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n°23 Sabato 8 Giugno 2019

EDITORIALE

 Pentecoste per chi è debole nella fede.

Passando per la benedizione delle famiglie nelle case ho notato, rispetto a dieci o vent’anni fa, che è aumentato il numero di quelli che si professano atei o agnostici, cioè credenti vagamente in un Essere superiore che però non interessa. C’è una minoranza di praticanti che si sforzano di seguire il Vangelo, partecipano alle Messe domenicali e godono delle feste più importanti come la Pentecoste. C’è poi una maggioranza che dichiara di credere in Dio ed in Gesù Cristo uomo e Dio, persone che pregano ogni tanto, partecipano alla Messa a Natale e a Pasqua, ai funerali (magari fuori della chiesa), ai Matrimoni, alle feste di Prima Comunione e Cresima, non partecipano alla Messa domenicale, dicono: “Ciò che importa è praticare l’onestà”. Questi ultimi trovano difficile capire la festa della Pentecoste. Come aiutarli? Pentecoste vuol dire cinquantesimo giorno dopo Pasqua. Era già una festa ebraica, che celebra l’alleanza con Dio con la consegna delle tavole della legge (i dieci comandamenti) a Mosé sul monte Sinai. Al cristiano la festa di Pentecoste ricorda la discesa dello Spirito Santo promesso da Gesù agli apostoli ed effuso su di loro, su Maria, madre di Gesù e su alcune donne come Maria Maddalena, nel cinquantesimo giorno dopo la Pasqua. Questo evento è accompagnato da un fragore di vento impetuoso, da lingue di fuoco che si posano su ciascuno dei presenti e dal miracolo delle lingue per cui ciascuno, sebbene proveniente da nazioni diverse, udiva parlare gli apostoli nella propria lingua. Questo ci riferisce san Luca, l’autore degli Atti degli Apostoli, dopo aver fatto ricerche accurate su ogni circostanza. Chi è debole nella fede come si pone di fronte a questi fatti? Resta sorpreso, un po’scettico, incredulo. Si domanda: “Cosa vuol dire Spirito Santo, perché quel vento impetuoso, le lingue di fuoco? Sembra incomprensibile. Eppure si è avuto un cambiamento sconvolgente. Gli apostoli e i fedeli discepoli di Gesù, dopo la condanna a morte del loro Maestro, erano impauriti. Temevano per la loro vita. Avevano accolto non senza esitazione la realtà della sua risurrezione, ma avevano paura di ritorsioni da parte dei Giudei che li avevano accusati di aver rubato il corpo morto di Gesù per dire che era risorto e si tenevano nascosti. Come si spiega che improvvisamente hanno il coraggio di uscire in pubblico e di annunziare senza paura Gesù risorto e per questo non temono di affrontare catene, prigioni, esilio, fame, fuoco, morsi delle fiere. Tutto questo grazie al dono dello Spirito Santo, dono del Padre celeste e di Gesù. Lo Spirito è l’Amore del Padre e del Figlio comunicato ai credenti nel Battesimo, nella Cresima e negli altri sacramenti, per i meriti della Pasqua di Cristo. Egli ne parla come di una persona, lo chiama “Paraclito” cioè Difensore, Consolatore. Il vento impetuoso è segno della sua forza irresistibile, le lingue di fuoco, come il miracolo delle lingue, indicano il linguaggio dell’Amore che tutto intende e comprende. Lo Spirito Santo santifica continuamente la Chiesa, la comunità dei credenti, suscitando in essa doni e movimenti diversi, purificando, rinnovando, guidando verso tutta intera la verità. La Pentecoste segna il culmine della Pasqua di Cristo e, molto opportunamente, la Chiesa raccomanda nel tempo pasquale, che termina a Pentecoste, la Confessione e la Comunione come partecipazione alla Pasqua di Cristo e al dono del suo Spirito.

D.D.

I FATTI DELLA SETTIMANA

 ■ Festa della Visitazione 31 Maggio

SANTA MESSA MADONNINA PANORAMICA 2019Come ogni anno alla fine del mese di maggio, l'Associazione Mariana si è ritrovata nella strada della panoramica, per festeggiare la Vergine Maria.

Una natura splendida ha fatto da cornice alla Celebrazione Eucaristica presieduta da don Davide e don Andrea. Numerosi i partecipanti.

Durante l'omelia don Davide ha preso spunto dall'atteggiamento di Maria: dopo l'annuncio, ella si mette in viaggio per rendere un servizio a Elisabetta, lei pure in attesa, comunicarle la gioia di essere madre e premurosa di portarle la salvezza. Un grande esempio per noi cristiani che, spesse volte, forse per pudore, non manifestiamo la gioia di appartenere al Signore.

Maria, nella sua umiltà, ci insegna a comunicare ai fratelli ciò che pur senza merito abbiamo ricevuto, riconoscendo, come ha fatto Lei nel Magnificat, che tutto è dono di Dio.

Alla fine della Messa don Andrea ha ringraziato i presenti, in particolare il coro del Bambin Gesù che ha animato la celebrazione rendendola festosa e partecipata. Non poteva mancare il comitato, che ha trattenuto l'assemblea con un rinfresco molto gustoso e fraterno.    

Associazione Mariana Vincenziana

  

La Messa alla Madonnina della panoramica.

Come ha detto don Davide Mela all'inizio della celebrazione della Messa davanti alla Madonnina della panoramica il 31 di maggio, tanti sono nella nostra isola i luoghi che richiamano la fede cristiana attraverso la devozione mariana. Noi isolani siamo particolarmente legati sia alla Madonnetta di Carlotto, dove il mese di maggio è iniziato con una bella festa, che alla Madonnina della panoramica dove, ormai da lunga tradizione, si è concluso con una grande partecipazione di fedeli. È stato proprio don Davide a presiedere la celebrazione, concelebrata da don Andrea Domanski e quella bella serata, col cielo azzurro, davanti allo spettacolo del nostro bel mare, ha ispirato il celebrante a elogiare quella cattedrale naturale. "È proprio bello riunirci qui in questo splendido luogo, custodito dalla comunità e in modo particolare dall'Associazione Mariana, e pregare il Signore attraverso l'intercessione della Vergine Santissima" ha detto don Davide e commentando il Vangelo di Luca della Visitazione, ha posto l'accento sul doppio incontro, tra Maria ed Elisabetta ma anche tra Gesù e Giovanni. "Come il bambino ha sussultato di gioia nel grembo di Elisabetta, così anche noi dobbiamo sussultare di gioia per l'annuncio della salvezza e portarlo agli altri". Don Davide ha anche ricordato la riscoperta delle formelle sparse per le vie del centro storico che ci hanno fatto riflettere sui misteri del rosario e ha invitato tutti , passando, a soffermarsi un attimo davanti per un segno di croce e una preghiera.

La celebrazione è stata preceduta dalla recita del rosario ed è stata animata dal coro di Due Strade "Gesù Bambino di Praga" che l'ha resa più gioiosa e solenne.

Il ringraziamento finale è stato fatto da don Andrea con queste parole "ringraziamo il Signore per averci donato sua Madre e ringraziamo le persone di cui Egli si serve. Grazie a chi ha preparato il posto, grazie all'Associazione Mariana per aver curato questa celebrazione, grazie al coro e al comitato "69" che ha preparato per tutti un bel rinfresco e grazie a tutti voi per la presenza!" La benedizione finale ha concluso questa bella celebrazione che ha avuto luogo in una delle tanti cattedrali del creato della nostra isola!

                                              Maria Vitiello

 

Conclusione Anno Catechistico.

CONCLUSIONE ANNO CATECHISTICO 2019 Sabato 1 Giugno nella bellissima colonia di Tegge delle suore abbiamo concluso in maniera allegra il cammino di quest'anno di catechesi. I bambini, i ragazzi e le famiglie di entrambe le comunità parrocchiali si sono ritrovate alle 16 dove ci si è potuto salutare e preparare. Alle 16,30 don Andrea ha iniziato la Santa Messa, l'omelia è stata tenuta da don Davide, responsabile dell'oratorio. La bellissima celebrazione è stata arricchita dalla vestizione di 12 bambini che hanno deciso di mettersi al servizio del Signore nell'altare durante la celebrazione. Alla fine don Andrea ha fatto i ringraziamenti e ha ricordato l' importanza della Messa, fonte di vita nel cammino del cristiano.

Un ringraziamento particolare ai genitori che si affidano a noi e anche a tutti coloro che danno una bella testimonianza ai loro figli nel vivere per primo il cammino di fede.

Dopo la celebrazione la festa è continuata con un bellissimo rinfresco, dove tutte le famiglie hanno collaborato. Ancora i nostri auguri a tutti i bambini che si sono accostati ai sacramenti per la prima volta quest'anno, ai cresimandi che continuano la loro preparazione e ai ministranti per il loro prezioso servizio.

Don Davide

 

PRIME CONFESSIONI SM MADDALENA 2019

 

Prime confessioni a Santa Maria Maddalena

 

 

■ Noa e noi. Solo in Cristo la sofferenza acquista senso

di Roberto Marchesini

 Una ragazza di 17 anni si lascia morire perché oppressa dalla sofferenza, ma cosa sta dietro a una scelta simile? Non siamo fatti per la sofferenza, eppure essa è fisiologica, non patologica. Se liberamente accettata e offerta, rende l'uomo simile a Cristo, acquistando valore redentivo. Una società materialista non la comprende: per vivere nonostante la sofferenza, infatti, serve un fine. Che trascende l'uomo.

Il caso di Noa Pothoven, la ragazza olandese di 17 anni che si è lasciata morire di fame e di sete, sta già facendo discutere. E non senza motivo. Da bambina, Noa è stata stuprata almeno tre volte: a 11, 12 e 14 anni. Non metto in dubbio la notizia, ma sicuramente qualche interrogativo sorge spontaneo. Com'è possibile? E da chi, è stata stuprata?

Questi episodi sarebbero la causa di depressione, disturbi alimentari, autolesionismo e crisi d’ansia; nessuno può mettere in discussione che gli abusi sessuali abbiano causato delle profonde ferite, ma limitarsi a questa relazione causa-effetto potrebbe essere riduttivo. Anche in questo caso, i dubbi si affollano.

Infine, l’ovvia polemica: se avesse potuto avere l’eutanasia, Noa non si sarebbe suicidata. Eppure - anche questo va ricordato - alla ragazza era stata rifiutata l’eutanasia perché una psicoterapia è ritenuta un trattamento più idoneo, nei confronti della depressione.

Resta il fatto: al di là delle polemiche, dei dubbi e delle questioni rimaste aperte, una ragazza di 17 anni si è lasciata morire di fame e di sete perché oppressa dalla sofferenza.

Mi torna alla mente il caso di Eelco de Gooijer, il trentottenne olandese che ha chiesto insistentemente l’eutanasia fino a ottenerla. Era obeso; aveva varie diagnosi psichiatriche non meglio specificate. «Eelco non era felice nella vita. Voleva smettere di soffrire e la morte era l'unica via», dichiarò la madre. In entrambi i casi, questi giovani hanno deciso di smettere di vivere a causa della sofferenza. Cosa significa?

Sappiamo che la sofferenza è compagna di viaggio dell’uomo su questa terra, conseguenza del peccato originale. Noi non siamo fatti per la sofferenza, eppure la sofferenza è fisiologica, non patologica.

Ma, soprattutto, sappiamo che la sofferenza, se liberamente accettata e offerta, ha un valore redentivo. Rende l’uomo simile a Cristo che, con la sua sofferenza, ha pagato la salvezza degli uomini. È, in qualche modo, il télos dell’uomo: fine e, insieme, piena realizzazione.

Sono recentemente venuto a sapere di una giovane consacrata (per la quale spero inizi presto un processo di beatificazione), costretta a letto tra grandissime sofferenze, che ha offerto il suo dolore per chi glielo chiedeva. E ha ottenuto molto. Ma, al di là di questo, il fatto che la sofferenza sia un motivo per decidere di morire è tutt’altro che scontato.

Potremmo citare i soldati italiani dell’ARMIR (Armata italiana in Russia), costretti a ritirarsi per settimane, senza viveri, a temperature proibitive, combattendo continuamente per liberarsi la strada e tornare in Italia. Chi sopravvisse, vi tornò. Oppure Giovannino Guareschi, che sopravvisse ai lager tedeschi per tornare dai suoi figli: «Non muoio neanche se mi ammazzano», si disse.

Esperienza condivisa dallo psichiatra Viktor Frankl, che osservò come alcuni compagni di prigionia morivano mentre altri sopportavano sofferenze indicibili, sopravvivendo. I secondi, rifletté, hanno un motivo per vivere. Da queste osservazioni nacque la sua «Logoterapia», una psicoterapia che consiste nel cercare un significato della propria esistenza.

Forse il punto è proprio questo: per vivere nonostante la sofferenza (che lo ripeto, accompagna l’esistenza umana) serve un motivo, uno scopo, un fine. Un fine che trascende noi stessi, che è altro da noi.

Noa ed Eelco avevano un motivo per vivere e sopportare la sofferenza? Evidentemente no. In un mondo materialista, senza un’ombra di trascendenza, perché soffrire? Non mi viene in mente alcuna risposta.

(dal sito www.lanuovabq.it)

 

■Il caso Noa ci dice che abbiamo tollerato troppo

di Giampaolo Crepaldi (Vescovo di Trieste e Presidente dell’Osservatorio Cardinale Van Thuân.)

Se ci sforziamo di non nascondere la realtà, la morte di Noa è l’ulteriore tassello che prefigura questo torbido futuro: il male democraticamente celebrato, contemplato per legge, pianificato, come si pianifica la soddisfazione di un diritto.

La tragica conclusione della vicenda terrena della giovane olandese Noa Pothoven è l’indubitabile segno dell’avanzata feroce della cultura della morte nelle nostre società, che si sviluppa sul dogma dell’autodeterminazione psicologica, principio dottrinale assoluto della nuova religione della disperazione.

La società e lo Stato inducono alla disperazione, insegnando che tutto può essere vero e giusto se è voluto dal soggetto e che niente è vero e giusto in sé, niente vale la pena, e poi eliminano i disperati con la motivazione di ottemperare ai loro desideri. Il principio di autodeterminazione assoluta non è naturale, è indotto dall’ideologia della morte, e poi ad esso ci si appella come se fosse un principio naturale per infliggere la morte ai disperati, o per indurli a morire, o astenendosi dall’aiutarli a vivere.

Stando alle notizie finora emerse, strutture sanitarie private hanno collaborato alla morte di Noa, assistendo il suo suicidio per renderlo meno doloroso in fase terminale. Quelle strutture hanno di fatto preso parte alla sua morte: la collaborazione al suicidio moralmente si configura come partecipazione ad un omicidio. Non ci sono, allo stato attuale, prove di intervento in questo senso da parte di strutture sanitarie pubbliche, anche se per lo Stato si configura almeno la colpa dell’omissione ed anche se il clima eutanasico favorito dalla legge ha fatto certamente la propria parte.

Da molto tempo gli Stati si mettono a disposizione per l’uccisione nel ventre materno dei bambini innocenti cui viene impedito di nascere. Da molto tempo lo Stato olandese dà la propria collaborazione a chi chiede di essere ucciso in virtù della legge sull’eutanasia. I dati, che sanno essere spietati nella loro nudità, ci dicono che la pratica è in aumento vertiginoso e che le motivazioni per l’eutanasia possono ormai essere anche molto deboli e, ciononostante, venire soddisfatte.

Il caso Noa non è un evento nuovo e inaspettato. Sconvolgente, certo, ma non inaspettato per chi segua lo sviluppo della lotta tra cultura della vita e cultura della morte nei Paesi della post-umanità. E siccome alla ragazza era stata negata l’eutanasia per legge, ecco i fautori della morte a chiederne la liberalizzazione più completa. Tutte cose, purtroppo, già viste.

La morte di Noa, tuttavia, colpisce: per la giovane età, per la sua debolezza che implicitamente chiedeva aiuto, per la sostituzione di questo aiuto umano, morale, materiale e spirituale, con la spinta ad uscire da questo mondo, per lo stato di perversione delle leggi e del “sistema” socio-sanitario nel suo complesso. Noa è l’ultimo e più recente caso di un mondo che, sconvolto, si scuote dal suo colpevole torpore… oppure è il primo caso del mondo invivibile che ci aspetta in futuro?

Molte volte in passato si è detto che certe soglie di non ritorno erano state superate … e purtroppo la storia successiva ha confermato queste previsioni. Molte volte si era detto che, superato quel punto, altri punti sarebbero stati superati in seguito, perché anche la cultura della morte ha una sua logica interna. In molti di quei casi, però, abbiamo continuato a camminare in avanti senza prestare troppa attenzione alle sconvolgenti novità cui, pian piano, ci si abituava.

Dare la morte e darsi la morte sempre più sono intesi come diritti e siccome lo Stato garantisce i diritti, lo Stato dà la morte, quando questa sia voluta da un soggetto, oppure non si impegna ad aiutarlo a conservarsi in vita. Se ci sforziamo di non nascondere la realtà, la morte di Noa è l’ulteriore tassello che prefigura questo torbido futuro: il male democraticamente celebrato, contemplato per legge, pianificato, come si pianifica la soddisfazione di un diritto.

La domanda su come siamo potuti arrivare a questo punto dovrebbe interrogare tutte le coscienze. Gli esiti della storia sono sempre effetti di lunghi processi che richiamano a delle responsabilità. Abbiamo tollerato troppo. Ci siamo impegnati troppo poco. Abbiamo pensato che la cultura del dialogo potesse coprire la lotta tra il bene e il male che sempre ha caratterizzato la storia umana. Abbiamo sofisticato sulle forme della lotta da farsi più che sui contenuti. Abbiamo diviso il fronte della vita per motivi marginali. Abbiamo ampliato e diluito la nostra attenzione al tema della vita, perdendo di vista le tematiche bioetiche e biopolitiche, che invece rimangono prioritarie. Abbiamo eliminato alcuni temi dalla predicazione ecclesiastica, ritenendoli troppo duri per l’uomo di oggi. Siamo stati presi da una pastorale conciliante anche circa l’inconciliabile. Su certi temi non siamo più stati capaci di aggiungerci a chi scendeva nella pubblica piazza.

Con Noa la deriva antropologica ha fatto un ulteriore passo in avanti. Però la deriva antropologica rimanda ad un’altra deriva, ben più importante: la deriva teologica. L’uomo non spiega mai completamente se stesso, sia nel bene che nel male. Al congedo da Dio delle nostre società non può che derivare il congedo dall’uomo. Bisogna chiedersi se a questo proposito non stiamo sbagliando indirizzo: troppo spesso noi cristiani guardiamo all’uomo per trovarvi Dio, anziché guardare a Dio per trovarvi l’uomo.

(dal sito www.lanuovabq.it)

 

■ Per l'ennesima volta a Venezia accade il prevedibile, una delle tante navi di crociera, perde il controllo nei labirinti delle vie d'acqua e va a sbattere.

Siate certi, che le polemiche non impediranno questo business, si troverà la giusta soluzione per non perdere i vantaggi di questo turismo che viaggia sul filo del rasoio.

Stessa situazione ad Olbia dove questi palazzi d'acqua fanno la gincana per arrivare al porto per poi sbarcate migliaia di turisti che vengono accolti a braccia aperte perché portano benessere.

Noi a La Maddalena, per motivi da capire abbiamo bloccato questa risorsa, e le uniche presenze che accogliamo sono quelle dei barconi che comprensibilmente i turisti hanno in tasca solo il fazzoletto!

Per quale motivo non si riapre questa risorsa? Perché Venezia, Olbia ed altri riescono a gestire questo turismo di massa e noi.........DORMIAMO???

Se La Maddalena deve vivere dal turismo la deve smettere di remare contro, la si deve finire di pensare di risolvere i problemi coprendoli di SILENZI. Non è possibile continuare a pensare che la bellezza dell'arcipelago sia usufruibile da tutto il mondo, ma chi ci vive, commercio compreso devono solo pagare restrizioni che nulla hanno a che fare con il buon senso e tanto meno con il turismo!!!

Vincenzo La Cava per il Gruppo Socio Politico Cristiano

 

AVVISI

Parrocchia Agonia di N.S.G.C. - Moneta

 1. Domenica 9 giugno Solennità di Pentecoste, h. 10.30 S. Messa a Stagnali.

 2. Giovedì 13 giugno memoria di Sant’Antonio da Padova.

● h.21.15 Consiglio Pastorale Parrocchiale nel salone dell'Oasi Serena.

 

 

AVVISI

Parrocchia Santa Maria Maddalena

 

1. Domenica 9 giugno Solennità di Pentecoste. Sarà ospite della nostra Parrocchia il Gruppo Diocesano dell’OFTAL (Opera Federativa Trasporto Ammalati Lourdes).

 2. Mercoledì 12 giugno h. 21.15 Consiglio Pastorale Parrocchiale nell'Oratorio Don Bosco.

 3. Giovedì 13 giugno memoria di Sant’Antonio da Padova. Inizio del triduo in onore della Santissima Trinità.

 4. Domenica 16 giugno Solennità della Santissima Trinità. Vedi il programma nella locandina.

 5. Sabato 6 luglio

Pellegrinaggio a Lavezzi. Per le iscrizioni rivolgersi a Pierluigi Aversano

 6. Dal 25 settembre al 7 ottobre pellegrinaggio parrocchiale a Cracovia - Czestochowa- Auschwitz - Vienna e Praga. Per le iscrizioni rivolgersi a Paolo Provenzano.

 

FEST MARIANA 8062019

 

Orari delle Messe

nelle Chiese dell’Isola

 

Giorni Festivi

 Ore 8.00 Bambino Gesù (Due Strade)

Ore 9.00 Agonia di N.S.G.C. – Moneta

Ore 9.30 Santa Maria Maddalena

Ore 11.00 Santa Maria Maddalena

Ore 19.00 Santa Maria Maddalena

 

Sabato e Prefestivi

 Ore 17.00 Cappella Ospedale Civile

Ore 18.00 Agonia di N.S.G.C. - Moneta

Ore 19.00 S. Maria Maddalena

 

Giorni Feriali

 Ore 8.00 lunedì Agonia di N.S.G.C. - Moneta

Ore 08.30 S. Maria Maddalena

Ore 18.30 da martedì a venerdì Agonia di N.S.G.C. - Moneta

Ore 19.00 S. Maria Maddalena.

 

Ogni prima domenica del mese:

Ore 18.00 Sacra Famiglia (Padule)

 

Ogni seconda domenica del mese

Ore 10.30 Madonna della Pace – Stagnali

 

Ogni primo mercoledì del mese:

Ore 15.45 in cimitero

 

Ogni secondo mercoledì del mese:

Ore 16.00 SS. Trinità

  

M A G I S T E R O

 

 POSSIAMO ESSERE TESTIMONI DI LIBERTÀ E DI MISERICORDIA

 «Maestro, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?» (Gv 9,2).

Gesù, come i suoi discepoli, vede il cieco dalla nascita, è capace di riconoscerlo e di metterlo al centro. Dopo aver dichiarato che la sua cecità non era frutto del peccato, mescola la polvere della terra alla sua saliva e la spalma sugli occhi; poi gli ordina di lavarsi nella piscina di Siloe. Dopo essersi lavato, il cieco riacquista la vista. È interessante notare come il miracolo è narrato in appena due versetti, tutti gli altri portano l’attenzione non sul cieco guarito, ma sulle discussioni che suscita. Sembra che la sua vita e specialmente la sua guarigione diventi banale, aneddotica o elemento di discussione, come pure di irritazione e fastidio. Il cieco guarito viene prima interrogato dalla folla stupita, poi dai farisei; e questi interrogano anche i suoi genitori. Mettono in dubbio l’identità dell’uomo guarito; poi negano l’azione di Dio, prendendo come scusa che Dio non agisce di sabato; giungono persino a dubitare che quell’uomo fosse nato cieco. Tutta la scena e le discussioni rivelano quanto risulti difficile comprendere le azioni e le priorità di Gesù, capace di porre al centro colui che stava alla periferia, specialmente quando si pensa che il primato è detenuto dal “sabato” e non dall’amore del Padre che cerca di salvare tutti gli uomini; il cieco doveva convivere non soltanto con la propria cecità ma anche con quella di chi gli stava attorno. Così sono le resistenze e le ostilità che sorgono nel cuore umano quando, al centro, invece delle persone, si mettono interessi particolari, etichette, teorie, astrazioni e ideologie, che, là dove passano, non fanno altro che accecare tutto e tutti. Invece la logica del Signore è diversa: lungi dal nascondersi nell’inazione o nell’astrazione ideologica, cerca la persona con il suo volto, con le sue ferite e la sua storia. Le va incontro e non si lascia raggirare da discorsi incapaci di dare la priorità e di mettere al centro ciò che realmente è importante.

Queste terre conoscono bene la sofferenza della gente quando il peso dell’ideologia o di un regime è più forte della vita e si antepone come norma alla stessa vita e alla fede delle persone; quando la capacità di decisione, la libertà e lo spazio per la creatività si vede ridotto e perfino cancellato. Fratelli e sorelle, voi avete sofferto i discorsi e le azioni basati sul discredito che arrivano fino all’espulsione e all’annientamento di chi non può difendersi e mettono a tacere le voci dissonanti. Pensiamo, in particolare, ai sette Vescovi greco-cattolici che ho avuto la gioia di proclamare Beati. Di fronte alla feroce oppressione del regime, essi dimostrarono una fede e un amore esemplari per il loro popolo. Con grande coraggio e fortezza interiore non rinnegarono l’appartenenza alla loro amata Chiesa. Questi Pastori, martiri della fede, hanno recuperato e lasciato al popolo rumeno una preziosa eredità che possiamo sintetizzare in due parole: libertà e misericordia.

Questo luogo dove stiamo celebrando, richiama l’unità del vostro Popolo che si è realizzata nella diversità delle espressioni religiose: ciò costituisce un patrimonio spirituale che arricchisce e caratterizza la cultura e l’identità nazionale rumena.

L’altro aspetto dell’eredità spirituale dei nuovi Beati è la misericordia. Alla tenacia nel professare la fedeltà a Cristo, si accompagnava in essi una disposizione al martirio senza parole di odio verso i persecutori. Questo atteggiamento di misericordia nei confronti degli aguzzini è un messaggio profetico, perché si presenta oggi come un invito a tutti a vincere il rancore con la carità e il perdono, vivendo con coerenza e coraggio la fede cristiana.

Vorrei incoraggiarvi a portare la luce del Vangelo ai nostri contemporanei e a continuare a lottare, come questi Beati, contro queste nuove ideologie che sorgono. Tocca a noi adesso lottare, come è toccato a loro lottare in quei tempi. Possiate essere testimoni di libertà e di misericordia, facendo prevalere la fraternità e il dialogo sulle divisioni, incrementando la fraternità del sangue, che trova la sua origine nel periodo di sofferenza nel quale i cristiani, divisi nel corso della storia, si sono scoperti più vicini e solidali.

(Viaggio apostolico in Romania - Divina Liturgia con beatificazione dei 7 Vescovi Greco-Cattolici martiri - OMELIA - Domenica, 2 giugno 2019)

 

È NELL’INDIFFERENZA CHE SI ALIMENTANO PREGIUDIZI E SI FOMENTANO RANCORI

 

Nella Chiesa di Cristo c’è posto per tutti, altrimenti non sarebbe la Chiesa di Cristo. Il Vangelo della gioia si trasmette nella gioia di incontrarsi e di sapere che abbiamo un Padre che ci ama.

Nel cuore porto un peso. È il peso delle discriminazioni, delle segregazioni e dei maltrattamenti subiti dalle vostre comunità. La storia ci dice che anche i cristiani, anche i cattolici non sono estranei a tanto male. Vorrei chiedere perdono per questo. Chiedo perdono – in nome della Chiesa al Signore e a voi – per quando, nel corso della storia, vi abbiamo discriminato, maltrattato o guardato in maniera sbagliata, con lo sguardo di Caino invece che con quello di Abele, e non siamo stati capaci di riconoscervi, apprezzarvi e difendervi nella vostra peculiarità. A Caino non importa il fratello. È nell’indifferenza che si alimentano pregiudizi e si fomentano rancori. Quante volte giudichiamo in modo avventato, con parole che feriscono, con atteggiamenti che seminano odio e creano distanze! Quando qualcuno viene lasciato indietro, la famiglia umana non cammina. Non siamo fino in fondo cristiani, e nemmeno umani, se non sappiamo vedere la persona prima delle sue azioni, prima dei nostri giudizi e pregiudizi. Sempre, nella storia dell’umanità, ci sono Abele e Caino. C’è la mano tesa e la mano che percuote. C’è l’apertura dell’incontro e la chiusura dello scontro. C’è l’accoglienza e c’è lo scarto. C’è chi vede nell’altro un fratello e chi un ostacolo sul proprio cammino. C’è la civiltà dell’amore e c’è quella dell’odio. Ogni giorno c’è da scegliere tra Abele e Caino. Come davanti a un bivio, si pone tante volte di fronte a noi una scelta decisiva: percorrere la via della riconciliazione o quella della vendetta. Scegliamo la via di Gesù. È una via che costa fatica, ma è la via che conduce alla pace. E passa attraverso il perdono.

 

 


Non lasciamoci trascinare dai livori che ci covano dentro: niente rancori. Perché nessun male sistema un altro male, nessuna vendetta soddisfa un’ingiustizia, nessun risentimento fa bene al cuore, nessuna chiusura avvicina.

Cari fratelli e sorelle, voi come popolo avete quelle specifiche caratteristiche che vi costituiscono e che segnano il vostro cammino, e delle quali abbiamo tanto bisogno: il valore della vita e della famiglia in senso allargato (cugini, zii, …); la solidarietà, l’ospitalità, l’aiuto, il sostegno e la difesa dei più deboli all’interno della loro comunità; la valorizzazione e il rispetto degli anziani – questo è un grande valore che voi avete –; il senso religioso della vita, la spontaneità e la gioia di vivere. Non private le società in cui vi trovate di questi doni e disponetevi anche a ricevere tutte le cose buone che gli altri vi possano offrire e apportare. Perciò desidero invitarvi a camminare insieme, lì dove siete, nella costruzione di un mondo più umano andando oltre le paure e i sospetti, lasciando cadere le barriere che ci separano dagli altri alimentando la fiducia reciproca nella paziente e mai vana ricerca di fraternità. Impegnarsi per camminare insieme, con la dignità: la dignità della famiglia, la dignità di guadagnarsi il pane di ogni giorno – è questo, sì, che ti fa andare avanti – e la dignità della preghiera. Sempre guardando avanti .

(Viaggio apostolico in Romania - Incontro con la comunità ROM - Domenica 02/06/19)

 

 

 

CATECHESI SUL VIAGGIO APOSTOLICO IN ROMANIA

 

PAPA FRANCESCO COMUNITA ROM 2019Rendo grazie a Dio che ha permesso al Successore di Pietro di ritornare in quel Paese, vent’anni dopo la visita di S.Giovanni Paolo II.

In sintesi, ho esortato a “camminare insieme”. E la mia è gioia è stata il poterlo fare non da lontano, o dall’alto, ma camminando io stesso in mezzo al popolo romeno, come pellegrino nella sua terra. I diversi incontri hanno evidenziato il valore e l’esigenza di camminare insieme sia tra cristiani, sul piano della fede e della carità, sia tra cittadini, sul piano dell’impegno civile. Come cristiani, abbiamo la grazia di vivere una stagione di relazioni fraterne tra le diverse Chiese. In Romania la gran parte dei fedeli appartiene alla Chiesa Ortodossa, guidata attualmente dal Patriarca Daniel, al quale va il mio fraterno e riconoscente pensiero. La Comunità cattolica, sia “greca” sia “latina”, è viva e attiva. L’unione tra tutti i cristiani, pur incompleta, è basata sull’unico Battesimo ed è sigillata dal sangue e dalla sofferenza patita insieme nei tempi oscuri della persecuzione, in particolare nel secolo scorso sotto il regime ateistico. C’è anche un’altra comunità luterana che professa anche la fede in Gesù Cristo, ed è in buoni rapporti con gli ortodossi e con i cattolici. Con il Patriarca e il Santo Sinodo della Chiesa Ortodossa Romena abbiamo avuto un incontro molto cordiale, nel quale ho ribadito la volontà della Chiesa Cattolica di camminare insieme nella memoria riconciliata e verso una più piena unità. Questa importante dimensione ecumenica del viaggio è culminata nella solenne Preghiera del Padre Nostro, all’interno della nuova, imponente cattedrale Ortodossa di Bucarest. Questo è stato un momento di forte valore simbolico, perché il Padre Nostro è la preghiera cristiana per eccellenza, patrimonio comune di tutti i battezzati. Nessuno può dire “Padre mio” e “Padre vostro”; no: “Padre Nostro”, patrimonio comune di tutti i battezzati. Abbiamo manifestato che l’unità non toglie le legittime diversità. Possa lo Spirito Santo condurci a vivere sempre più come figli di Dio e fratelli tra di noi.

Come Comunità cattolica abbiamo celebrato tre Liturgie eucaristiche.

Particolarmente intenso e festoso è stato l’incontro con i giovani e le famiglie a Blaj. Un luogo che invita ad aprire strade su cui camminare insieme, nella ricchezza delle diversità, in una libertà che non taglia le radici ma vi attinge in modo creativo. Anche questo incontro ha avuto carattere mariano e si è concluso con l’affidamento dei giovani e delle famiglie alla Santa Madre di Dio.

Ultima tappa del viaggio è stata la visita alla comunità Rom di Blaj. In quella città i Rom sono molto numerosi, e per questo ho voluto salutarli e rinnovare l’appello contro ogni discriminazione e per il rispetto delle persone di qualsiasi etnia, lingua e religione. (Udienza Generale - 05/06/2019) a cura di A. Panzera

 
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