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Scritto da Administrator   

n° 43 Sabato  3 Novembre 2018

EDITORIALE

 I santi della porta accanto

PAPA-FRANCESCO-3112018Nella Solennità di Tutti i Santi la Chiesa pellegrinante in terra leva lo sguardo della mente e del cuore a contemplare la Chiesa trionfante del cielo. Ravviva il desiderio della patria beata lodando Dio per la sorte gloriosa di questi membri eletti che ha dato come amici e modelli, e chiede la loro intercessione. La festa è anche un invito per i fedeli cristiani alla santità, infatti si celebra in quella festa la Giornata della Santificazione Universale. Quest’anno però ha avuto una accentuazione particolare dopo l’esortazione apostolica di papa Francesco Gaudete et exultate sulla vocazione alla santità nel mondo contemporaneo. La festa del primo novembre è dedicata a tutti i santi, ma proprio tutti. Non solo a quelli che si trovano sul calendario e che già sono tanti; non solo a quelli che sono stati riconosciuti nel corso dei secoli, che sono tantissimi, ma anche a quelli di cui non conosciamo il nome, arrivati in paradiso al termine di una vita terrena che in apparenza non ha avuto nulla di straordinario. Qualcuno avrà sofferto in silenzio, qualcun altro avrà compiuto un gesto di generosità che magari gli sarà sembrato normale: la cosa giusta da fare in quel momento. Per essere santi, dice papa Francesco, non è necessario essere vescovi, sacerdoti, religiosi o religiose. Tutti siamo chiamati ad essere santi vivendo con amore e offendo ciascuno la propria testimonianza nelle occupazioni di ogni giorno, lì dove si trova. Sei un consacrato o una consacrata? Sii santo vivendo con gioia la tua vocazione. Sei sposato? Sii santo amando e prendendoti cura di tuo marito o di tua moglie, come Cristo ha fatto con la Chiesa. Sei un lavoratore? Sii santo compiendo con onesta e competenza il tuo lavoro a servizio dei fratelli. Sei genitore o nonna o nonno? Sii santo insegnando con pazienza ai bambini a seguire Gesù. Hai autorità? Sii santo lottando a favore del bene comune e rinunciando ai tuoi interessi personali. Questa è la santità della “porta accanto” di quelli che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio, o per usare un’altra espressione, “la classe media della santità”. Gesù indica nelle beatitudini la via della santità. La Parola di Dio, i sacramenti e la vita della comunità sono l’aiuto nel cammino. Dopo la solennità di tutti i Santi del primo novembre, si celebra il due novembre la Commemorazione dei Fedeli Defunti. In quel giorno la Chiesa pellegrinante in terra volge lo sguardo alla Chiesa purificante del purgatorio per offrire suffragi, cioè dare sollievo con preghiere, opere buone, indulgenze. L’indulgenza è la remissione della pena dovuta ai peccati già perdonati, attingendo ai meriti di Cristo, della Vergine e dei santi. In quelle due feste si vive intensamente la comunione dei santi che ricordiamo nel credo. Cioè la comune unione spirituale di tutti i battezzati, chiamati “santi” che si aiutano reciprocamente.  

                D.D.

 

RAGGI DI SOLE

L’EVIDENZA

ABBRACCIO NONNO 3112018Un prete conversava di fede e religione con un amico che si dichiarava totalmente ateo e indifferente. «Sei un’ottima persona ed un caro amico. Perché non ti decidi anche a diventare cristiano?» chiese il prete. «Perché se essere cristiani è quello che mi dici tu, non ne ho la forza. E se è quello che vedo in giro, proprio non mi interessa».

Un turista era arrivato in una città e guardava ammirato le numerose chiese che si affacciavano sulla strada che stava percorrendo in taxi. «Gli abitanti di questa città amano molto Dio» disse all’autista. «Se amano Dio non lo so. Di sicuro non si amano tra loro!» rispose il taxista.

«Non c’è peggior sordo di chi non vuol vedere» diceva Lao Tze. La gente non usa più le orecchie per ascoltare. Si ascolta con gli occhi. Che cosa vede la gente quando guarda un «cristiano»?

“Da questo sapranno che siete miei discepoli, dice Gesù, se vi amerete gli uni gli altri come io ho amato voi”. La Fede si rivela nell’amore.

Don Paolo Piras

 

 

I FATTI DELLA SETTIMANA

 Commemorazione defunti.

COMMEMORAZIONE-DEFUNTI2018Il mese di novembre inizia come sempre in un clima di preghiera e di famiglia. Con la festa dei Santi si rende lode a Dio che compie grandi cose nelle persone che hanno la fede di porre la loro vita nella sue mani. Il giorno successivo si ricordano coloro che sono in attesa della contemplazione perpetua della Gloria di Dio. La nostra Comunità ha voluto ricordare tutti i suoi defunti con la Santa Messa celebrata in cimitero alle ore 11.00. Nonostante la pioggia tante persone hanno pregato sulle tombe dei loro cari e hanno, insieme ai sacerdoti, offerto la Santa Messa per loro. Questo momento, come sempre, è stato preceduto dalla cerimonia di ricordo e benedizione delle corone di alloro per i militari caduti nel compimento del loro dovere. Viviamo questo mese nella preghiera per i nostri cari defunti, ma meditiamo e preghiamo anche per noi affinché un giorno possiamo giungere alla Gloria Eterna nella contemplazione del volto glorioso di Dio.             

          Don Davide Mela

 

La memoria si fa preghiera.

MESSA-CIMITERO-3112018La celebrazione dei 250 anni della fondazione della parrocchia di SMM sarebbe incompleta senza la memoria e la preghiera per le persone che l’hanno costituita, fatta vivere e crescere negli anni. Mi riferisco nello specifico a sacerdoti, suore, benefattori e persone impegnate nella vita della parrocchia. Nel corso di due secoli e mezzo ne possiamo contare tantissimi. La memoria umana, ahimè, ne conserva solo alcuni nomi ma il Signore, siamo certi, li conosce tutti. Nel mese in cui, in maniera particolare, dedichiamo la nostra attenzione ai cari defunti, invito la comunità isolana alle S. Messe dedicate a tutte le persone che hanno segnato la storia della parrocchia. Domenica 11 novembre ore 18.00: S. Messa per parroci e sacerdoti che hanno svolto la loro missione a La Maddalena. Domenica 18 novembre ore 18.00: S. Messa per tutti i fondatori, benefattori e laici che hanno speso tempo, forze e risorse per la comunità parrocchiale. Martedì 27 novembre ore 18.00: S. Messa dedicata alle suore dell’ospedale militare e dell’Istituto San Vincenzo.

“Santo e salutare è il pensiero di pregare per i morti, perché siano liberati dai loro peccati" (2 Maccabei 12,45).          

               Don Andrea

S.Cresime Parrocchia di Moneta.

CRESIME-MONETA-3112018 Domenica 28 ottobre alle ore 11.00 presso la Parrocchia di Santa Maria Maddalena, 12 ragazzi della nostra Comunità hanno ricevuto il Sacramento della Cresima.

 Accompagnati dal parroco don Andrea, dalle catechiste Pina e Deborah che li hanno seguiti in questo cammino durato 5 anni, dai genitori, dai padrini e dalle madrine, durante la celebrazione ricca di tante emozioni, hanno riconfermato la loro fede nel Signore come cristiani adulti. Ad: Alessandra Atzori, Maria Lixia, Laura Piredda, Maristella Ragni, Alessia Romano, Anna Vitiello, Federica Massidda, Samuele Arena, Francesca Manconi, Ivan Attolini, Angelo Ogno, Damiano Piscedda, Elio Plastina della Parrocchia di Santa Maria Maddalena ma che ha condiviso con noi questo giorno speciale, lo Spirito Santo che avete ricevuto vi guidi, vi aiuti, vi renda veri testimoni di Gesù e del suo Vangelo.

 

■ I vescovi della Sardegna su disoccupazione, povertà, crisi demografica, migranti, sanità, elezioni regionali

Ad un anno di distanza dalla Settimana Sociale dei Cattolici Italiani, svoltasi a Cagliari, i Vescovi della Sardegna ripropongono alcuni dei temi affrontati in quella importante occasione. Considerato il perdurare della crisi occupazionale, i Vescovi ritengono importante “un impegno incessante delle istituzioni politiche affinché si creino tutte le condizioni atte a favorire la piena occupazione”. Per quanto riguarda i giovani chiedono invece che “si incoraggino, sostenendole adeguatamente fin dalla loro genesi, le intraprese di quei giovani che intendono realizzare progetti imprenditoriali” unitamente “ad un rinnovato impegno nell’organizzazione della formazione professionale, in particolare per i lavori legati alle potenzialità presenti nell’Isola, come il turismo, l’enogastronomia, l’agricoltura, la pesca, l’artigianato”. Non poteva mancare, vista l'attualità della problematica, il riferimento all'assistenza ed alla sanità. “Riteniamo essenziale – scrivono i Vescovi - che si faccia un’attenta valutazione delle risorse finanziarie necessarie per le leggi di settore riguardanti le persone più deboli, in particolare per quanto attiene le rette di ricovero e per l’assistenza sanitaria nelle strutture pubbliche o private”. Sul fronte del contrasto alle povertà, a distanza di circa due anni dall’approvazione della misura regionale del REIS (Reddito di inclusione sociale), si sottolineano ancora “difficoltà e ritardi”. Non minore preoccupazione desta nei Vescovi la crisi demografica che nemmeno il flusso di popolazione straniera iscritta nelle anagrafi comunali “riesce a compensare”. I vescovi parlano poi dell'accoglienza dei migranti, “una cifra contenuta”, sostengono, “che non giustifica il clima di preoccupazione diffuso anche nell’Isola, che lega riduttivamente il fenomeno della mobilità umana alla questione sicurezza”. Riguardo all'insularità, che determina in Sardegna non solo un aumento dei costi ma anche discontinuità, ritardi e debolezze, “è importante che non si affievolisca l’attenzione al problema”. Altro tema è quello della salvaguardia della natura e dell’ambiente. Sono necessari, scrivono i Vescovi della Sardegna, non solo “interventi strutturali a tutela del nostro territorio, ma anche per un nuovo impegno nell’educazione e nella prevenzione, volte a una responsabilità condivisa che parta dai singoli cittadini, rispetto ai pericoli che l’attuale cambiamento di tipologia e di intensità dei fenomeni atmosferici possono provocare”. Un riferimento alla politica infine, in vista delle imminenti elezioni regionali. I cattolici “siano disponibili a candidarsi, a far parte della classe dirigente, con sapiente valutazione delle proprie capacità e delle possibilità oggettive di impegno”. I cattolici, scrivono i vescovi, “possono trovare – ed è importante che ne sentano la responsabilità – nella ricca Dottrina Sociale della Chiesa un autentico patrimonio per una fattiva costruzione del bene comune e la tutela dei diritti fondamentali della persona umana e della collettività”.

 Claudio Ronchi

 

■ Suor Nicoli: la Beata che tenne a battesimo l'Istituto San Vincenzo

BEATA-SUOR-NICOLI-27102018Fu la beata suor Giuseppina Nicoli che tenne a battesimo l’Istituto San Vincenzo e a questa struttura trasmise i carismi della Carità e della proclamazione della Parola che contribuirono in maniera significativa, dieci anni fa, alla sua elevazione agli “onori degli altari”. Quel 15 luglio del 1903 (di 115 anni fa) a tenere l’inaugurazione ufficiale della nuova presenza vincenziana nell’Arcipelago, non furono né il vescovo di Tempio e Ampurias, la cui sede era vacante, né l'arcivescovo di Sassari che amministrava la nostra diocesi e nemmeno la visitatrice della Sardegna che aveva sede a Cagliari. La Provvidenza volle che fosse Lei, la Beata, che allora era superiora dell’Orfanotrofio di Sassari ad accompagnare una “sua” suora, la torinese trentatreenne Teresa Fior, appena nominata superiora, che insieme a suor Pizzorno e a suor Barberis, costituirono quella prima comunità. Suor Giuseppina Nicoli, figlia di un magistrato, originaria dell’Oltrepò Pavese, in Sardegna dal 1885, allora quarantenne, a La Maddalena rimase solo per pochi giorni per poi ripartire per Sassari dov'era superiora dell'Orfanotrofio e successivamente, dopo un breve periodo in Continente, per Cagliari. La Maddalena contava in quegli anni circa 8.000 abitanti, la maggior parte dei quali, come scrisse il missionario vincenziano padre Giovanni Battista Manzella, erano o lontani dalla fede o addirittura contro la fede. Ma c'era anche tanta povertà, disoccupazione, disagio sociale. La militarizzazione, con la realizzazione di caserme e infrastrutture, offrendo possibilità di lavoro aveva portato in pochissimi anni a triplicare la popolazione che era arrivata da ogni dove. L'impronta che suor Giuseppina Nicoli diede alla sua attività presso l'Asilo della Marina di Cagliari – dove negli anni successivi era stata destinata - fu la stessa, per molti versi, che le sue consorelle diedero alla Maddalena perché anche qui, come lì, c'erano molte zone povere e sovraffollate, con catapecchie e case monostanza, dove famiglie numerose vivevano nella più grande promiscuità, con servizi igienici inesistenti o precari, e in una grande povertà oltre che materiale anche morale e spirituale. La descrizione fatta nel Bollettino Interparrocchiale della scorsa settimana dalle nostre suore, sul quel quartiere cagliaritano dove operò la Beata suor Giuseppina Nicoli, erano simili ad alcune zone di La Maddalena (dalla zona alta di Gavetta a Via Balbo al quartiere di Due Strade per esempio); anche qui infatti (come anche antiche foto testimoniano), c’erano "gruppi di ragazzini, scalzi e denutriti che giravano vicino al mercato e alla stazione (nel caso della Maddalena il porto, nda) per portare la spesa alle signore" come anche i bagagli ai viaggiatori in parte civili e in gran parte militari e alle loro famiglie che arrivavano via mare. E anche qui c'erano tante ragazzine il cui destino era o poteva essere quello del vendere il proprio corpo per un tozzo di pane o poco più, in particolare tanti militari presenti. Famiglie numerose, con molte bocche da sfamare, salari bassissimi, padri spesso alcolizzato e violenti. Quadri familiari che, a ricordare i racconti di nonni e bisnonni, non erano certamente infrequenti. Presso l’Istituto San Vincenzo, fin dai primi mesi dalla sua apertura, fu costituita l'associazione delle Figlie di Maria, dedicata all'assistenza ai poveri, agli ammalati, all’infanzia e alle giovinette, le cui componenti, insieme alle suore, prestarono soccorso nelle strade e nelle case dell'Isola. Vennero avviati un laboratorio per ragazze (e successivamente l’Orfanotrofio), le prime classi delle scuole elementari e l'asilo infantile. Nel frattempo la Beata Suor Nicoli era a Cagliari, dove svolse la missione per la quale è stata beatificata ma la sua “impronta” era rimasta a La Maddalena, dove aveva inaugurato l’Istituto San Vincenzo.         

               Claudio Ronchi

 

■ 1768 (250 anni fa): Un 2 novembre di preghiere e di terrore

Per la prima volta, il 2 novembre di 250 anni fa (1768), ci fu all'Isola la commemorazione dei defunti, dei morti più “freschi”, dei più recenti, e di quelli deceduti negli anni precedenti e più lontani. Una Messa in loro suffragio fu celebrata dal parroco Virgilio Mannu anche se non fu possibile per gli isolani (probabilmente) portare un fiore sulle loro tombe. I cari defunti infatti giacevano molto lontano da Maddalena e Caprera (almeno per quei tempi); o a San Michele del Liscia (fuori Palau) o addirittura in Corsica, oltre le Bocche di Bonifacio. I morti più freschi, dell’ultimo anno, il primo della storia ufficiale della comunità isolana, erano stati due: Domenico Gambarella, deceduto il 13 ottobre 1767 all'età di 56 anni e Giuseppe Ornano morto il 9 agosto 1768. Il primo, Gambarella, aveva lasciato la moglie vedova, un figlio minorenne e una figlia. Anche il secondo lasciò una vedova, un figlio maggiorenne e due figlie. In queste due famiglie, secondo le usanze corse, si osservava ancora il lutto stretto, in particolare la vedova che non usciva di casa e indossava il “nero” almeno per due anni. Erano morti in quell'anno anche due militari e non si sa se e dove ci fosse qualcuno che ancora piangeva e pregava per la loro anima. La messa celebrata e le preghiere recitate in quel “giorno dei morti” di 250 anni fa, da don Virgilio Mannu, erano per tutti costoro. All'epoca, quelle giornate, non erano soltanto di preghiera, dolore, ricordo, nostalgia per chi non c'era più ma anche di paura se non di terrore. La tradizione corsa, e quegli abitanti erano corsi, voleva che nella notte tra l'1 e il 2 novembre i morti tornassero presso le loro capanne e presso i loro familiari. E costoro, in quella notte, dovevano lasciare aperta la porta perché i loro morti potessero entrare e consumare, senza essere visti, la cena che gli avevano lasciato. Essendo in genere casupole ad un vano si può immaginare, in quelle notti buie, perché al buio e in silenzio si doveva rimanere, il terrore di grandi e piccini e l’ininterrotta recita di preghiere fino al sorgere del primo sole. Dunque, né a Maddalena, circa 115 abitanti, né a Caprera, circa 70, più una ottantina di militari, ai quali si aggiungeva manodopera per un paio di decine d’unità utilizzata per le fortificazioni, esisteva un cimitero. Prima dell'occupazione militare sardo-piemontese del 1767 e nei primi anni successivi i seppellimenti avvenivano, com'è noto, presso la chiesetta di San Michele del Liscia, nelle campagne di Palau. Alcune sepolture venivano effettuate nella zona di Cala Chiesa e, pare, nell'isola di Santo Stefano (in entrambi i casi si trattava però di terreni sconsacratati). Bisognerà attendere la fine dei lavori della chiesa parrocchiale al Collo Piano (1770) per il primo seppellimento all’Isola in luogo consacrato.    

             Claudio Ronchi

 

Parrocchia Agonia di N.S.G.C. –Moneta

 1. Mercoledì 7 novembre ore 18.30 incontro del Consiglio Pastorale Parrocchiale di Moneta.

  

Avvisi

Parrocchia Santa Maria Maddalena

 

1) Dal 1 all’8 novembre nella visita al cimitero si può conseguire l’indulgenza plenaria, una volta al giorno, in suffragio dei defunti pregando per loro, recitando un Padre nostro e un Credo e, confessati e comunicati, una preghiera secondo le intenzioni del Santo Padre.

 2) Domenica 4 novembre ore 17.00 S. Messa nella chiesa di Sacra Famiglia a Padule.

 3) Mercoledì 7 novembre

* Ore 15.45: Messa in cimitero come tutti i mercoledì di novembre.

 4) Giovedì 8 novembre ore 21.00 incontro del Consiglio Pastorale Parrocchiale di Santa Maria Maddalena nella Biblioteca parrocchiale.

 5) Sabato 10 e domenica 11 novembre

Vendita di libri e articoli religiosi per beneficenza, organizzata dal Gruppo di Preghiera Padre Pio, nella Biblioteca Parrocchiale.

 6) Domenica 11 novembre

* Giornata del Ringraziamento.

* Ore 18.00 S.Messa per tutti i sacerdoti defunti.

7) Mercoledì 14, giovedì 15 e venerdì 16 novembre Pellegrinaggio a Carloforte. Per le iscrizioni rivolgersi a Pierluigi Aversano al numero: (tel.3491534378).

 

8) Don Andrea è presente nell’ufficio della Parrocchia di Santa Maria Maddalena:

-          Martedì 16.00-18.00

-          Mercoledì 10.00-12.00

-          Giovedì 10.00-12.00

-          Venerdì 10.00-12.00

 

Orari delle Messe

nelle Chiese dell’Isola

 

Giorni Festivi

 Ore 8.00 Bambino Gesù (Due Strade)

Ore 9.00 Agonia di N.S.G.C. – Moneta

Ore 9.30 Santa Maria Maddalena

Ore10.30 Madonna della Pace - Stagnali

Ore 11.00 Santa Maria Maddalena

Ore 18.00 Santa Maria Maddalena

 

Sabato e Prefestivi

 Ore 17.00 Cappella Ospedale Civile

Ore 17.30 Agonia di N.S.G.C. - Moneta

Ore 18.00 S. Maria Maddalena

 

 

Giorni Feriali

 Ore 8.00 lunedì Agonia di N.S.G.C. - Moneta

Ore 08.30 S. Maria Maddalena

Ore 17.30 da martedì a venerdì Agonia di N.S.G.C. - Moneta

Ore 18.00 S. Maria Maddalena.

 

 

Ogni prima domenica del mese:

Ore 17.00 Sacra Famiglia (Padule)

 

Ogni secondo sabato del mese:

Ore 16.00 SS.Trinità

 

 

CONGREGAZIONE-PADRE-VICO

 

M A G I S T E R O

 

 LA SPERANZA DI DIO NON È UN MIRAGGIO, MA UNA PROMESSA PER NOI

 

 Stamane abbiamo celebrato la Messa di chiusura dell’Assemblea del Sinodo dei Vescovi dedicata ai giovani. La Lettura, del profeta Geremia (31,7-9), era particolarmente intonata a questo momento, perché è una parola di speranza che Dio dà al suo popolo. Una parola di consolazione, fondata sul fatto che Dio è padre per il suo popolo, lo ama e lo cura come un figlio; gli apre davanti un orizzonte di futuro, una strada agibile, praticabile, sulla quale potranno camminare anche «il cieco e lo zoppo, la donna incinta e la partoriente», cioè le persone in difficoltà. Perché la speranza di Dio non è un miraggio, come certe pubblicità dove tutti sono sani e belli, ma è una promessa per la gente reale, con pregi e difetti, potenzialità e fragilità, come tutti noi: la speranza di Dio è una promessa per la gente come noi.

 

Questa Parola di Dio esprime bene l’esperienza che abbiamo vissuto nelle settimane del Sinodo: è stato un tempo di consolazione e di speranza. Lo è stato anzitutto come momento di ascolto: ascoltare infatti richiede tempo, attenzione, apertura della mente e del cuore. Ma questo impegno si trasformava ogni giorno in consolazione, soprattutto perché avevamo in mezzo a noi la presenza vivace e stimolante dei giovani, con le loro storie e i loro contributi. Attraverso le testimonianze dei Padri sinodali, la realtà multiforme delle nuove generazioni è entrata nel Sinodo, per così dire, da tutte le parti: da ogni continente e da tante diverse situazioni umane e sociali. Con questo atteggiamento fondamentale di ascolto, abbiamo cercato di leggere la realtà, di cogliere i segni di questi nostri tempi. Un discernimento comunitario, fatto alla luce della Parola di Dio e dello Spirito Santo. Questo è uno dei doni più belli che il Signore fa alla Chiesa Cattolica, cioè quello di raccogliere voci e volti dalle realtà più varie e così poter tentare un’interpretazione che tenga conto della ricchezza e della complessità dei fenomeni, sempre alla luce del Vangelo. Così, in questi giorni, ci siamo confrontati su come camminare insieme attraverso tante sfide, quali il mondo digitale, il fenomeno delle migrazioni, il senso del corpo e della sessualità, il dramma delle guerre e della violenza.

 

I frutti di questo lavoro stanno già “fermentando”, come fa il succo dell’uva nelle botti dopo la vendemmia. Il Sinodo dei giovani è stato una buona vendemmia, e promette del buon vino. Ma vorrei dire che il primo frutto di questa Assemblea sinodale dovrebbe stare proprio nell’esempio di un metodo che si è cercato di seguire, fin dalla fase preparatoria. Uno stile sinodale che non ha come obiettivo principale la stesura di un documento, che pure è prezioso e utile. Più del documento però è importante che si diffonda un modo di essere e lavorare insieme, giovani e anziani, nell’ascolto e nel discernimento, per giungere a scelte pastorali rispondenti alla realtà.

 

Lo Spirito Santo faccia crescere, con la sua sapiente fantasia, i frutti del nostro lavoro, per continuare a camminare insieme con i giovani del mondo intero.

 

(ANGELUS - Domenica 28/10/2018)

 

 

 

 

 

TRE PICCOLE COSE PER FARE LA PACE

 

 

 

Magnanimità, dolcezza, umiltà: sono gli atteggiamenti semplici, le «piccole cose» — indicate da san Paolo a una comunità cristiana delle origini, quella di Efeso — ancora oggi efficaci per fare e consolidare l’unità nel mondo, nella società umana e nelle famiglie che hanno bisogno di pace.

 

Paolo è in prigione e si rivolge ai cristiani con questo “inno” all’unità . Lui è solo. Un po’ prima di questo brano, si lamenta: “Mi hanno lasciato solo”. Poi a Tito dice: “Nella mia prima udienza davanti al giudice nessuno mi ha assistito”. Solo. E quella solitudine di prigioniero condannato a morte già sicuramente, lo accompagnerà fino alle Tre Fontane, dove morirà solo, perché i cristiani sono troppo occupati “sul fronte interno”, nelle lotte interne. Ecco perché Sáulo prende il meglio di sé in questo brano attingendo a tutte le energie che gli restano per richiamare l’unità, per richiamare alla dignità della vocazione: “Comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto”. Verso l’unità. Del resto, lo stesso Gesù, prima di morire, nell’ultima Cena, chiese al Padre la grazia dell’unità per tutti noi: “Che loro siano uno, come tu e io, Padre”. E ciò contiene una lezione anche per l’umanità di oggi. Noi siamo abituati a respirare l’aria dei conflitti. Ogni giorno, nel telegiornale, nei giornali, si parla dei conflitti, uno dietro l’altro, di guerre, senza pace, senza unità, l’uno contro l’altro. In tal modo, ad andare avanti sono la corsa agli armamenti, la preparazione alle guerre, alla distruzione. Col risultato che anche le istituzioni mondiali fanno fatica a trovare degli accordi di pace. In tutto questo però nel frattempo i bambini non hanno da mangiare, non vanno a scuola e non vengono educati; non ci sono degli ospedali perché la guerra distrugge tutto. In definitiva, c’è una tendenza nostra alla distruzione, alla guerra, alla disunione. Ed è la tendenza che semina nel cuore nostro il nemico, il distruttore dell’umanità: il diavolo. Ecco allora la perenne validità dell’insegnamento paolino, che ci insegna il cammino verso l’unità. Infatti afferma che l’unità è coperta, è “blindata” con il vincolo della pace. Ovvero, la pace porta all’unità. Per raggiungere la quale, l’apostolo ci insegna un cammino semplice: “Comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto, con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità”. Eccole dunque le tre cose indicate da Paolo per fare la pace, l’unità fra noi: “umiltà, dolcezza — noi che siamo abituati a insultarci, a gridarci... dolcezza — e magnanimità”. Come per dire: Lascia perdere, apri il cuore. Ma si può far fare la pace al mondo con queste tre cose piccole? Sì, è il cammino. Si può arrivare all’unità? Sì, quel cammino: “umiltà, dolcezza e magnanimità”». E siccome Paolo è pratico, continua con un consiglio molto pratico: “sopportandovi a vicenda nell’amore”. Sopportarci gli uni gli altri. Un consiglio che non è facile concretizzare nella quotidianità. Occorre sopportarci, perché tutti noi diamo motivo di fastidi, di impazienza, perché tutti noi siamo peccatori, tutti abbiamo i nostri difetti. Ma sopportare: è una strada bella, semplice, avendo a cuore: “Perché fate questo?” dice Paolo, “avendo a cuore di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace”. Paolo va avanti ancora, sicuramente sotto l’ispirazione delle parole di Gesù nell’ultima Cena: “Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti”. Dunque Paolo si entusiasma e va avanti: e dalla dolcezza, dall’umiltà, dalla magnanimità, poi va avanti e ci fa vedere l’orizzonte della pace, con Dio; come Gesù ci ha fatto vedere l’orizzonte della pace nella preghiera: “Padre, che siano uno, come tu e io”. L’unità. E così si va avanti passo a passo.

 

Il mondo oggi ha bisogno di pace, noi abbiamo bisogno di pace, le nostre famiglie hanno bisogno di pace, la nostra società ha bisogno di pace. Incominciamo a casa a praticare queste cose semplici: magnanimità, dolcezza, umiltà. Andiamo avanti in questa strada: del sempre fare l’unità, consolidare l’unità. Con l’auspicio che il Signore ci aiuti in questo cammino. (Meditazione nella cappella della casa Sanctae Marthae - Venerdì, 26 ottobre 2018) 

 

CATECHESI SUI COMANDAMENTI:

 

“In Cristo trova pienezza la nostra vocazione sponsale”

 

 

 

Oggi vorrei completare la catechesi sulla Sesta Parola del Decalogo – “Non commettere adulterio” –, evidenziando che l’amore fedele di Cristo è la luce per vivere la bellezza dell’affettività umana. Infatti, la nostra dimensione affettiva è una chiamata all’amore, che si manifesta nella fedeltà, nell’accoglienza e nella misericordia. Non va, però, dimenticato che questo comandamento si riferisce esplicitamente alla fedeltà matrimoniale, e dunque è bene riflettere più a fondo sul suo significato sponsale. Questo brano della Scrittura, questo brano della Lettera di San Paolo, è rivoluzionario! Pensare, con l’antropologia di quel tempo, e dire che il marito deve amare la moglie come Cristo ama la Chiesa: ma è una rivoluzione! Forse, in quel tempo, è la cosa più rivoluzionaria che è stata detta sul matrimonio. Sempre sulla strada dell’amore. Ci possiamo domandare: questo comando di fedeltà, a chi è destinato? Solo agli sposi? In realtà, questo comando è per tutti, è una Parola paterna di Dio rivolta ad ogni uomo e donna.

 

Chi è l’adultero, il lussurioso, l’infedele? È una persona immatura, che tiene per sé la propria vita e interpreta le situazioni in base al proprio benessere e al proprio appagamento. Quindi, per sposarsi, non basta celebrare il matrimonio! Occorre fare un cammino dall’io al noi, da pensare da solo a pensare in due, da vivere da solo a vivere in dure: è un bel cammino, è un cammino bello. Ogni vocazione cristiana è sponsale. Il sacerdozio lo è perché è la chiamata, in Cristo e nella Chiesa, a servire la comunità con tutto l’affetto, la cura concreta e la sapienza che il Signore dona. Alla Chiesa non servono aspiranti al ruolo di preti – no, non servono, meglio che rimangano a casa –, ma servono uomini ai quali lo Spirito Santo tocca il cuore con un amore senza riserve per la Sposa di Cristo. Così anche la verginità consacrata in Cristo la si vive con fedeltà e con gioia come relazione sponsale e feconda di maternità e paternità. La creatura umana, nella sua inscindibile unità di spirito e corpo, e nella sua polarità maschile e femminile, è realtà molto buona, destinata ad amare ed essere amata. Il corpo umano non è uno strumento di piacere, ma il luogo della nostra chiamata all’amore, e nell’amore autentico non c’è spazio per la lussuria e per la sua superficialità. Gli uomini e le donne meritano di più di questo! Dunque, la Parola «Non commettere adulterio», pur se in forma negativa, ci orienta alla nostra chiamata originaria, cioè all’amore sponsale pieno e fedele, che Gesù Cristo ci ha rivelato e donato (cfr Rm 12,1). (Udienza Generale - Mercoledì 31/10/2018)

 

 
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