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Scritto da Administrator   

n° 51 Sabato  23 Dicembre2017

VIVIAMO NELLA GIOIA COSTANTE, NELLA PREGHIERA PERSEVERANTE E RENDENDO GRAZIE CONTINUAMENTE

 In questa “domenica della gioia”, la liturgia ci invita a cogliere lo spirito con cui avviene tutto questo, cioè, appunto, la gioia. San Paolo ci invita a preparare la venuta del Signore assumendo tre atteggiamenti.  Primo, la gioia costante; secondo, la preghiera perseverante; terzo, il continuo rendimento di grazie. Il primo atteggiamento, gioia costante: «Siate sempre lieti», dice San Paolo. Vale a dire rimanere sempre nella gioia, anche quando le cose non vanno secondo i nostri desideri; ma c’è quella gioia profonda, che è la pace: anche quella è gioia, è dentro.  Le angosce, le difficoltà e le sofferenze attraversano la vita di ciascuno, tutti noi le conosciamo; e tante volte la realtà che ci circonda sembra essere inospitale e arida, simile al deserto nel quale risuonava la voce di Giovanni Battista. Ma proprio le parole del Battista rivelano che la nostra gioia poggia su una certezza, che questo deserto è abitato: «In mezzo a voi – dice – sta uno che voi non conoscete». Si tratta di Gesù, l’inviato del Padre che viene, come sottolinea Isaia, «a portare il lieto annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l’anno di grazia del Signore» . Queste parole chiariscono che la sua missione nel mondo consiste nella liberazione dal peccato e dalle schiavitù personali e sociali che esso produce. La gioia che caratterizza l’attesa del Messia si basa sulla preghiera perseverante: San Paolo dice: «Pregate ininterrottamente» . Per mezzo della preghiera possiamo entrare in una relazione stabile con Dio, che è la fonte della vera gioia. La gioia del cristiano non si può comprare; viene dalla fede e dall’incontro con Gesù Cristo, ragione della nostra felicità. E quanto più siamo radicati in Cristo, quanto più siamo vicini a Gesù, tanto più ritroviamo la serenità interiore, pur in mezzo alle contraddizioni quotidiane. Per questo il cristiano, avendo incontrato Gesù, non può essere un profeta di sventura, ma un testimone e un araldo di gioia. Una gioia da condividere con gli altri; una gioia contagiosa che rende meno faticoso il cammino della vita. Il terzo atteggiamento indicato da Paolo è il continuo rendimento di grazie, cioè l’amore riconoscente nei confronti di Dio. Egli infatti è molto generoso con noi, e noi siamo invitati a riconoscere sempre i suoi benefici, il suo amore misericordioso, la sua pazienza e bontà, vivendo così in un incessante ringraziamento. (Angelus- III Domenica d’Avvento 17/12/2017) 

 

   

GIUSEPPE : UOMO DELLA PATERNITÀ

SAN-GIUSEPPE-23122017A S. Giuseppe ci dobbiamo rivolgere quando non capiamo tante cose, abbiamo tanti problemi, tante angosce, tante oscurità. Preghiamo così: S.Giuseppe, aiutaci, tu che conosci come camminare nel buio, tu che conosci come si ascolta la voce di Dio, tu che conosci come si va avanti in silenzio. Quando Maria tornò da Ain-Karim, dalla casa di Elisabetta, incominciavano a essere visibili i segni della maternità. E Giuseppe se ne accorse, e non capiva: pensiamo a quest’uomo nei dubbi, nel dolore, cercava spiegazioni, ma siccome l’amava tanto e sapeva che lei era una donna di Dio, non trovava via d’uscita dai suoi pensieri. Un atteggiamento sicuramente molto differente da quello che facevano le chiacchierone del paese, nel mercato, che magari commentavano: “Ma guarda questa, come è tornata!”. In questo dolore, dubbio, sofferenza , Giuseppe non vuol mandare via Maria e decide di lasciarla in silenzio. Sceglie insomma di non accusarla pubblicamente, perché sapeva. Lui la conosceva: “questa ragazza, io la conosco, io la amo, è pura, io non capisco questo”. Ma proprio nel mezzo del suo dubbio, del suo dolore, intervenne il Signore in un sogno, dove gli viene spiegato cosa è successo. E Giuseppe obbedì: credette e obbedì.  Intanto, Giuseppe lottava dentro. E in quella lotta ecco la voce di Dio che gli dice: alzati! E proprio «alzati» ritorna tante volte, all’inizio di una missione, nella Bibbia. Dunque la voce di Dio dice a Giuseppe: alzati, prendi Maria, portala a casa tua; prendi in mano questa situazione e vai avanti. Giuseppe non è andato dagli amici a confortarsi, non è andato dallo psichiatra perché interpretasse il sogno: no, credette. In sostanza Giuseppe doveva farsi carico di due cose, della paternità e del mistero. Anzitutto, Giuseppe si è fatto carico di una paternità che non era sua: veniva dal Padre. E ha portato avanti la paternità con quello che significa: non solo sostenere Maria e il bambino, ma anche far crescere il bambino, insegnargli il mestiere, portarlo alla maturità di uomo. Nel Vangelo non c’è alcuna parola detta da Giuseppe, l’uomo del silenzio, dell’obbedienza silenziosa. La seconda cosa di cui Giuseppe si è fatto carico è il mistero. Il grande mistero è ricondurre il popolo a Dio.  E Giuseppe prende in mano questo mistero e aiuta con il suo silenzio, con il suo lavoro, fino al momento che Dio lo chiama a sé. Di quest’uomo che si è fatto carico della paternità e del mistero, si dice che era l’ombra di Dio Padre. E se Gesù uomo ha imparato a dire “papà”, “padre”, al suo Padre che conosceva come Dio, lo ha imparato dalla vita, dalla testimonianza di Giuseppe: l’uomo che custodisce, l’uomo che fa crescere, l’uomo che porta avanti ogni paternità e ogni mistero, ma non prende nulla per sé. Nulla. Giuseppe è lì, silenzioso. Questo è il grande Giuseppe, del quale Dio aveva bisogno per portare avanti il mistero della ri-conduzione del popolo verso la nuova creazione. 

(Meditazione mattutina nella domus Sanctae Marthae — Lunedì 18/12/2017)

 

LA SANTA MESSA - RITI DI INTRODUZIONE

SEGNO-CROCE-23122017La Messa è composta da due parti, che sono la Liturgia della Parola e la Liturgia eucaristica, strettamente congiunte tra di loro. Quando il popolo è radunato, la celebrazione si apre con i riti introduttivi, comprendenti l’ingresso dei celebranti o del celebrante, il saluto – “Il Signore sia con voi”, “La pace sia con voi” –, l’atto penitenziale – “Io confesso”, dove noi chiediamo perdono dei nostri peccati –, il Kyrie eleison, l’inno del Gloria e l’orazione colletta: è la colletta delle intenzioni di preghiera di tutti i popoli; e quella colletta dell’intenzione dei popoli sale al cielo come preghiera. Il loro scopo è di far sì «che i fedeli, riuniti insieme, formino una comunità, e si dispongano ad ascoltare con fede la parola di Dio e a celebrare degnamente l’Eucaristia». Non è una buona abitudine guardare l’orologio e dire: “Sono in tempo, arrivo dopo il sermone e con questo compio il precetto”. La Messa incomincia con il segno della Croce, con questi riti introduttivi, perché lì incominciamo ad adorare Dio come comunità. E per questo è importante prevedere di non arrivare in ritardo, bensì in anticipo, per preparare il cuore a questo rito, a questa celebrazione della comunità. Mentre normalmente si svolge il canto d’ingresso, il sacerdote con gli altri ministri raggiunge processionalmente il presbiterio, e qui saluta l’altare con un inchino e, in segno di venerazione, lo bacia e, quando c’è l’incenso, lo incensa. Perché? Perché l’altare è Cristo: è figura di Cristo. Quando noi guardiamo l’altare, guardiamo proprio dov’è Cristo. Vi è poi il segno della croce. Il sacerdote che presiede lo traccia su di sé e lo stesso fanno tutti i membri dell’assemblea, consapevoli che l’atto liturgico si compie «nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo». E qui passo a un altro argomento piccolissimo. Voi avete visto come i bambini fanno il segno della croce? Non sanno cosa fanno: a volte fanno un disegno, che non è il segno della croce. Per favore: mamma e papà, nonni, insegnate ai bambini, dall’inizio - da piccolini - a fare bene il segno della croce. E spiegategli che è avere come protezione la croce di Gesù. E la Messa incomincia con il segno della croce. Tutta la preghiera si muove, per così dire, nello spazio della Santissima Trinità – “Nel nome del Padre, del Figlio, e dello Spirito Santo” –, che è spazio di comunione infinita; ha come origine e come fine l’amore di Dio Uno e Trino, manifestato e donato a noi nella Croce di Cristo.

Infatti il suo mistero pasquale è dono della Trinità, e l’Eucaristia scaturisce sempre dal suo cuore trafitto. Segnandoci con il segno della croce, dunque, non solo facciamo memoria del nostro Battesimo, ma affermiamo che la preghiera liturgica è l’incontro con Dio in Cristo Gesù, che per noi si è incarnato, è morto in croce ed è risorto glorioso. Il sacerdote, quindi, rivolge il saluto liturgico, con l’espressione: «Il Signore sia con voi» o un’altra simile – ce ne sono parecchie –; e l’assemblea risponde: «E con il tuo spirito». Siamo in dialogo; siamo all’inizio della Messa e dobbiamo pensare al significato di tutti questi gesti e parole. Stiamo entrando in una “sinfonia”, nella quale risuonano varie tonalità di voci, compreso tempi di silenzio, in vista di creare l’“accordo” tra tutti i partecipanti, cioè di riconoscersi animati da un unico Spirito e per un medesimo fine. In effetti «il saluto sacerdotale e la risposta del popolo manifestano il mistero della Chiesa radunata . Si esprime così la comune fede e il desiderio vicendevole di stare con il Signore e di vivere l’unità con tutta la comunità. E questa è una sinfonia orante, che si sta creando e presenta subito un momento molto toccante, perché chi presiede invita tutti a riconoscere i propri peccati. Tutti siamo peccatori. Non so, forse qualcuno di voi non è peccatore…Se qualcuno non è peccatore alzi la mano, per favore, così tutti vediamo. Ma non ci sono mani alzate, va bene: avete buona la fede! Tutti siamo peccatori; e per questo all’inizio della Messa chiediamo perdono. E’ l’atto penitenziale. Non si tratta solamente di pensare ai peccati commessi, ma molto di più: è l’invito a confessarsi peccatori davanti a Dio e davanti alla comunità, davanti ai fratelli, con umiltà e sincerità, come il pubblicano al tempio. Se veramente l’Eucaristia rende presente il mistero pasquale, vale a dire il passaggio di Cristo dalla morte alla vita, allora la prima cosa che dobbiamo fare è riconoscere quali sono le nostre situazioni di morte per poter risorgere con Lui a vita nuova. Mi raccomando: insegnate bene ai bambini a fare il segno della croce, per favore!    (Udienza Generale- Mercoledì, 20/12/2017) 

 
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