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Scritto da Administrator   

n° 42 Sabato 21 Ottobre 2017

 

IL SIGNORE DELL’AMORE ASPETTA UNA RISPOSTA D’AMORE

 

FIGLIOL-PRODIGO (2)La parabola che troviamo in Mt 22,1-14 ci parla del Regno di Dio come di una festa di nozze. Protagonista è il figlio del re, lo sposo, nel quale è facile intravedere Gesù. Nella parabola, però, non si parla mai della sposa, ma dei molti invitati, desiderati e attesi: sono loro a vestire l’abito nuziale. Quegli invitati siamo noi, tutti noi, perché con ognuno di noi il Signore desidera “celebrare le nozze”.

Le nozze inaugurano la comunione di tutta la vita. Il Signore ci cerca e ci invita, e non si accontenta che noi adempiamo i buoni doveri e osserviamo le sue leggi, ma vuole con noi un rapporto fatto di dialogo, fiducia e perdono.

Questa è la vita cristiana, una storia d’amore con Dio, dove il Signore prende gratuitamente l’iniziativa e dove nessuno di noi può vantare l’esclusiva dell’invito: nessuno è privilegiato rispetto agli altri, ma ciascuno è privilegiato davanti a Dio. Da questo amore gratuito, tenero e privilegiato nasce e rinasce sempre la vita cristiana. Possiamo chiederci se, almeno una volta al giorno, confessiamo al Signore il nostro amore per Lui; se ci ricordiamo, fra tante parole, di dirgli ogni giorno: “Ti amo Signore. Tu sei la mia vita”. Perché, se si smarrisce l’amore, la vita cristiana diventa sterile, diventa un corpo senz’anima, una morale impossibile, un insieme di princìpi e leggi da far quadrare senza un perché. Invece il Dio della vita attende una risposta di vita, il Signore dell’amore aspetta una risposta d’amore. 

Ravviviamo la memoria del primo amore: siamo gli amati, gli invitati a nozze, e la nostra vita è un dono, perché ogni giorno è la magnifica opportunità di rispondere all’invito.

 Molti invitati rifiutano l’invito perché erano presi dai loro interessi: «non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari». Una parola ritorna: proprio; è la chiave per capire il motivo del rifiuto. Gli invitati, infatti, non pensavano che le nozze fossero tristi o noiose, ma semplicemente «non se ne curarono»: erano distolti dai loro interessi, preferivano avere qualcosa piuttosto che mettersi in gioco, come l’amore richiede. Ecco come si prendono le distanze dall’amore, non per cattiveria, ma perché si preferisce il proprio: le sicurezze, l’auto-affermazione, le comodità... Allora ci si sdraia sulle poltrone dei guadagni, dei piaceri, di qualche hobby che fa stare un po’ allegri, ma così si invecchia presto e male, perché si invecchia dentro: quando il cuore non si dilata, si chiude, invecchia. E quando tutto dipende dall’io – da quello che mi va, da quello che mi serve, da quello che voglio – si diventa pure rigidi e cattivi, si reagisce in malo modo per nulla, come gli invitati del Vangelo, che arrivarono a insultare e perfino uccidere quanti portavano l’invito, soltanto perché li scomodavano.

Dio davanti ai continui rifiuti che riceve, davanti alle chiusure nei riguardi dei suoi inviti, va avanti, non rimanda la festa. Non si rassegna, ma continua ad invitare. Di fronte ai “no”, non sbatte la porta, ma include ancora di più. Dio, di fronte alle ingiustizie subite, risponde con un amore più grande. Noi, quando siamo feriti da torti e rifiuti, spesso coviamo insoddisfazione e rancore. Dio, mentre soffre per i nostri “no”, continua invece a rilanciare, va avanti a preparare il bene anche per chi fa il male. Perché così è l’amore, fa l’amore; perché solo così si vince il male. 

(Omelia S.Messa e canonizzazione di alcuni Beati - Domenica 15/10/2017)

 

 

LA STRADA DELLA STOLTEZZA PORTA ALLA CORRUZIONE

 

Nella liturgia odierna per due volte si dice la parola “stolto”. La dice Gesù ai dottori della legge, ad alcuni farisei (Luca 11, 37-41); e la dice Paolo ai pagani: “Mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti” (Romani 1, 16-25). Ed ancora Paolo l’ha detta anche ai Galati, definendoli “sciocchi” perché si sono lasciati ingannare, incantare dalle nuove idee. Di conseguenza, questa parola detta ai dottori della legge, detta ai pagani e detta ai cristiani che si lasciano incantare dalle ideologie, è una condanna. O meglio, più che una condanna, è una segnalazione perché fa vedere la strada della stoltezza: porta alla corruzione.

In proposito vi sono tre gruppi di stolti che sono dei corrotti. Anzitutto i dottori della legge e i farisei, ai quali Gesù aveva detto: “Assomigliate a sepolcri imbiancati”: fuori appaiono belli, ma dentro sono pieni di ossa e di marciume. Corrotti. In secondo luogo i pagani, quelli accusati da Paolo, di essere diventati stolti, avendo scambiato la gloria di Dio incorruttibile con un’immagine e una figura di uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi... Perciò Dio li ha abbandonati all’impurità, secondo i desideri del loro cuore. Insomma, anche in questo caso, c’è la corruzione, proprio come quei dottori della legge citati in precedenza che diventano corrotti per sottolineare soltanto l’apparenza, e non quello che è dentro.   Sono diventati corrotti perché si preoccupavano soltanto di pulire, di fare bello l’esterno delle cose, non andavano dentro: dentro è la corruzione. Come nei sepolcri. Dunque, nel parallelismo, questi pagani sono diventati corrotti perché hanno scambiato la gloria di Dio, che avrebbero potuto conoscere con la ragione, per gli idoli: la corruzione di tante idolatrie. E, non solo le idolatrie dei tempi antichi, anche l’idolatria dell’oggi: l’idolatria, per esempio, del consumismo; l’idolatria di cercare un dio comodo.

Gesù risuscita l’amico Lazzaro

Infine il terzo caso, quello dei Galati, ai quali Paolo dice lo stesso, essendosi lasciati corrompere dalle ideologie: lasciano di essere cristiani per diventare ideologi del cristianesimo. In definitiva comunque, tutte e tre queste categorie finiscono nella corruzione, per questa stoltezza.

Cos’è questa stoltezza? E la prima risposta è che essa è un non ascoltare. L’incapacità di ascoltare la Parola: quando la Parola non entra, non la lascio entrare perché non l’ascolto. Lo stolto non ascolta. 

Dunque, gli stolti non sanno ascoltare. E questa sordità li porta a questa corruzione. Non entra la parola di Dio, non c’è posto per l’amore e infine non c’è posto per la libertà. E su questo aspetto Paolo è chiaro: diventano schiavi. 

La sordità non lascia posto all’amore e neppure alla libertà: porta sempre a una schiavitù.

Ci sono cristiani stolti e anche pastori stolti: quelli che sant’Agostino “bastona” bene, con forza. Perché la stoltezza dei pastori fa male al gregge: sia la stoltezza del pastore corrotto, sia la stoltezza del pastore soddisfatto di se stesso, pagano, sia la stoltezza del pastore ideologo. 

(Meditazione mattutina nella cappella della domus Sanctae Marthae - Martedì 17/10/2017)

 

 

LA SPERANZA CRISTIANA –

BEATI I MORTI CHE MUOIONO NEL SIGNORE

 GESU'-LAZZAROOggi vorrei mettere a confronto la speranza cristiana con la realtà della morte, una realtà che la nostra civiltà moderna tende sempre più a cancellare. Così, quando la morte arriva, per chi ci sta vicino o per noi stessi, ci troviamo impreparati, privi anche di un “alfabeto” adatto per abbozzare parole di senso intorno al suo mistero, che comunque rimane. Eppure i primi segni di civilizzazione umana sono transitati proprio attraverso questo enigma. Potremmo dire che l’uomo è nato con il culto dei morti.

Contare i propri giorni fa si che il cuore diventi saggio! Parole che ci riportano a un sano realismo, scacciando il delirio di onnipotenza. Cosa siamo noi? Siamo «quasi un nulla», dice un altro salmo (cfr 88,48); i nostri giorni scorrono via veloci: vivessimo anche cent’anni, alla fine ci sembrerà che tutto sia stato un soffio. Tante volte io ho ascoltato anziani dire: “La vita mi è passata come un soffio…”.

Così la morte mette a nudo la nostra vita. Ci fa scoprire che i nostri atti di orgoglio, di ira e di odio erano vanità: pura vanità. Ci accorgiamo con rammarico di non aver amato abbastanza e di non aver cercato ciò che era essenziale. E, al contrario, vediamo quello che di veramente buono abbiamo seminato: gli affetti per i quali ci siamo sacrificati, e che ora ci tengono la mano.

 

 

Gesù ha illuminato il mistero della nostra morte. Con il suo comportamento, ci autorizza a sentirci addolorati quando una persona cara se ne va. Lui si turbò «profondamente» davanti alla tomba dell’amico Lazzaro, e «scoppiò in pianto». In questo suo atteggiamento, sentiamo Gesù molto vicino, nostro fratello. Lui pianse per il suo amico Lazzaro.

E allora Gesù prega il Padre, sorgente della vita, e ordina a Lazzaro di uscire dal sepolcro. E così avviene. La speranza cristiana attinge da questo atteggiamento che Gesù assume contro la morte umana: se essa è presente nella creazione, essa è però uno sfregio che deturpa il disegno di amore di Dio, e il Salvatore vuole guarircene.

Gesù ci mette sul “crinale” della fede. A Marta che piange per la scomparsa del fratello Lazzaro oppone la luce di un dogma: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi tu questo?». È quello che Gesù ripete ad ognuno di noi, ogni volta che la morte viene a strappare il tessuto della vita e degli affetti. Tutta la nostra esistenza si gioca qui, tra il versante della fede e il precipizio della paura. 

Siamo tutti piccoli e indifesi davanti al mistero della morte. Però, che grazia se in quel momento custodiamo nel cuore la fiammella della fede! 

Ognuno di noi pensi alla propria morte, e si immagini quel momento che avverrà, quando Gesù ci prenderà per mano e ci dirà: “Vieni, vieni con me, alzati”. Lì finirà la speranza e sarà la realtà, la realtà della vita. Pensate bene: Gesù stesso verrà da ognuno di noi e ci prenderà per mano, con la sua tenerezza, la sua mitezza, il suo amore. E ognuno ripeta nel suo cuore la parola di Gesù: “Alzati, vieni. Alzati, vieni. Alzati, risorgi!”.

Questa è la nostra speranza davanti alla morte. Per chi crede, è una porta che si spalanca completamente; per chi dubita è uno spiraglio di luce che filtra da un uscio che non si è chiuso proprio del tutto. Ma per tutti noi sarà una grazia, quando questa luce, dell’incontro con Gesù, ci illuminerà.

(Udienza Generale - Mercoledì 18 Ottobre 2017)

 
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