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Scritto da Administrator   

n° 29 Sabato 22 Luglio 2017

GESÙ NON S’IMPONE MA SI PROPONE

GESU'-SEMINATORE-2017Gesù, quando parlava, usava un linguaggio semplice e si serviva anche di immagini, che erano esempi tratti dalla vita quotidiana, in modo da poter essere compreso facilmente da tutti. Per questo lo ascoltavano volentieri e apprezzavano il suo messaggio che arrivava dritto nel loro cuore; e non era quel linguaggio complicato da comprendere, quello che usavano i dottori della Legge del tempo, che non si capiva bene ma che era pieno di rigidità e allontanava la gente. E con questo linguaggio Gesù faceva capire il mistero del Regno di Dio; non era una teologia complicata. E un esempio è quello che oggi porta il Vangelo: la parabola del seminatore. Il seminatore è Gesù. Notiamo che, con questa immagine, Egli si presenta come uno che non si impone, ma si propone; non ci attira conquistandoci, ma donandosi: butta il seme. Egli sparge con pazienza e generosità la sua Parola, che non è una gabbia o una trappola, ma un seme che può portare frutto. E come può portare frutto? Se noi lo accogliamo. Perciò la parabola riguarda soprattutto noi: parla infatti del terreno più che del seminatore. Gesù effettua, per così dire, una “radiografia spirituale” del nostro cuore, che è il terreno sul quale cade il seme della Parola. Il nostro cuore, come un terreno, può essere buono e allora la Parola porta frutto – e tanto – ma può essere anche duro, impermeabile. Ciò avviene quando sentiamo la Parola, ma essa ci rimbalza addosso, proprio come su una strada: non entra. Tra il terreno buono e la strada, l’asfalto – se noi buttiamo un seme sui “sanpietrini” non cresce niente – ci sono però due terreni intermedi che, in diverse misure, possiamo avere in noi. Il primo, dice Gesù, è quello sassoso. Proviamo a immaginarlo: un terreno sassoso è un terreno «dove non c’è molta terra», per cui il seme germoglia, ma non riesce a mettere radici profonde. Così è il cuore superficiale, che accoglie il Signore, vuole pregare, amare e testimoniare, ma non persevera, si stanca e non “decolla” mai. È un cuore senza spessore, dove i sassi della pigrizia prevalgono sulla terra buona, dove l’amore è incostante e passeggero. Ma chi accoglie il Signore solo quando gli va, non porta frutto. C’è poi l’ultimo terreno, quello spinoso, pieno di rovi che soffocano le piante buone. Che cosa rappresentano questi rovi? «La preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza», così dice Gesù, esplicitamente. I rovi sono i vizi che fanno a pugni con Dio, che ne soffocano la presenza: anzitutto gli idoli della ricchezza mondana, il vivere avidamente, per sé stessi, per l’avere e per il potere. Se coltiviamo questi rovi, soffochiamo la crescita di Dio in noi. Ciascuno può riconoscere i suoi piccoli o grandi rovi, i vizi che abitano nel suo cuore, quegli arbusti più o meno radicati che non piacciono a Dio e impediscono di avere il cuore pulito. Occorre strapparli via, altrimenti la Parola non porterà frutto, il seme non si svilupperà.

Cari fratelli e sorelle, Gesù ci invita oggi a guardarci dentro: a ringraziare per il nostro terreno buono e a lavorare sui terreni non ancora buoni. Chiediamoci se il nostro cuore è aperto ad accogliere con fede il seme della Parola di Dio. Chiediamoci se i nostri sassi della pigrizia sono ancora numerosi e grandi; individuiamo e chiamiamo per nome i rovi dei vizi. Troviamo il coraggio di fare una bella bonifica del terreno, una bella bonifica del nostro cuore, portando al Signore nella Confessione e nella preghiera i nostri sassi e i nostri rovi. Così facendo, Gesù, buon seminatore, sarà felice di compiere un lavoro aggiuntivo: purificare il nostro cuore, togliendo i sassi e le spine che soffocano la Parola. La Madre di Dio, che oggi ricordiamo col titolo di Beata Vergine del monte Carmelo, insuperabile nell’accogliere la Parola di Dio e nel metterla in pratica (cfr Lc 8,21), ci aiuti a purificare il cuore e a custodirvi la presenza del Signore.

(Angelus - Domenica  16/07/2017)

 

L’UOMO DEVE RISPETTARE IL CREATO

 Nella Lettera enciclica Laudato si’ faccio riferimento a varie necessità fisiche che ha l’uomo di oggi nelle grandi città e che devono essere affrontate con rispetto, responsabilità e relazione.   Il rispetto è l’atteggiamento fondamentale che l’uomo deve assumere con il creato. Lo abbiamo ricevuto come un dono prezioso e dobbiamo sforzarci affinché le generazioni future possano continuare ad ammirarlo e a beneficiarne. Questa cura dobbiamo insegnarla e trasmetterla. San Francesco d’Assisi nel suo Cantico delle creature diceva: «Laudato si’, mi’ Signore, per sor’acqua, la quale è multo utile e humile et pretiosa e casta». In questi aggettivi si esprimono la bellezza e l’importanza di tale elemento, che è indispensabile per la vita. Come altri elementi creati, l’acqua potabile e pulita è espressione dell’amore attento e previdente di Dio per ognuna delle sue creature, essendo un diritto fondamentale, che ogni società deve garantire. Quando non le si presta l’attenzione che merita, diventa fonte di malattie e la sua scarsità mette in pericolo la vita

di milioni di persone. È un dovere di tutti creare nella società una coscienza di rispetto per l’ambiente circostante; ciò reca beneficio a noi e alle generazioni future. La responsabilità dinanzi al creato è il modo in cui dobbiamo interagire con esso e costituisce uno dei nostri compiti primordiali. Non possiamo restare a braccia conserte, quando constatiamo una grave diminuzione della qualità dell’aria e l’aumento della produzione di rifiuti che non vengono adeguatamente smaltiti. Inoltre osserviamo un’indifferenza di fronte alla nostra casa comune e, purtroppo, di fronte a tante tragedie e bisogni che colpiscono i nostri fratelli e le nostre sorelle. Questa passività dimostra la «perdita di quel senso di responsabilità per i nostri simili su cui si fonda ogni società civile. Ogni territorio e governo dovrebbe incentivare modi di agire responsabili nei suoi cittadini affinché, con inventiva, possano interagire e favorire la creazione di una casa più vivibile e più salutare. Se ognuno metterà quel poco di responsabilità che gli corrisponde, si otterrà molto.  

(Messaggio ai partecipanti al congresso internazionale “Laudato Si’ e grandi città” [Rio de Janeiro, 13-15 luglio 2017])

 

SIAMO TUTTI PRESCELTI

 Nella preghiera iniziale abbiamo lodato Dio perché nel cuore di Gesù ci dà la grazia di celebrare con gioia i grandi misteri della nostra salvezza, del suo amore per noi: cioè celebrare la nostra fede; celebrare il fatto che noi crediamo che lui ci ama, lui si è immischiato con noi nel cammino della vita e ha dato suo Figlio, e la vita del suo Figlio, per il nostro amore. E poi, sono due le parole che nella lettura attirano l’attenzione: scegliere e piccolezza. «Scegliere» è la prima parola. Noi siamo stati scelti perché non siamo stati noi a scegliere lui: lui ha scelto noi, il generoso è stato lui e ognuno di noi può dire: “io sono uno scelto, un prescelto, una prescelta”.  E proprio questa è la nostra fede: se noi non crediamo questo, non capiamo cosa sia il messaggio di Cristo, non capiamo il Vangelo. La seconda parola è piccolezza. Si legge nel passo biblico odierno: «Vi ha scelti non perché siete più numerosi di tutti gli altri popoli: siete, infatti, il più piccolo di tutti i popoli». Ma lui si è innamorato della nostra piccolezza e per questo ci ha scelti, e lui sceglie i piccoli: non i grandi, i piccoli. Di più, lui si rivela ai piccoli: “Hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli”. Dunque, lui si rivela ai piccoli: se tu vuoi capire qualcosa del mistero di Gesù, abbassati: fatti piccolo, riconosci di essere nulla. Ma Dio non solo sceglie e si rivela ai piccoli; egli chiama i piccoli: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi: io vi darò il ristoro”. Si rivolge a coloro che sono i più piccoli per le sofferenze, per la stanchezza. Ecco allora che Dio sceglie i piccoli, si rivela ai piccoli e chiama i piccoli. Si potrebbe obiettare: Ma i grandi non li chiama?. La risposta è chiara: Il suo cuore è aperto, ma la voce i grandi non riescono a sentirla perché sono pieni di se stessi. Invece per ascoltare la voce del Signore bisogna farsi piccoli. Così, arriviamo al mistero del cuore di Cristo. Il cuore di Cristo, il cuore trafitto di Cristo, il cuore della rivelazione, il cuore della nostra fede perché lui si è fatto piccolo, ha scelto questa via. Paolo usa queste espressioni in proposito: Si abbassò, umiliò se stesso, annientò se stesso fino alla morte, morte di croce. E questa è proprio una scelta verso la piccolezza perché la gloria di Dio possa essere manifesta. Così, il soldato con un colpo di lancia trafisse il fianco e ne uscì sangue e acqua: questo è il mistero di Cristo, e questo è quello che noi celebriamo oggi, questo cuore che ama, che sceglie, che è fedele, si lega con noi, si rivela ai piccoli, chiama i piccoli, si fa piccolo. «Questa è la nostra fede» . E se noi non crediamo in questo mistero, siamo teisti: crediamo in Dio, sì; sì, anche in Gesù, sì! Gesù è Dio? Sì! Ma il mistero è questo, questa è la manifestazione, questa è la gloria di Dio. Dunque, fedeltà nello scegliere, nel legarsi, e piccolezza anche per se stesso: diventare piccolo, annientarsi» Perciò,  problema della fede è il nocciolo della nostra vita: possiamo essere tanto tanto virtuosi, ma con niente o poca fede; dobbiamo incominciare da qui, dal mistero di Gesù Cristo che ci ha salvato con la sua fedeltà.

(Meditazione mattutina nella cappella della domus Sanctae Marthae - Venerdì, 23 giugno 2017)

 
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