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N°23 Sabato 6 Giugno 2015

 

TRE MODI DI VIVERE LA VITA

 

FICO-STERILE-06062015Nel brano evangelico di Marco (11, 11-25), il fico rappresenta la sterilità, cioè una vita sterile, incapace di dare qualsiasi cosa. Una vita, cioè, che non porta frutti, incapace di fare il bene, perché quel tipo di uomo vive per sé; tranquillo, egoista, non vuole problemi. Gesù maledice l’albero di fico perché è sterile, perché non ha fatto del suo per dare frutto, divenendo così il simbolo della persona che non fa niente per aiutare, che vive sempre per se stessa, affinché non le manchi nulla.

Queste persone alla fine diventano nevrotiche. E Gesù condanna la sterilità spirituale, l’egoismo spirituale di chi pensa: Io vivo per me: che a me non manchi nulla che gli altri si arrangino!. C’è poi un secondo modo di vivere la vita, ed è quello degli sfruttatori, degli affaristi nel tempio. Costoro sfruttano anche il luogo sacro di Dio per fare degli affari: cambiano le monete, vendono gli animali per il sacrificio, anche fra loro hanno come un sindacato per difendersi. Uno stile non solo tollerato, ma anche permesso dai sacerdoti del tempio. Per far comprendere meglio, il Papa ha richiamato un’altra scena, molto brutta, narrata nella Bibbia, che descrive quelli che fanno della religione un affare: è la storia del sacerdote i cui figli spingevano la gente a dare offerte e guadagnavano tanto, anche dai poveri. Per questi Gesù non risparmia le parole e ai mercanti nel tempio dice: La mia casa sarà chiamata casa di preghiera. Voi, invece, ne avete fatto un covo di ladri!. Un passaggio duro, sul quale il Papa si è soffermato: la gente andava in pellegrinaggio lì a chiedere la benedizione del Signore, a fare un sacrificio e proprio lì quella gente era sfruttata; i sacerdoti non insegnavano a pregare, non davano loro la catechesi... Era un covo di ladri. Non interessava loro se ci fosse vera devozione: pagate, entrate.... Compivano i riti senza vera devozione. Vi è infine una terza tipologia, ed è quella che consiglia Gesù e cioè la vita di fede. Quando i discepoli videro l’albero di fichi secco fin dalla radice perché Gesù lo aveva maledetto, Pietro gli disse: Maestro, guarda! L’albero di fichi che hai maledetto si è seccato!. E Gesù cogliendo l’occasione per indicare il giusto stile di vita gli rispose: Abbiate fede in Dio. Se uno dicesse a questo monte: “levati e gettati nel mare”, senza dubitare in cuor suo, ma credendo che quanto dice avviene, ciò avverrà. Tutto quello che chiederete nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi accadrà. Quindi, accadrà proprio quello che noi con fede chiediamo: è lo stile di vita della fede. Qualcuno potrebbe chiedere: «Padre, cosa devo fare per questo?. La risposta è semplice: Chiedilo al Signore, che ti aiuti a fare cose buone, ma con fede. Semplice, ma a una condizione che è lo stesso Gesù a dettare: Quando voi vi metterete a pregare chiedendo questo, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate. È l’unica condizione, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni voi, le vostre colpe. Vivere, quindi, la fede per aiutare gli altri, per avvicinarsi a Dio, la fede che fa miracoli, è il terzo stile di vita suggerito. Il Papa ha perciò riassunto le tre possibili strade che si presentano al cristiano: la prima è quella della persona sterile che non non desidera dare frutti nella vita e trascorre la vita comoda, tranquilla, senza problemi e se ne va: lo stile di chi non si preoccupa di fare il bene. Poi ci sono quelli che sfruttano gli altri, anche nella casa di Dio; gli sfruttatori, gli affaristi del tempio, quelli che Gesù caccia via con la frusta. Infine lo stile di chi ha fiducia in Dio e sa che quello che chiede al Signore con fede, accadrà. Ed è proprio questo che Gesù ci consiglia: la strada di Gesù, che si può percorrere a una sola condizione: perdonate, perdonate gli altri, affinché il Padre vostro perdoni voi di tante cose. Concludendo, il Papa ha invitato tutti a chiedere al Signore — nel sacrificio dell’Eucaristia — che insegni a ognuno di noi, alla Chiesa, a non cadere mai nella sterilità e nell’affarismo.

(Meditazione mattutina nella cappella della domus Sanctae Marthae -Venerdì, 29 maggio 2015)

 

 

FAMIGLIA E POVERTÀ

CONTADINI-06062015In questi mercoledì abbiamo riflettuto sulla famiglia e andiamo avanti su questo tema, riflettere sulla famiglia. E da oggi le nostre catechesi si aprono, con la riflessione alla considerazione della vulnerabilità che ha la famiglia, nelle condizioni della vita che la mettono alla prova. La famiglia ha tanti problemi che la mettono alla prova.

Una di queste prove è la povertà. Pensiamo a tante famiglie che popolano le periferie delle megalopoli, ma anche alle zone rurali… Quanta miseria, quanto degrado! E poi, ad aggravare la situazione, in alcuni luoghi arriva anche la guerra. La guerra è sempre una cosa terribile. Essa inoltre colpisce specialmente le popolazioni civili, le famiglie. Davvero la guerra è la “madre di tutte le povertà”, la guerra impoverisce la famiglia, una grande predatrice di vite, di anime, e degli affetti più sacri e più cari.

Nonostante tutto questo, ci sono tante famiglie povere che con dignità cercano di condurre la loro vita quotidiana, spesso confidando apertamente nella benedizione di Dio. Questa lezione, però, non deve giustificare la nostra indifferenza, ma semmai aumentare la nostra vergogna per il fatto che ci sia tanta povertà! E’ quasi un miracolo che, anche nella povertà, la famiglia continui a formarsi, e persino a conservare – come può – la speciale umanità dei suoi legami. Il fatto irrita quei pianificatori del benessere che considerano gli affetti, la generazione, i legami famigliari, come una variabile secondaria della qualità della vita. Non capiscono niente! Invece, noi dovremmo inginocchiarci davanti a queste famiglie, che sono una vera scuola di umanità che salva le società dalla barbarie.

Che cosa ci rimane, infatti, se cediamo al ricatto di Cesare e Mammona, della violenza e del denaro, e rinunciamo anche agli affetti famigliari? Una nuova etica civile arriverà soltanto quando i responsabili della vita pubblica riorganizzeranno il legame sociale a partire dalla lotta alla spirale perversa tra famiglia e povertà, che ci porta nel baratro.

L’economia odierna si è spesso specializzata nel godimento del benessere individuale, ma pratica largamente lo sfruttamento dei legami famigliari. E’ una contraddizione grave, questa! L’immenso lavoro della famiglia non è quotato nei bilanci, naturalmente! Infatti l’economia e la politica sono avare di riconoscimenti a tale riguardo. Eppure, la formazione interiore della persona e la circolazione sociale degli affetti hanno proprio lì il loro pilastro. Se lo togli, viene giù tutto.

Non è solo questione di pane. Parliamo di lavoro, parliamo di istruzione, parliamo di sanità. E’ importante capire bene questo. Rimaniamo sempre molto commossi quando vediamo le immagini di bambini denutriti e malati che ci vengono mostrate in tante parti del mondo. Nello stesso tempo, ci commuove anche molto lo sguardo sfavillante di molti bambini, privi di tutto, che stanno in scuole fatte di niente, quando mostrano con orgoglio la loro matita e il loro quaderno. E come guardano con amore il loro maestro o la loro maestra! Davvero i bambini lo sanno che l’uomo non vive di solo pane! Anche l’affetto famigliare; quando c’è la miseria i bambini soffrono, perché loro vogliono l’amore, i legami famigliari.

Noi cristiani dovremmo essere sempre più vicini alle famiglie che la povertà mette alla prova. Ma pensate, tutti voi conoscete qualcuno: papà senza lavoro, mamma senza lavoro … e la famiglia soffre, i legami si indeboliscono. E’ brutto questo. In effetti, la miseria sociale colpisce la famiglia e a volte la distrugge. La mancanza o la perdita del lavoro, o la sua forte precarietà, incidono pesantemente sulla vita familiare, mettendo a dura prova le relazioni. Le condizioni di vita nei quartieri più disagiati, con i problemi abitativi e dei trasporti, come pure la riduzione dei servizi sociali, sanitari e scolastici, causano ulteriori difficoltà. A questi fattori materiali si aggiunge il danno causato alla famiglia da pseudo-modelli, diffusi dai mass-media basati sul consumismo e il culto dell’apparire, che influenzano i ceti sociali più poveri e incrementano la disgregazione dei legami familiari. Curare le famiglie, curare l’affetto, quando la miseria mette la famiglia alla prova! Non dimentichiamo che il giudizio dei bisognosi, dei piccoli e dei poveri anticipa il giudizio di Dio (Mt 25,31-46). Non dimentichiamo questo e facciamo tutto quello che noi possiamo per aiutare le famiglie ad andare avanti nella prova della povertà e della miseria che colpiscono gli affetti, i legami famigliari. Io vorrei leggere un’altra volta il testo della Bibbia che abbiamo ascoltato all’inizio e ognuno di noi pensi alle famiglie che sono provate dalla miseria e dalla povertà, la Bibbia dice così: «Figlio, non rifiutare al povero il necessario per la vita, non essere insensibile allo sguardo dei bisognosi. Non rattristare chi ha fame, non esasperare chi è in difficoltà. Non turbare un cuore già esasperato, non negare un dono al bisognoso. Non respingere la supplica del povero, non distogliere lo sguardo dall’indigente. Da chi ti chiede non distogliere lo sguardo, non dare a lui l’occasione di maledirti» (Sir 4,1-5a). Perché questo sarà quello che farà il Signore - lo dice nel Vangelo - se non facciamo queste cose.

(Udienza generale – 3 giugno 2015)

 

 
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