è un vero tesoro per la parrocchia; un tesoro di sapienza, che aiuta le famiglie nei momenti difficili e fa capire il Regno di Dio meglio di tanti discorsi! Sono carezze di Dio. (Udienza Generale - Mercoledì, 10 giugno 2015)

 
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