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n° 28 Sabato 15 Luglio 2017

GESÙ NON CI TOGLIE LA CROCE, MA LA PORTA CON NOI

 

Nel Vangelo di oggi Gesù dice: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro» (Mt 11,28). Il Signore non riserva questa frase a qualcuno dei suoi amici, no, la rivolge a “tutti” coloro che sono stanchi e oppressi dalla vita. E chi può sentirsi escluso da questo invito? Il Signore sa quanto la vita può essere pesante. Sa che molte cose affaticano il cuore: delusioni e ferite del passato, pesi da portare e torti da sopportare nel presente, incertezze e preoccupazioni per il futuro. Di fronte a tutto questo, la prima parola di Gesù è un invito, un invito a muoversi e reagire: “Venite”.

 Lo sbaglio, quando le cose vanno male, è restare dove si è, coricato lì. Sembra evidente, ma quanto è difficile reagire e aprirsi! Non è facile. Nei momenti bui viene naturale stare con sé stessi, rimuginare su quanto è ingiusta la vita, su quanto sono ingrati gli altri e com’è cattivo il mondo, e così via. Tutti lo sappiamo. Alcune volte abbiamo subìto questa brutta esperienza. Ma così, chiusi dentro di noi, vediamo tutto nero. Allora si arriva persino a familiarizzare con la tristezza, che diventa di casa: quella tristezza ci prostra, è una cosa brutta questa tristezza. Gesù invece vuole tirarci fuori da queste “sabbie mobili” e perciò dice a ciascuno: “Vieni!” – “Chi?” - “Tu, tu, tu…”. La via di uscita è nella relazione, nel tendere la mano e nell’alzare lo sguardo verso chi ci ama davvero. Infatti uscire da sé non basta, bisogna sapere dove andare. Perché tante mete sono illusorie: promettono ristoro e distraggono solo un poco, assicurano pace e danno divertimento, lasciando poi nella solitudine di prima, sono “fuochi d’artificio”. Per questo Gesù indica dove andare: “Venite a me”. E tante volte, di fronte a un peso della vita o a una situazione che ci addolora, proviamo a parlarne con qualcuno che ci ascolti, con un amico, con un esperto… È un gran bene fare questo, ma non dimentichiamo Gesù! Non dimentichiamo di aprirci a Lui e di raccontargli la vita, di affidargli le persone e le situazioni. Forse ci sono delle “zone” della nostra vita che mai abbiamo aperto a Lui e che sono rimaste oscure, perché non hanno mai visto la luce del Signore. Ognuno di noi ha la propria storia. E se qualcuno ha questa zona oscura, cercate Gesù, andate da un missionario della misericordia, andate da un prete, andate… Ma andate a Gesù, e raccontate questo a Gesù. Oggi Egli dice a ciascuno: “Coraggio, non arrenderti ai pesi della vita, non chiuderti di fronte alle paure e ai peccati, ma vieni a me!”. Egli ci aspetta, ci aspetta sempre, non per risolverci magicamente i problemi, ma per renderci forti nei nostri problemi. Gesù non ci leva i pesi dalla vita, ma l’angoscia dal cuore; non ci toglie la croce, ma la porta con noi. E con Lui ogni peso diventa leggero, perché Lui è il ristoro che cerchiamo. Quando nella vita entra Gesù, arriva la pace, quella che rimane anche nelle prove, nelle sofferenze. Andiamo a Gesù, diamogli il nostro tempo, incontriamolo ogni giorno nella preghiera, in un dialogo fiducioso, personale; familiarizziamo con la sua Parola, riscopriamo senza paura il suo perdono, sfamiamoci del suo Pane di vita: ci sentiremo amati, ci sentiremo consolati da Lui. È Lui stesso che ce lo chiede, quasi insistendo. Lo ripete ancora alla fine del Vangelo di oggi: «Imparate da me […] e troverete ristoro per la vostra vita». E così, impariamo ad andare da Gesù e, mentre nei mesi estivi cercheremo un po’ di riposo da ciò che affatica il corpo, non dimentichiamo di trovare il ristoro vero nel Signore. Ci aiuti in questo la Vergine Maria nostra Madre, che sempre si prende cura di noi quando siamo stanchi e oppressi e ci accompagna da Gesù. (Angelus - Domenica  09/07/2017)

 

RIFORMARE L’ECONOMIA MONDIALE,

PER AIUTARE I POVERI

 

Nel Documento programmatico del mio Pontificato rivolto ai fedeli cattolici, l’Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium, ho proposto dei principi di azione per la costruzione di società fraterne, giuste e pacifiche. La gravità, la complessità e l’interconnessione delle problematiche mondiali sono tali che non esistono soluzioni immediate e del tutto soddisfacenti. Purtroppo, il dramma delle migrazioni, inseparabile dalla povertà ed esacerbato dalle guerre, ne è una prova.  Nei cuori e nelle menti dei governanti e in ognuna delle fasi d’attuazione delle misure politiche c’è bisogno di dare priorità assoluta ai poveri, ai profughi, ai sofferenti, agli sfollati e agli esclusi, senza distinzione di nazione, razza, religione o cultura, e di rigettare i conflitti armati. A questo punto, non posso mancare di rivolgere ai Capi di Stato e di Governo del G20 e a tutta la comunità mondiale un accorato appello per la tragica situazione del Sud Sudan, del bacino del Lago Ciad, del Corno d’Africa e dello Yemen, dove ci sono 30 milioni di persone che non hanno cibo e acqua per sopravvivere. L’impegno per venire urgentemente incontro a queste situazioni e dare un immediato sostegno a quelle popolazioni sarà un segno della serietà e sincerità dell’impegno a medio termine per riformare l’economia mondiale ed una garanzia del suo efficace sviluppo. La storia dell’umanità, anche oggi, ci presenta un vasto panorama di conflitti attuali o potenziali. La guerra, tuttavia, non è mai una soluzione.  Mi sento obbligato a chiedere al mondo di porre fine a tutte queste inutili stragi. Tuttavia, ciò non sarà possibile se tutte le parti non si impegnano a ridurre sostanzialmente i livelli di conflittualità, a fermare l’attuale corsa agli armamenti e a rinunciare a coinvolgersi direttamente o indirettamente nei conflitti, come pure se non si accetta di discutere in modo sincero e trasparente tutte le divergenze. È una tragica contraddizione e incoerenza l’apparente unità in fori comuni a scopo economico o sociale e la voluta o accettata persistenza di confronti bellici. I problemi vanno risolti in concreto e dando tutta la dovuta attenzione alle loro peculiarità, ma le soluzioni, per essere durature, non possono non avere una visione più ampia e devono considerare le ripercussioni su tutti i Paesi e tutti i loro cittadini, nonché rispettare i loro pareri e le loro opinioni.  Ho voluto offrire queste considerazioni come contribuito ai lavori del G20, fiducioso nello spirito di solidarietà responsabile che anima tutti i partecipanti. Invoco perciò la benedizione di Dio sull’incontro di Amburgo e su tutti gli sforzi della comunità internazionale per attivare una nuova era di sviluppo innovativa, interconnessa, sostenibile, rispettosa dell’ambiente e inclusiva di tutti i popoli e di tutte le persone.

(Lettera al Cancelliere della Repubblica Democratica Tedesca in occasione dell'apertura dei lavori del vertice del G20 [Amburgo, 7-8 luglio 2017])

 

MISSIONE DEL CATECHISTA

 

San Francisco d’Assisi, quando uno dei suoi seguaci ha insistito per insegnargli a predicare, ha risposto in questo modo: "Fratello, [quando visitiamo i malati, aiutiamo i bambini e diamo da mangiare ai poveri] stiamo già predicando". In questa bella lezione è racchiusa la vocazione e il compito del catechista. In primo luogo, la catechesi non è un "lavoro" o un compito esterno alla persona del catechista, sino a che si è catechista e tutta la vita ruota attorno a questa missione. Infatti, "essere" catechista è una vocazione di servizio nella Chiesa, che è stato ricevuto come un dono del Signore deve a sua volta trasmetterlo. Da qui il catechista deve costantemente tornare a quel primo annuncio o "kerygma", che è il dono che ha cambiato la sua vita. È l'annuncio fondamentale che dovrebbe risuonare più e più volte nella vita del cristiano, e ancor di più in quello che è chiamato a proclamare e insegnare la fede. "Niente è più forte, più profondo, più sicuro, più denso e più saggio che tale annuncio" (Evangelii Gaudium, 165). Questo annuncio deve accompagnare la fede che è già presente nella religiosità del nostro popolo. Il catechista cammina da e con Cristo, non è una persona delle proprie idee e gusti, sino a che si lascia guardare da lui, per quello sguardo che infiamma il cuore. Quanto più rendendo Gesù il centro della nostra vita, tanto più ci fa uscire da noi stessi, ci decentra e ci rende più vicini agli altri. Quel dinamismo dell'amore è come il movimento del cuore "sistole e diastole”; è concentrato per incontrare il Signore e subito si apre per amore, per testimoniare Gesù e su Gesù, la predicazione di Gesù.  E’importante la catechesi "mistagogica" che è l'incontro costante con la Parola e con i sacramenti e non qualcosa di meramente occasionale prima della celebrazione dei sacramenti dell'iniziazione cristiana. La vita cristiana è un processo di crescita e di integrazione di tutte le dimensioni della persona in un cammino comunitario di ascolto e di risposta (cfr Evangelii Gaudium, 166). Il catechista è anche creativo; alla ricerca di modi e mezzi differenti per annunciare Cristo.  È bello credere in Gesù, perché egli è "la via, la verità e la vita" (Gv 14, 6) che riempie la nostra vita con gioia e letizia. Questo tentativo di far conoscere Gesù come suprema bellezza ci porta a trovare nuovi segni e forme per la trasmissione della fede. I mezzi possono essere diversi, ma è importante tenere a mente lo stile di Gesù, che si adattava alla gente che gli stava di fronte per far loro comprendere l'amore di Dio.  Nella ricerca creativa per far conoscere Gesù non dobbiamo avere paura perché Lui ci precede in questo compito. Lui è già nell'uomo di oggi, e ci attende. Cari catechisti, vi ringrazio per quello che fate, ma soprattutto perché camminate con il popolo di Dio. Vi incoraggio a essere messaggeri allegri, custodi della bontà e della bellezza che risplendono nella vita fedele del discepolo missionario. Che Gesù li benedica tutti e la Vergine santa, vera "educatrice della fede", li curi. (Messaggio ai partecipanti al Primo Simposio Internazionale sulla Catechesi [Buenos Aires, 11-14 luglio 2017)  

 
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