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Scritto da Administrator   

n° 39 Sabato 30 Settembre 2017

 

NEL REGNO DI DIO NON CI SONO DISOCCUPATI

 PADRONE-DELLA-VIGNAIn Mt 20,1-16 troviamo la parabola dei lavoratori chiamati a giornata, che Gesù racconta per comunicare due aspetti del Regno di Dio: il primo, che Dio vuole chiamare tutti a lavorare per il suo Regno; il secondo, che alla fine vuole dare a tutti la stessa ricompensa, cioè la salvezza, la vita eterna. Il padrone di una vigna, che rappresenta Dio, esce all’alba e ingaggia un gruppo di lavoratori, concordando con loro il salario di un denaro per la giornata: era un salario giusto. Poi esce anche nelle ore successive – cinque volte, in quel giorno, esce – fino al tardo pomeriggio, per assumere altri operai che vede disoccupati. Al termine della giornata, il padrone ordina che sia dato un denaro a tutti, anche a quelli che avevano lavorato poche ore. Naturalmente, gli operai assunti per primi si lamentano, perché si vedono pagati allo stesso modo di quelli che hanno lavorato di meno. Il padrone, però, ricorda loro che hanno ricevuto quello che era stato pattuito; se poi Lui vuole essere generoso con gli altri, loro non devono essere invidiosi.

In realtà, questa “ingiustizia” del padrone serve a provocare, in chi ascolta la parabola, un salto di livello, perché qui Gesù non vuole parlare del problema del lavoro o del giusto salario, ma del Regno di Dio! E il messaggio è questo: nel Regno di Dio non ci sono disoccupati, tutti sono chiamati a fare la loro parte; e per tutti alla fine ci sarà il compenso che viene dalla giustizia divina – non umana, per nostra fortuna! –, cioè la salvezza che Gesù Cristo ci ha acquistato con la sua morte e risurrezione. Una salvezza che non è meritata, ma donata – la salvezza è gratuita -, per cui «gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi» (Mt 20,16).

Con questa parabola, Gesù vuole aprire i nostri cuori alla logica dell’amore del Padre, che è gratuito e generoso. Si tratta di lasciarsi stupire e affascinare dai «pensieri» e dalle «vie» di Dio che, come ricorda il profeta Isaia, non sono i nostri pensieri e non sono le nostre vie (cfr Is 55,8).  Egli usa misericordia, perdona largamente, è pieno di generosità e di bontà che riversa su ciascuno di noi, apre a tutti i territori sconfinati del suo amore e della sua grazia, che soli possono dare al cuore umano la pienezza della gioia. Dio che non esclude nessuno e vuole che ciascuno raggiunga la sua pienezza. Questo è l’amore del nostro Dio che è Padre.(Angelus - Domenica 24/09/2017)

 

ASPETTARE, RICONOSCERE E CONSERVARE LA CONSOLAZIONE SPIRITUALE

 Nessuno è escluso dall’incontro col Signore: Lo scriba Esdra (1, 1-6) racconta il momento nel quale il popolo di Israele è liberato dall’esilio. Un popolo che canta: «Grandi cose ha fatto il Signore per noi». Vedendo come Dio aveva ispirato il cuore del re pagano per aiutare il popolo a tornare a Gerusalemme, ripetevano felici: «Ci sembrava di sognare». E ancora: «la nostra bocca si riempì di sorriso, la nostra lingua di gioia». Essi non capivano, ma erano tanto gioiosi.

 Quella che viene descritta nella Scrittura è una visita del Signore: il Signore visitò il suo popolo e lo riportò a Gerusalemme. E proprio sulla parola visita si è soffermato il Papa: una parola importante nella storia della salvezza. La si ritrova, ad esempio, quando Giuseppe disse ai suoi fratelli in Egitto: “Dio, certo, verrà a visitarvi. Portate le mie ossa con voi”. Ogni volta che si parla di liberazione, ogni azione di redenzione di Dio, è una visita : il Signore visita il suo popolo. E anche al tempo di Gesù, quando la gente che era guarita o liberata dai demoni, diceva: Il Signore ha visitato il suo popolo”. Lo stesso Gesù quando guarda Gerusalemme pianse... Pianse su di lei. Perché pianse?. Perchè non hai conosciuto il tempo in cui sei stata visitata; non hai capito la visita del Signore.

Ecco allora l’insegnamento per ogni uomo: Quando il Signore ci visita ci dà la gioia, cioè ci porta in uno stato di consolazione, porta a mietere nella gioia, dona consolazione spirituale. Una consolazione che non solo accade in quel tempo, ma è uno stato nella vita spirituale di ogni cristiano.

Per prima cosa, occorre essere aperti alla visita di Dio, perché il Signore visita ognuno di noi; cerca ognuno di noi e lo incontra.  E quando viene con la consolazione spirituale, il Signore ci riempie di gioia come è accaduto con gli israeliti. Occorre quindi aspettare questa gioia, aspettare questa visita, e non, come pensano tanti cristiani, aspettare solo il cielo. In terra, cosa aspetti?  Non vuoi incontrarti con il Signore? Non vuoi che il Signore ti visiti nell’anima e ti dia questa cosa bella della consolazione, della felicità della sua presenza?

La domanda è allora: Come si aspetta la consolazione? La risposta è: con quella virtù umile, la più umile di tutte: la speranza. Io spero che il Signore mi visiterà con la sua consolazione. Bisogna chiedere al Signore che si faccia vedere, si faccia incontrare.

Occorre prepararsi perché il cristiano è un uomo, una donna, in tensione verso l’incontro con Dio, verso la consolazione che dà questo incontro. E se non è così, è un cristiano chiuso, è un cristiano messo nel magazzino della vita, non sa cosa fare. Perciò, occorre prepararsi alla consolazione, chiedere la visita del Signore, come gli israeliti che per settant’anni hanno chiesto questa visita. Il Signore li ha visitati. Prepararsi con speranza, anche se si pensa di avere una speranza piccola, perché questa tante volte questa speranza è forte quando è nascosta come la brace sotto la cenere.

Occorre riconoscere la consolazione quando viene. E quando viene, ringraziare il Signore. Ognuno deve essere consapevole che è proprio il Signore che passa, che passa per visitarmi, per aiutarmi ad andare avanti, per sperare, per portare la croce. A questo, occorre anche prepararsi con la preghiera. Speranza e preghiera: «Vieni Signore, vieni, vieni».

Quando poi passa questo momento forte dell’incontro e della consolazione, cosa rimane? La pace, che è proprio l’ultimo livello di consolazione. Uno stato che si riconosce; si dice, infatti: Guarda: un uomo in pace, una donna in pace. Ecco allora che ognuno di noi può domandarsi: io sono in pace? Sono sereno nell’anima?

Che il Signore ci dia questa grazia: aspettare la consolazione, riconoscere la consolazione spirituale e conservare la consolazione. (Meditazione mattutina nella cappella della domus Sanctae Marthae- Lunedì, 25 settembre 2017)

 

I NEMICI DELLA SPERANZA CRISTIANA

 DISPERAZIONE-30092017La speranza come ogni bene in questo mondo, ha i suoi nemici. Essa è molto importante per l’umanità. Non è vero che “finché c’è vita c’è speranza”, come si usa dire. Semmai è il contrario: è la speranza che tiene in piedi la vita, che la protegge, la custodisce e la fa crescere. Se gli uomini non avessero coltivato la speranza, se non si fossero sorretti a questa virtù, non sarebbero mai usciti dalle caverne, e non avrebbero lasciato traccia nella storia del mondo. È quanto di più divino possa esistere nel cuore dell’uomo. La speranza è la spinta nel cuore di chi parte lasciando la casa, la terra, a volte familiari e parenti – penso ai migranti –, per cercare una vita migliore, più degna per sé e per i propri cari. La speranza è la spinta a condividere il viaggio della vita, come ci ricorda la Campagna della Caritas che oggi inauguriamo. Fratelli, non abbiamo paura di condividere il viaggio! Non abbiamo paura di condividere la speranza! La speranza non è virtù per gente con lo stomaco pieno. Ecco perché, da sempre, i poveri sono i primi portatori della speranza.

 E in questo senso possiamo dire che i poveri, anche i mendicanti, sono i protagonisti della Storia. Per entrare nel mondo, Dio ha avuto bisogno di loro: di Giuseppe e di Maria, dei pastori di Betlemme. Nella notte del primo Natale c’era un mondo che dormiva, adagiato in tante certezze acquisite. Ma gli umili preparavano nel nascondimento la rivoluzione della bontà. Erano poveri di tutto, qualcuno galleggiava poco sopra la soglia della sopravvivenza, ma erano ricchi del bene più prezioso che esiste al mondo, cioè la voglia di cambiamento. A volte, aver avuto tutto dalla vita è una sfortuna. Pensate a un giovane a cui non è stata insegnata la virtù dell’attesa e della pazienza, che non ha dovuto sudare per nulla, che ha bruciato le tappe e a vent’anni “sa già come va il mondo”; è stato destinato alla peggior condanna: quella di non desiderare più nulla. È questa, la peggiore condanna. Chiudere la porta ai desideri, ai sogni. Sembra un giovane, invece è già calato l’autunno sul suo cuore. Sono i giovani d’autunno. Avere un’anima vuota è il peggior ostacolo alla speranza. È un rischio da cui nessuno può dirsi escluso; perché di essere tentati contro la speranza può capitare anche quando si percorre il cammino della vita cristiana. Questa tentazione ci sorprende quando meno ce lo aspettiamo: le giornate diventano monotone e noiose, più nessun valore sembra meritevole di fatica. Questo atteggiamento si chiama accidia che erode la vita dall’interno fino a lasciarla come un involucro vuoto. Quando questo capita, il cristiano sa che quella condizione deve essere combattuta, mai accettata supinamente. Dio ci ha creati per la gioia e per la felicità, e non per crogiolarci in pensieri malinconici. Recitiamo questa bella preghiera. “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio vivo, abbi pietà di me peccatore!”. Questa è una preghiera di speranza, perché mi rivolgo a Colui che può spalancare le porte e risolvere il problema e farmi guardare l’orizzonte, l’orizzonte della speranza.

Fratelli e sorelle, non siamo soli a combattere contro la disperazione. Se Gesù ha vinto il mondo, è capace di vincere in noi tutto ciò che si oppone al bene. Se Dio è con noi, nessuno ci ruberà quella virtù di cui abbiamo assolutamente bisogno per vivere. Nessuno ci ruberà la speranza. Andiamo avanti! (Udienza Generale - Mercoledì 27 settembre 2017)

 
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